La tesi di Laura
"Nati due volte: l’adozione attraverso gli occhi dei protagonisti"


( ultimo aggiornamento di questa pagina: 2/01/04 )




Laura, una laureanda di Psicologia dell'Università di Trieste ha sviluppando la sua tesi su una tematica delicata ma sicuramente interessante, relativa ad un'analisi di esperienze reali di persone adottate.
Ha chiesto un aiuto ad adozioni+giuste e soprattutto a tutti i visitatori del sito che sono stati adottati o che conoscono persone adottate e che vogliano condividere la propria esperienza. Obiettivo della tesi è stato quello di comprendere meglio il vissuto delle persone adottate e cercare di rispondere alle mille domande sulle adozioni attraverso la voce dei diretti interessati. Dai racconti di persone adottate in periodi diversi, si potrà poi forse anche scoprire come il concetto dell'adozione si sia evoluto nel corso degli anni. Insomma, penso che questa tesi possa aiutare tutti noi a meditare cosa significhi vivere l'esperienza dell'adozione per i suoi protagonisti principali.

Nelo seguito puoi leggere parte della sua tesi, che ha acconsentito di pubblicare in questo sito, va a "La tesi di Laura". Se desideri scaricare il file pdf della sua tesi premi qui.

Se vuoi inoltrare ad adozionigiuste la tua storia di adozione vai alla pagina che ho appositamente creato a tale scopo:

 

 

 

 

Università di Trieste

Facoltà di Psicologia

 

Nati due volte: l’adozione attraverso gli occhi dei protagonisti

(parte introduttiva della tesi)

 

 

TESI

AUTORE:

Laura POMICINO

RELATORE:

 

 

 

 

Parte introduttiva della tesi di laurea

 

 

 

Visitate il sito: adozionigiuste.datafox.it

 

 


INDICE

 

1     Prefazione. 3

2     PARTE I: ASPETTI PSICOSOCIALI DELL’ADOZIONE. 4

2.1      INTRODUZIONE. 4

2.2      L’INDIVIDUO.. 5

2.2.1       The Ghost Kingdom: le perdite subite. 5

2.2.2       Stress e coping. 6

2.2.3       La prima infanzia (0-2 anni). 7

2.2.4       La seconda infanzia (3-5 anni). 12

2.2.5       La terza infanzia (6-12 anni). 14

2.2.6       L’adolescenza (12). 17

2.2.7       I bambini venuti da lontano. 23

2.2.8       Alcune considerazioni conclusive. 25

2.3      LA FAMIGLIA.. 27

2.3.1       La comunicazione familiare. 27

2.3.2       L’adozione aperta. 30

2.3.3       Le caratteristiche delle famiglie accoglienti 31

2.3.4       Il sostegno ricevuto. 32

2.4      CONCLUSIONI 33

 


1         Prefazione

Mi sono avvicinata al mondo dell’adozione quasi per caso, con la curiosità di un bambino che, per la prima volta, apre una porta che aveva sempre trovato chiusa.

Ho scoperto una realtà che non immaginavo, una realtà che troppo spesso rimane ai margini, nelle zone d’ombra, fra le cose di cui si dà per scontata l’esistenza ma che restano nascoste sotto il velo della quotidianità.

L’adozione è un istituto giuridico, che regola l’ingresso in una famiglia di un minore che è stato dichiarato adottabile perché “privo di assistenza morale e materiale” da parte di chi, per legge, sarebbe tenuto a provvedervi. Ma l’adozione è molto di più.

E’ qualcosa che viola il modo in cui “normalmente” si costituisce una famiglia, stridendo con la rappresentazione collettiva di un padre e una madre che, amorevolmente, crescono e proteggono la propria prole. E’ qualcosa che non rientra, quindi, nell’ordine delle cose a cui siamo abituati e che ci chiede di superare la difficoltà insita nel riuscire ad attribuire analogo valore ai legami di sangue e ai legami affettivi, generando in noi domande che non sempre possono trovare risposta. Questo ci porta a scontrarci con la diversità, con il caos, con ciò che in questo mondo non funziona come dovrebbe. Ci costringe a confrontarci con temi di cui preferiremmo non parlare, come la sterilità che può colpire un individuo o l’abbandono in cui può essere lasciato un minore. E ancora, con l’abuso e/o il maltrattamento di cui a lungo può essere fatto oggetto un bambino, senza che nessuno lo sappia o lo voglia riconoscere.

L’imbarazzo, il disagio, perfino il dolore che ci deriva da questo confronto ci spinge a passare oltre, quasi ad ignorare quella porzione di realtà.

L’adozione resta così un fenomeno silenzioso e scarsamente compreso nella sua reale essenza, pubblicamente accettato da tutti, ma affrontato con perplessità e timori dal singolo nella sua sfera privata e all’interno delle sue relazioni personali.

Paradossalmente, un simile atteggiamento permane, malgrado ci si trovi ad attraversare un periodo in cui differenti autorità, a livello internazionale, stanno operando uno sforzo congiunto al fine di garantire una maggiore sicurezza e, di conseguenza, una miglior riuscita, all’intero iter adottivo.

Tale contrasto assume una rilevanza significativa nel momento in cui ci allontaniamo dal piano meramente teorico per calarci nella realtà sociale, quella stessa in cui, giorno dopo giorno, si troverà immersa la famiglia adottiva. Gli inevitabili problemi di adattamento reciproco che, in questo nuovo nucleo, ciascun membro si troverà ad affrontare, saranno infatti fortemente influenzati dall’accettazione o dal rifiuto dimostrato dalla comunità.  

Riflettere su quanto di ambiguo e irrisolto offusca ancora il cammino dell’adozione ha fatto maturare in me la volontà di interrogare più da vicino questo mondo tanto complesso, mossa dalla convinzione che sia questo l’unico modo per poterlo davvero comprendere. Da ciò trae origine il presente lavoro che vuole esplorare l’esperienza dei protagonisti principali della scena, i minori adottati, troppo spesso spettatori inermi del proprio destino.

Ad una prima parte, in cui si è cercato di delineare, a partire dalla letteratura sull’argomento, le principali problematiche psicologiche e sociali connesse all’adozione, fa seguito una sezione dedicata  all’analisi degli aspetti metodologici su cui si è fondata la mia ricerca.

La discussione di quanto è emerso dallo studio di 25 interviste condotte con figli adottivi va ad occupare la terza parte e lascia trasparire interessanti spunti di riflessione che richiedono ulteriori approfondimenti. A quest’ultimo aspetto e ai limiti dell’indagine svolta, è dedicata la sezione conclusiva, in cui confluiscono anche le riflessioni personali su di un lavoro che vuole essere un piccolo punto di partenza di un inarrestabile percorso di conoscenza.


2         PARTE I: ASPETTI PSICOSOCIALI DELL’ADOZIONE

2.1        INTRODUZIONE

L’adozione è ormai divenuta, per la sua diffusione, un vero e proprio fenomeno sociale. I dati provenienti dal Centro nazionale di documentazione sull’infanzia e l’adolescenza rilevano, infatti, un numero sempre maggiore di coppie che fanno ricorso a questo istituto per vedere realizzato il proprio progetto di genitorialità.

Delineare in modo esaustivo le tematiche connesse a questa pratica e le implicazioni che ne derivano è però un compito piuttosto complesso.

E’ innanzitutto essenziale approfondire il significato che l’esperienza adottiva assume per lo sviluppo del minore, analizzandola a partire dalle vicende che ne hanno causato lo stato di abbandono, fino all’inserimento nel nuovo ambiente e alla sua capacità di adattamento ad esso. 

Le dinamiche relazionali così venutesi a creare e le strategie di coping agite al fine di ristabilire l’equilibrio del sistema familiare, giocheranno un ruolo fondamentale nel contribuire al buon esito dell’intero processo.

Decidere di adottare un minore in difficoltà, poi, appare una scelta che investe solo la sfera privata di uno specifico nucleo familiare, desideroso di offrirsi come spazio accogliente in cui poter crescere.

La famiglia, però, è intrinsecamente connessa alla propria società di appartenenza, in un legame di reciproca e continua influenza. Da essa trae insiemi di norme culturalmente sancite e condivise da tutti i membri di quella data comunità, ad essa si ispira per determinare i ruoli da attribuire ad ogni suo componente al fine di garantire il funzionamento ottimale dell’intero sistema. 

Opera, allo stesso tempo, come principale agente di cambiamento della struttura sociale, promuovendo modifiche e revisioni dello status quo, grazie all’apporto creativo del singolo (Cusinato, Cristante & Morino Abbele, 1999).

Ad un livello più generale, è possibile, inoltre, distinguere ogni  società sulla base delle specifiche caratteristiche strutturali ed organizzative in essa presenti, utilizzando, per definirla, la nozione di macrosistema proposta dall’approccio ecologico:

“Il macrosistema consiste delle congruenze di forma e di contenuto dei sistemi di livello più basso (micro- meso- ed esosistema) che si danno, o si potrebbero dare, a livello di subcultura o di cultura considerate come un tutto, nonché di ogni sistema di credenze o di ideologie che sottostanno a tali congruenze” (Bronfenbrenner, 1986).

E’ evidente, quindi, che, per poter analizzare efficacemente il processo adottivo e coglierne le influenze esercitate sullo sviluppo dell’individuo, non si può prescindere dal valutarne gli effetti nei diversi ambiti di applicazione, pena ottenerne una visione parziale e probabilmente distorta.

La selezione del materiale presente in letteratura ha seguito, perciò, questo criterio, al fine di offrire una panoramica quanto più esaustiva possibile del fenomeno in questione. Dati gli ovvi limiti di spazio imposti dal presente lavoro, si è reso necessario concentrare il focus prevalentemente sulla specifica esperienza del minore adottato, dedicando solo una sezione limitata all’ambito più esteso della famiglia.

 

   

2.2         L’INDIVIDUO

La neuropsichiatra francese Nicole Quémada, in un saggio (2000) derivante da lunghe osservazioni condotte personalmente sul mondo dell’infanzia, usa il termine “ammaternamento” per riferirsi alla condizione fondamentale che “[…] permette al bambino di costruirsi, di formarsi su tutti i piani della sua personalità: fisico, intellettuale, affettivo.”

Attribuisce, inoltre, simile rilevanza alla formazione di legami precoci fra padre e figlio, che definisce, per analogia, “appaternamento”.

Le relazioni primarie che si instaurano fra un bambino e le proprie figure di riferimento vengono quindi viste dall’autrice come il tramite mediante cui è possibile garantire al piccolo “la possibilità di svilupparsi normalmente.”   

Cosa accade allora quando, per diverse cause, viene a mancare chi è in grado di svolgere tale funzione e quindi  tali vincoli non vengono creati, o quando invece, dopo essersi consolidati, sono bruscamente interrotti? E’ possibile che relazioni successive riescano a colmare la lacuna prodottasi?

2.2.1       The Ghost Kingdom: le perdite subite

L’ingresso del minore nella propria famiglia adottiva viene spesso interpretato come il felice atto conclusivo di un cammino caratterizzato da inquietudini e sofferenza da entrambi i versanti.

In realtà, la situazione è molto più complessa. Un bambino adottato è, prima ancora, un bambino che è stato abbandonato, che ha “perso” parte della propria storia e che quindi dovrà, per proseguire adeguatamente il proprio processo di crescita, riuscire a sanare le ferite che porta dentro di sé (Brodzinsky, Schechter & Henig, 1993; Schechter & Bertocci, 1990).

La consapevolezza delle perdite subite varia in funzione del livello cognitivo raggiunto: a partire dall’età scolare, con la comparsa del pensiero reversibile (Piaget, 1967), al bambino diviene gradualmente sempre più chiaro che, se c’è una famiglia che lo ha accolto, ce ne deve essere un’altra che lo ha abbandonato.  

“Famiglia” non vuol più dire solo “persone che vivono insieme” ma anche “persone che condividono legami di sangue” (Bramanti & Rosnati, 2000).

In uno studio condotto su 200 bambini di età compresa fra i 4 e 13 anni, Brodzinsky, Singer & Braff (1984) hanno rilevato che solo a partire dagli 8 anni inizia ad emergere una reale comprensione del significato dell’adozione, che diverrà sempre più completa nel corso della successiva adolescenza.

Gli autori evidenziano anche che i soggetti, crescendo, divengono più consapevoli delle diverse motivazioni che possono spingere un individuo a decidere di abbandonare o adottare un figlio.  I più grandi riconoscono come causa di tali eventi, rispettivamente, problemi economici e familiari, gravidanze illegittime, morte di uno o entrambi i genitori, in un caso, e infertilità, motivi solidaristici, pianificazione della famiglia, nell’altro. Ciò denota la progressiva acquisizione di una più accurata visione del fenomeno nella sua interezza.

L’evento adottivo comincia, gradualmente, ad essere analizzato in un’ottica ambivalente e non più solo positiva. Viene avvertita una sensazione di mancanza, di incompletezza, perfino di alienazione dagli altri esseri umani (Brodzinsky, 1990). Il soggetto riconosce non solo di aver “perso” i propri genitori biologici e le origini ad essi legate, ma anche il bambino che sarebbe potuto diventare.

Può sperimentare così una sorta di “confusione genealogica” (Sants, 1964), che può indurlo a riflettere sul proprio status all’interno della famiglia adottiva. Egli vi ha fatto ingresso in modo anomalo e il riconoscimento di tale diversità può far scaturire problemi nel rapporto con i genitori adottivi e minare la sicurezza del proprio senso di appartenenza.

Nella ricerca citata (Brodzinsky et al., 1984), i bambini di età compresa tra gli 8 e gli 11 anni manifestano maggiori problemi relazionali all’interno del nucleo adottivo. Si interrogano più frequentemente sulla solidità della nuova famiglia, temendo di poterne essere allontanati a causa del ritorno dei propri genitori biologici. Solo in seguito tale timore tende a scomparire grazie alla comprensione degli aspetti legali implicati nel processo adottivo.

Il bambino comunque deve superare la difficoltà insita nel riconoscere in sé l’assenza di legami biologici con i membri della propria famiglia. Può dover affrontare il paradosso di amare i propri genitori ma detestare la condizione di adottato in cui si trova, vivendola come un qualcosa che sfugge al proprio controllo (Lifton, 2002).

Ci sono altri elementi di dissonanza che il bambino deve riconoscere nelle vicende che lo riguardano. 

La madre biologica lo ha, infatti, posto in adozione perché lo amava, ma egli ha appreso che difficilmente si sceglie di abbandonare chi si ama. Rileva in sé similarità con i genitori adottivi, ma è consapevole di non condividere con essi alcun aspetto genetico. Il proprio certificato di nascita, corretto in seguito al decreto di adozione, riporta una verità differente da quella che gli è stata narrata.

In uno studio recente (Smith & Brodzinsky, 1994), condotto su 85 bambini di età compresa fra i 6 e i 17 anni, adottati durante l’infanzia da famiglie di classe media, è stato rilevato che la maggior parte dei soggetti presentava almeno bassi livelli di “pensieri intrusivi” e negativi, o di sensazioni ambivalenti, circa la propria condizione di figlio adottivo.

E’ necessario tuttavia sottolineare che, se è vero che i diversi vissuti di perdita sono comuni a tutti i bambini che vengono adottati, varia, fra loro, l’intensità dello stress esperito in funzione di ciò.

Ne consegue che diverse sono anche le modalità di reazione del singolo di fronte al disagio che tale situazione gli arreca. La maggiore o minore capacità dimostrata nell’adottare comportamenti adeguati, influenzerà il corso successivo della sua esistenza.

2.2.2        Stress e coping

La risposta di un individuo al verificarsi di particolari eventi, esterni o interni, dipende, in larga misura, dalla valutazione cognitiva che egli stesso effettua di tali stimoli, nonché dai bisogni in quel momento avvertiti come prevalenti.

Man mano che il soggetto progredisce lungo il proprio percorso di crescita, acquisisce una sempre maggiore capacità di elaborazione mentale e sviluppa nuove esigenze (Bee, 1999).

E’ lecito supporre, quindi, che il preciso momento evolutivo in cui l’esperienza adottiva avrà luogo, determinerà il significato che ad essa verrà attribuito dal singolo.

La separazione dalla figura materna, ad esempio, verrà colta in modo diverso da un bambino piccolo rispetto a un preadolescente. In maniera analoga, le vicende intercorse tra l’allontanamento dalla famiglia naturale e il realizzarsi dell’adozione, andranno a costituire vissuti distinti per un ragazzo o per un bambino in età scolare.

Allo stadio di sviluppo raggiunto, inoltre, è anche legato il tipo di strategie che il minore adotterà per contrastare l’eventuale stress percepito (Brodzinsky et al., 1993; Barletta, 1991).

E’ però necessario non dimenticare che l’individuo è anche inserito in un preciso contesto socioculturale e ambientale, da cui potrà ricevere specifiche domande, trarre supporto o subire limitazioni. Ciò influenzerà inevitabilmente le possibilità di cui egli disporrà per far fronte alla situazione.

Le vicende relative alla propria storia “biologica”, dal concepimento fino al momento della nascita e alla fase immediatamente successiva, nonché il patrimonio genetico di cui ciascuno è portatore, contribuiranno, inoltre, a determinare la maggiore o minore vulnerabilità del singolo rispetto all’evento adottivo e alle sue implicazioni.

E’ evidente, infine, che ciascuno degli elementi sopra citati agisce in interazione reciproca con gli altri, creando una rete di relazioni di causa-effetto di cui è impossibile prevedere l’esito finale.

Brodzinsky (1990), a partire da un precedente lavoro di Lazarus et al. (1984), ha tentato di sintetizzare questi diversi aspetti in un modello teorico attraverso cui spiegare come lo stress percepito, e gli sforzi di coping messi in atto per contrastarlo, determinino il grado di adattamento  dell’individuo adottato.

L’autore sostiene che variabili ambientali, biologiche e personali agiscano nell’orientare la valutazione cognitiva che il soggetto dà dell’evento adottivo. Le strategie di coping agite in funzione di ciò condurrebbero a specifici pattern di risposta comportamentale, di tipo più o meno adattivo. Tale risultato opererebbe, poi, un’azione ricorsiva sulle variabili di partenza, producendo su esse effetti diretti e indiretti, a loro volta artefici di ulteriori trasformazioni. Da ciò traspare l’idea di un processo dinamico, in continua e inarrestabile evoluzione.

Sulla base di questa proposta teorica, è possibile prevedere che le modalità con cui un individuo reagirà alla propria esperienza adottiva potranno essere soggette, nel corso del tempo, a modificazioni anche profonde in funzione del costante riequilibrarsi dei fattori in gioco.

Il bambino che viene accolto in una nuova famiglia dovrà, gradualmente, riuscire a costruire la propria “filiazione adottiva” (Bramanti & Rosnati, 2000), ovvero apprendere a viversi come parte di quella specifica storia familiare pur mantenendo la consapevolezza di possedere origini differenti.

La difficoltà insita in questo compito lo porterà, in base all’età e alle esperienze precedentemente vissute, a manifestare, di volta in volta, comportamenti differenti: oppositivi e di rifiuto, passivi e di evidente compiacenza o, infine, totalmente ambivalenti (Dell’Antonio, 1994).

Si potranno così riconoscere, nei diversi soggetti, modalità cognitivo-comportamentali di evitamento della realtà, oppure richieste di aiuto ed assistenza, o, ancora, atteggiamenti di problem-solving messi in atto, probabilmente, al fine di acquisire un maggior controllo sugli eventi della propria vita (Smith & Brodzinsky, 1994).

Aggressività, manifestazioni di rabbia o depressione, non comunicatività, non devono essere interpretati, quindi, esclusivamente come elementi patogeni del comportamento del minore adottato. Essi sono, in una certa misura, risposte adattive al disagio connesso all’emergente consapevolezza della propria condizione (Singer, 1990, cit. in Brodzinsky et al., 1993).

L’individuo che è stato adottato si trova, infatti, a dover superare una sfida evolutiva aggiuntiva rispetto ai suoi coetanei. Egli deve riuscire ad integrare, pian piano, il suo passato nel presente dell’adozione, per avere la possibilità di progredire verso il proprio futuro (Lifton, 2002).

2.2.3        La prima infanzia (0-2 anni)

Il neonato, nei suoi primi mesi di vita, manifesta il bisogno di percepirsi come unità non scissa dalla struttura materna, per poter acquisire gradatamente le capacità necessarie ad intraprendere il cammino di separazione da essa (Mahler, 1978).  Si trova, usando le parole di Neumann (1973), in una “fase embrionale extra-uterina”.

Egli, in effetti, non possiede ancora una struttura interna sufficientemente integrata, tale da permettergli di elaborare ed organizzare adeguatamente le esperienze e gli stimoli provenienti dall’ambiente circostante. Ha quindi bisogno di una persona che si offra come tramite tra e quella realtà caotica che non riesce a comprendere (Greenberg & Mitchell, 1986).

Chi si prende cura del piccolo deve essere capace di prevedere ed anticipare l’espressione delle sue esigenze, in modo da fargli sperimentare l’illusione di poter creare a suo piacimento ciò che desidera e di poter controllare il mondo in cui vive.  

Winnicott (1945, in Greenberg & Mitchell, 1986) pone l’esperienza di questo sentimento di onnipotenza alla base dello sviluppo di una personalità sana e solida e sostiene che “un bambino, che non ha avuto una persona che abbia messo insieme i suoi pezzi, parte con un handicap, nel cammino verso il suo obiettivo di integrazione di sé” (Winnicott, 1945, in Greenberg & Mitchell, 1986).

La deprivazione dalle cure materne, l’assenza di interazione reciproca madre-figlio e la conseguente mancanza di risposte ai segnali inviati dal bambino, producono, in quest’ultimo, una progressiva diminuzione dei tentativi agiti al fine di stabilire una comunicazione, nonché una graduale chiusura agli stimoli esterni. 

Il protrarsi di tale situazione può causare l’aggravarsi dei disturbi manifestati, fino alla comparsa di veri e propri sintomi fisici. Attraverso essi il neonato cerca di esternare la sofferenza psichica che gli deriva dal mancato contenimento empatico delle diverse parti di sé ad opera della figura materna (Fischetti, Croce & Hassan, 1999; Barletta, 1991).

Spitz (1945), sulla base di ricerche condotte all’interno di varie istituzioni infantili, è giunto persino a delineare uno specifico quadro sindromico, da lui definito “ospitalismo”. Il neonato, allevato dalla propria madre per i primi 3 mesi e privato successivamente della sua presenza, manifesta un significativo rallentamento motorio, impassibilità del volto e totale inerzia, con progressiva riduzione della crescita generale e innalzamento del rischio di mortalità nel primo anno di vita.

Tale situazione è però suscettibile di repentine modificazioni se vengono prontamente ripristinate le condizioni atte allo sviluppo psicofisico del piccolo individuo, fornendogli la presenza costante di un sostituto materno.

Ames (1997, cit. in Johnson, 2002), in un’accurata indagine epidemiologica condotta su bambini istituzionalizzati provenienti dalla Romania e adottati in Canada, ha evidenziato che quelli giunti prima dei 4 mesi mostravano, 3 anni dopo, prestazioni cognitive e sociali analoghe a coetanei canadesi non precocemente deprivati. Tale risultato assume ancor più rilevanza se si considera che il 78% di questi soggetti presentava, al suo arrivo, forti segni di ritardo evolutivo in tutte le aree testate (fini-grosso motoria, personale, sociale e del linguaggio).

Benoit, Jocelyn, Moddemann & Embree (1996), inoltre, riportano che bambini rumeni adottati quando avevano più di 6 mesi presentavano, un anno dopo, maggiori problemi nella crescita fisica rispetto ad individui provenienti da analoghe condizioni e posti in adozione prima di tale età.

Per questo motivo, quindi, i primi 6 mesi di vita sono spesso considerati il momento migliore per realizzare l’“innesto adottivo” e per facilitare l’integrazione del bambino nel nuovo nucleo familiare. I discordanti dati empirici presenti, a tal proposito, in letteratura (Hoksberger & ter Laak, 2000; Verhulst, Althaus & Versluis-den Bieman, 1990b), sono probabilmente dovuti al ruolo centrale giocato dai genitori adottivi in questa fase. La buona riuscita del processo sarà infatti in gran parte subordinata alla capacità, da loro dimostrata, di colmare i vuoti relazionali esperiti dal figlio, superando anche eventuali sentimenti di inadeguatezza conseguenti al fatto di non averlo procreato loro stessi.

A partire dal 6°-7° mese, il soggetto inizia a manifestare un legame preferenziale con una specifica figura di riferimento che è, solitamente, ma non sempre, rappresentata dalla madre. Il progressivo consolidarsi di tale attaccamento porterà il bambino a protestare ogniqualvolta ne verrà separato e a dimostrare un’accresciuta diffidenza di fronte a persone sconosciute, che non verranno più trattate indiscriminatamente e talora saranno persino temute (Bee, 1999; Schaffer, 1996). 

Recenti evidenze empiriche hanno però dimostrato che, non appena il bambino diviene in grado di instaurare un vincolo selettivo con un’altra persona, può dirigerlo verso più individui contemporaneamente.

Da uno studio di Schaffer & Emerson (1964a), condotto su un gruppo di 60 bambini seguiti fino ai 18 mesi di età, emerge infatti che un terzo dei soggetti rivolge il proprio attaccamento iniziale a più di una figura presente nel suo ambiente, alcuni persino a cinque. Sebbene la madre sia quella prevalentemente scelta, grande rilevanza è assunta anche dal padre, che acquisisce così un nuovo ruolo nella trama familiare. Tale tendenza appare accentuarsi con il trascorrere del tempo. A 18 mesi la differenza tra figura materna e paterna è in effetti notevolmente ridotta e si sono invece intensificati i rapporti con gli altri, sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare.

Attraverso lo strutturarsi di tali relazioni, e in funzione di esse, il bambino costruisce gradualmente la propria immagine di sé e intraprende il suo percorso verso l’autonomia, che lo porterà a separarsi dalle proprie figure di riferimento per raggiungere una personale individuazione.

In questo momento, l’atteggiamento della persona o delle persone che si prendono cura del bambino, è determinante anche al fine di garantire una corretta risoluzione della prima crisi psicosociale in cui egli si imbatte (Erikson, 1966), quella relativa allo sviluppo della fiducia o sfiducia di base. La costante soddisfazione delle sue esigenze farà sì che il soggetto possa sperimentare il mondo come prevedibile e se stesso come capace di agire modificazioni in esso.

L’individuo che, in questa fase, subisce il trauma dell'abbandono viene privato di tale possibilità e questo può minare la sua personalità emergente. I bisogni percepiti, infatti, falliscono nel ricevere una risposta adeguata e l’individuo si trova, improvvisamente, a dover far fronte a richieste e offerte che gli provengono dall’ambiente, sperimentando un senso di dolorosa impotenza, di impossibilità a controllare gli eventi della propria vita. Egli, d’altra parte, non possiede ancora le risorse necessarie per soddisfare tali domande. 

L’adozione può rappresentare, in questo momento, una possibilità di rinascita per il bambino, uno spazio in cui imparare a conoscere, accettare ed elaborare nuove figure di riferimento.

L’inserimento nel nucleo adottivo, però, può essere complicato dalle modalità di relazione che il bambino ha appreso dalle proprie esperienze precedenti. Egli, infatti, tenderà a riproporre, nell’interazione con i genitori adottivi, quegli stessi stili comunicativi, spesso disfunzionali, che hanno caratterizzato i suoi primi contatti col mondo esterno (Bowlby, 1982). Da ciò potranno scaturire incomprensioni e attriti che contribuiranno ad accrescere le iniziali difficoltà di comprensione reciproca. 

La qualità dei pattern di attaccamento, sviluppati all’interno della famiglia biologica, determina, inoltre, il diverso grado di disagio manifestato dal piccolo in seguito all’allontanamento da essa.

Di fronte al distacco reale dalla figura di riferimento, un bambino con un legame di tipo insicuro-evitante avvertirà, ad esempio, una profonda sofferenza, connessa all’incapacità di svincolarsi da un rapporto che non gli ha fornito alcuno strumento per l’acquisizione di un sano senso di fiducia nella sua persona e negli altri (Dell’Antonio, 1994).

Il dolore per le separazioni e le carenze subite, la paura di un nuovo abbandono, la difficoltà nel riuscire a fidarsi ancora di qualcuno, lasciano presumere che questi bambini siano destinati a sviluppare attaccamenti non ottimali all’interno della famiglia adottiva.

Tuttavia, i dati empirici finora a disposizione non supportano tale ipotesi (Peters, Atkins & McKernan McKay, 1999).

Singer, Brodzinsky, Ramsay, Steir & Waters (1985), utilizzando il paradigma della Strange Situation, hanno posto a confronto i pattern di interazione presenti tra madre e figlio in famiglie biologiche e adottive, distinguendo in quest’ultimo gruppo quelle in cui i bambini erano appartenenti alla stessa razza della madre da quelle in cui provenivano da altri Paesi. L’età all’adozione variava da 3 giorni a 10 mesi. I risultati emergenti mostrano legami di attaccamento complessivamente analoghi nei tre gruppi, con livelli moderatamente inferiori solo per i soggetti stranieri, fra i quali veniva registrato il 56% di attaccamenti insicuri rispetto al 26% presente nelle diadi non adottive.

L’aver già formato legami con altre figure significative, inoltre, non sembra precludere al soggetto la possibilità di strutturarne di nuovi (Schaffer & Emerson, 1964a), anche se il senso di perdita avvertito, e la conseguente disorganizzazione emotivo/comportamentale che ne deriva, possono incidere negativamente sull’individuo, creando uno svantaggio di partenza che necessita di maggiore attenzione per poter raggiungere risultati ottimali (Brodzinsky et al., 1993).

La presenza di disturbi nel comportamento di attaccamento è stata analizzata anche all’interno del più ampio progetto ERA (English and Romanian Adoptees), che ha coinvolto complessivamente 217 bambini, 165 provenienti dalla Romania e adottati in Gran Bretagna, e 52 nati e adottati nel medesimo Paese prima di aver raggiunto i 6 mesi di età. I soggetti appartenenti al primo gruppo avevano sperimentato in precedenza, senza alcuna eccezione, situazioni di profonda deprivazione generale, che spesso avevano incluso persino abusi fisici. Tali condizioni erano invece assenti nel gruppo di controllo.

I bambini rumeni, inoltre, erano stati suddivisi in due gruppi, in base all’età che avevano al loro arrivo: 111 giunti tra 0 e 24 mesi, 54 tra 25 e 42 mesi. Mentre per i primi e per i bambini inglesi erano state previste due rilevazioni successive, a 4 e 6 anni, per gli altri si disponeva di un’unica verifica, a 6 anni.

O’Connor, Bredenkamp, Rutter & the ERA Study Team (1999) hanno indagato i comportamenti di attaccamento nei soggetti stranieri più piccoli e nei controlli, somministrando interviste semistrutturate e questionari ai genitori e conducendo osservazioni dirette sui bambini all’età di 4 anni.

I risultati indicano che i disordini presenti (eccessiva superficialità nei rapporti, relazioni impersonali e raramente reciproche, scarsa consapevolezza dei confini interpersonali e conseguenti pattern interattivi inappropriati) sono positivamente associati con la durata della deprivazione, ma che un sostanziale numero di individui esposti a condizioni, anche prolungate, di severo disagio complessivo non esibisce alcun sintomo problematico.

Interessante è il fatto che tutti i bambini rumeni che, a 4 anni, mostrano segni di almeno moderate difficoltà relazionali, avevano evidenziato, al loro arrivo, ridotte abilità sociali. Ancor più rilevante è che, in alcuni casi, i problemi inizialmente dimostrati erano venuti scomparendo con il permanere nella famiglia adottiva.

Gli autori non hanno trovato nessuna correlazione significativa fra i disturbi dell’attaccamento registrati a 4 anni e i precedenti o correnti indici del livello cognitivo, dello stato evolutivo e della malnutrizione dell’individuo. E’ emersa invece un’evidente interazione con gli eventuali deficit dell’attenzione/iperattività riscontrati, ma non con altri disturbi del comportamento. I bambini con maggiori problemi relazionali manifestavano, inoltre, più difficoltà nell’interazione con i coetanei, anche se tale effetto appariva marcato solo in una minoranza di soggetti.

I diversi dati a disposizione hanno portato i ricercatori a concludere che il fattore critico determinante i disturbi dell’attaccamento può essere la mancanza di caregivers costanti e attenti ai bisogni del bambino, che limita la possibilità del soggetto di sviluppare vincoli selettivi. Tale lacuna verrebbe prontamente colmata dalle nuove figure genitoriali e dagli altri eventuali membri del nucleo adottivo.

Zeanah (2000), passando in rassegna le più recenti ricerche sull’argomento, ha rilevato che la permanenza in simili strutture può effettivamente accrescere il rischio del manifestarsi di disturbi dell’attaccamento. In particolare, alcuni bambini adottati dimostrano una socievolezza indiscriminata, che persiste a lungo anche dopo lo sviluppo di nuovi legami all’interno del nucleo adottivo. L’autrice conclude, però, sottolineando che la maggior parte dei soggetti studiati non sembra presentare specifici problemi nel comportamento sociale.

Tuttavia, alcuni autori sostengono che l’inserimento del minore nella famiglia adottiva e l’instaurarsi di solidi legami con essa possa venir complicato dalla minor similarità che questi presenta con i propri genitori, se confrontato con un figlio biologico. In uno studio esplorativo, ad esempio, Grotevant e McRoy (1990) hanno esaminato i fattori sottesi ai disturbi emotivi, che hanno richiesto trattamento residenziale, in adolescenti adottati prima dei 2 anni e coetanei cresciuti nelle proprie famiglie. Una problematica emergente solo dai dati concernenti i figli adottivi, sembra essere la scarsa compatibilità presente fra temperamento del bambino e contesto familiare. Gli autori, sulla base della teoria del “goodness-of-fit”, riconoscono come uno degli elementi di rischio per l’insorgere di eventuali psicopatologie, la ridotta armonia che può sussistere fra le caratteristiche del bambino adottato e quelle dell’ambiente di cui egli entra a far parte.

Malgrado altri dati empirici sembrino parzialmente sostanziare questa ipotesi (Peters et al., 1999), Schaffer (1996) fa notare che, seppur un attributo individuale tanto generale come il temperamento influenzi inevitabilmente il comportamento di ciascun soggetto, questo deve essere considerato solo come un fattore fra gli altri e non necessariamente il più determinante.

Hoksbergen & ter Laak (2000) hanno evidenziato il pericolo di una più alta incidenza di RAD (Reactive Attachment Disorder, DSM IV, 1995) nei soggetti adottati. I bambini con tale disturbo possono dimostrarsi inibiti e ipervigilanti, alternando a ciò ambivalenza e risposte contraddittorie alle interazioni sociali a loro dirette, oppure manifestare un attaccamento indiscriminato e diffuso. Si presume che tale patologia segua ad un’insufficiente attenzione per i bisogni emotivi e fisici del piccolo, nonché al continuo modificarsi della sua figura di riferimento principale. 

E’ immediato il riconoscere in queste condizioni le stesse a cui frequentemente un bambino è stato esposto prima di essere adottato. Ciò può portare ad avanzare rapide conclusioni, individuando possibili legami di causa-effetto fra i diversi fattori in gioco.

I dati presenti in letteratura, come precedentemente è emerso, non sembrano tuttavia fornire sufficiente sostegno a queste ipotesi, che paiono inoltre non tener conto degli ormai accertati effetti benefici che l’evento adottivo esercita sullo sviluppo generale dell’individuo.

Fergusson, Lynskey & Horwood (1995) hanno esaminato un gruppo di 1265 bambini neozelandesi, adottati alla nascita o cresciuti nella propria famiglia biologica, con uno o entrambi i genitori. I soggetti adottati, rispetto a quelli vissuti in nuclei monoparentali, appaiono disporre di condizioni più vantaggiose nel corso dell’infanzia. Fra queste, maggior quantità di esperienze ed opportunità educative, migliori cure sanitarie, più elevata stabilità familiare, interazioni più responsive e meno punitive con la propria madre e standard di vita più agiati. A 16 anni, questi individui mostrano un’alta incidenza di disturbi comportamentali di tipo esternalizzante (disordini oppositivi/di condotta, deficit attentivi/iperattività, uso di sostanze), che risulta comunque inferiore a quella dei soggetti con un unico genitore e a quella attesa sulla base del loro background. 

Non viene invece riscontrata alcuna differenza significativa relativamente alla sintomatologia internalizzante (ansia, depressione, sintomi psicotici). L’evento adottivo appare quindi agire come fattore protettivo sugli esiti evolutivi di bambini ad alto rischio.

Ad un’analoga conclusione sono pervenuti Bohman & Sigvardsson (1990) attraverso uno studio longitudinale condotto su quattro gruppi di bambini seguiti dalla nascita fino ai 23 anni. Vi erano inclusi, rispettivamente, individui immediatamente adottati, soggetti in affidamento a lungo termine, bambini allevati dalla propria madre biologica che aveva dato il consenso all’adozione e poi invece li aveva tenuti, e coetanei in famiglie biologiche intatte. I risultati derivanti dalle indagini effettuate a varie età (a 11, 15, 18 e 23 anni) dimostrano che i figli adottivi, pur manifestando inizialmente problemi di comportamento e di resa scolastica, risultano in seguito globalmente ben adattati e non mostrano significative differenze rispetto ai controlli, mentre si distinguono nettamente dai soggetti appartenenti agli altri due gruppi, che evidenziano esiti evolutivi molto peggiori.

Gli effetti positivi dell’adozione sullo sviluppo generale del singolo sono ulteriormente confermati dai dati emergenti dal progetto ERA sopra citato (O’Connor, Rutter, Beckett, Keaveney, Kreppner & the ERA Study Team, 2000). 

Al loro arrivo in Gran Bretagna, la maggior parte dei bambini rumeni presentava gravi livelli di ritardo evolutivo e cognitivo. La crescita fisica, sia nel peso che nell’altezza, era significativamente inferiore rispetto alla media prevista per l’età. 

La circonferenza della testa, misurata in punti z e denotante il grado di crescita del cervello, appariva notevolmente ridotta. Il 59% era gravemente, e il 15% moderatamente, ritardato dal punto di vista intellettivo. La prima rilevazione, a 4 anni, ha registrato una evidente ripresa complessiva, variabile in funzione dell’età al momento dell’adozione. I soggetti adottati tra 0 e 6 mesi mostravano infatti livelli cognitivi e di sviluppo fisico, paragonabili a quelli dei bambini inglesi non deprivati e chiaramente superiori a quelli arrivati tra 6 e 24 mesi. Questi ultimi comunque rientravano ora in un range normale, seppur collocandosi all’estremo più basso. Anche i pattern di comportamento quasi-autistico (difficoltà nelle relazioni sociali e nella comunicazione, intensi interessi circoscritti e anomalie nella percezione), presenti nel 6% dei bambini a 4 anni, apparivano notevolmente migliorati durante la seconda rilevazione, effettuata a 6 anni (Rutter, Andersen-Wood, Bekett, Bredenkamp, Castle, Groothues et al., 1999).

Analogamente, Marcovitch, Cesaroni, Roberts & Swanson (1995) hanno rilevato che le anomalie alimentari e del sonno, i comportamenti stereotipati, le difficoltà di attaccamento e di interazione con i pari, registrate in bambini rumeni adottati in Canada dopo l’istituzionalizzazione, tendevano a peggiorare con l’aumentare dell’età e a diminuire dopo l’inserimento nel nuovo nucleo.

E’ rilevante notare che il pattern di differenze emerse nello studio di O’Connor et al. (2000) permaneva invariato anche nell’indagine successiva, effettuata a 6 anni. Gli autori ne derivano l’ipotesi che l’influenza determinante del nuovo ambiente familiare agisca effettivamente solo per un limitato periodo di tempo, mentre le deprivazioni precoci continuano ad esercitare il loro peso più a lungo.

Tali conclusioni sembrano supportate dagli studi longitudinali effettuati sui bambini rumeni adottati in Canada (Le Mare, Vaughn, Warford & Fernyhough, 2001, cit. in Johnson, 2002). I punteggi cognitivi dei bambini adottati tra 8 e 24 mesi erano, 10 anni dopo, significativamente più bassi rispetto a quelli adottati precedentemente. Questi soggetti mostravano inoltre più scadenti prestazioni scolastiche, manifestando difficoltà di scrittura, lettura e abilità matematiche e una più alta frequenza di almeno una bocciatura nel proprio percorso accademico.

Ames (1997, cit. in Johnson, 2002), inoltre, riporta che, a 4 anni e mezzo, bambini rumeni adottati dopo un periodo di istituzionalizzazione superiore agli 8 mesi presentano indici di sviluppo fisico ridotti rispetto a quelli adottati prima dei 4 mesi e maggiori problemi comportamentali. L’autrice evidenzia anche il prodursi di un cambiamento nelle caratteristiche di questi ultimi. Mentre all’arrivo, infatti, erano predominanti comportamenti internalizzanti (rifiuto di cibi solidi, fallimento nel riconoscimento dei propri bisogni, atteggiamenti stereotipati, evitamento nella relazione con fratelli e coetanei), in seguito apparivano prevalenti quelli di tipo esternalizzante (aggressivtà, antisocialità, scarso autocontrollo, rabbia e modalità di azione oppositive).

2.2.4        La seconda infanzia (3-5 anni)

Nell’età prescolare, la centratura precedente sulle relazioni familiari viene gradualmente sostituita da una maggiore apertura del bambino al rapporto con il mondo circostante. Egli ha acquisito una maggiore indipendenza motoria e cognitiva, che gli garantisce una più ampia autonomia di movimento e di esplorazione della realtà, grazie anche alla sicurezza acquisita del sempre possibile ritorno al proprio ambiente protetto.

Il bambino che viene adottato a questa età vede interrompersi il filo che lo lega alle figure per lui più significative fino a quel momento. Non riesce a spiegarsi il perché dell’abbandono e, frequentemente, se ne attribuisce la colpa. Egli tende ad idealizzare le figure genitoriali perse e a vivere se stesso come “cattivo” e perciò rifiutato (Gruppo di ricerca sociale, 1981).

Il vissuto depressivo connesso a tale sensazione di disagio può tradursi in un eccessivo adattamento alle nuove domande avanzate dalla famiglia adottiva. Il bambino, infatti, per evitare ulteriori perdite, tende ad accettare totalmente il ruolo assegnatogli all’interno del nucleo di cui è entrato a far parte. Avverte la sensazione che tutto ciò che possiede sia dovuto ai genitori adottivi e quindi tende ad autocolpevolizzarsi eccessivamente e a mostrarsi sempre accondiscendente (McGinn, 2000).

Le precedenti esperienze con altre figure adulte possono inoltre avergli insegnato l’inutilità, e talora persino il pericolo, di esprimere sentimenti e desideri percepiti. 

In particolare, il soggiorno più o meno prolungato in un’istituzione assistenziale può aver contribuito ad incentivare nel soggetto una modalità di comportamento totalmente plasmata sulle richieste ambientali. Egli ha appreso che l’unico modo per ricevere accettazione e non subire punizioni è quello di assecondare norme e precetti che gli sono imposti, anche se non ne arriva a comprendere il significato. “La rinuncia a se stesso diventa paradossalmente il mezzo di essere considerato qualcuno” (Dell’Antonio, 1986).

Alcuni studi dimostrano però come tale situazione non sia irreversibile. Tizard & Rees (1974, 1975) hanno analizzato gli effetti dell’adozione, della restituzione alla propria madre biologica e della prolungata istituzionalizzazione su un campione di bambini che avevano trascorso i primi anni della loro vita in strutture assistenziali. 

Sono state effettuate 3 diverse valutazioni, a 4 ½, a 8 (Tizard & Hodges, 1978) e a 16 anni (Hodges & Tizard, 1989a, 1989b), conducendo osservazioni e interviste indipendenti ai genitori, al personale delle istituzioni coinvolte, agli insegnanti e, nell’ultima rilevazione, agli adolescenti stessi, per indagare lo sviluppo cognitivo, emotivo e comportamentale di questi individui. I soggetti adottati mostravano comportamenti sociali eccessivamente aperti all’altro, maggiore ansietà, minor popolarità scolastica, difficoltà nell’interazione con i pari e un ridotto numero di amici. Tuttavia dimostravano buone relazioni familiari e adeguati legami di attaccamento con i nuovi genitori. Rispetto agli altri due gruppi, si distinguevano significativamente per un minor numero di comportamenti problematici e antisociali, che risultavano particolarmente accentuati nei soggetti tornati con la propria madre biologica. Presentavano inoltre difficoltà di concentrazione, ma non evidenti ritardi cognitivi.

E’ necessario sottolineare, tuttavia, la particolare tipologia delle istituzioni infantili prese in considerazione nelle ricerche di Tizard e colleghi. In esse, infatti, era presente un buon rapporto numerico tra membri dello staff e bambini accolti, che garantiva la possibilità di una valida interazione fra loro. I principali bisogni fisici dell’individuo erano inoltre soddisfatti ed erano presenti in quantità sufficiente giochi e libri.

Questa potrebbe essere la spiegazione del pattern di risultati rilevato dagli autori, piuttosto che l’evento adottivo in sé.

Le repentine modalità di recupero dimostrate, in seguito all’inserimento in famiglie adottive, da bambini vissuti più di 2 anni in condizioni di profonda deprivazione fisica, sociale e cognitiva, sembrano però dimostrare che, anche a partire da situazioni così svantaggiose e a tale età, è possibile raggiungere livelli di sviluppo ottimale.

Rutter, Kreppner, O’Connor and the ERA Study Team (2001) rilevano che, a 6 anni, il 24% dei soggetti rumeni adottati tra i 24 e 42 mesi non evidenzia anormalità in nessuno dei 7 domini indagati (disturbi dell’attaccamento, inattenzione/iperattività, difficoltà emotive, caratteristiche autistiche, indebolimento cognitivo, problemi di condotta e di relazioni con i coetanei) e solo il 22% mostra anomalie in più di 3 domini.

Le aree maggiormente colpite, nel complesso, dalla precedente esperienza istituzionale appaiono quelle relative all’attaccamento, allo sviluppo cognitivo, all’inattenzione/iperattività e ai comportamenti quasi-autistici, mentre nelle restanti i soggetti adottati non mostrano prestazioni significativamente diverse dai controlli. I punteggi registrati in queste ultime, inoltre, non presentano, a differenza delle prime, alcuna correlazione con l’età all’arrivo in Gran Bretagna. 

Ciò porta a concludere che eventuali disagi successivamente riscontrati in esse non possono essere attribuiti alla prolungata istituzionalizzazione.

Gli autori avanzano l’ipotesi che ulteriori indagini potrebbero portare all’individuazione di uno specifico pattern problematico conseguente una simile precoce deprivazione. Tale conclusione trae origine dalla rilevazione di forti associazioni, in varie combinazioni, fra i problemi riscontrati nei suddetti ambiti più interessati.

Malgrado, quindi, l’ambiente familiare adottivo non possa garantire totalmente contro l’insorgenza di difficoltà nel percorso evolutivo, la maggioranza dei bambini più a lungo istituzionalizzati non mostra particolari problemi e solo una ridotta percentuale manifesta severe anomalie evolutive.

La permanenza in strutture assistenziali non è tuttavia l’unica vicenda traumatica che può aver costellato la vita preadottiva dell’individuo.  

Molti bambini, infatti, hanno storie di abusi, fisici e/o sessuali, e di grave trascuratezza. Barth & Berry (1988, cit. in Groza & Ryan, 2002) riportano che, sui 900 casi da loro analizzati di bambini adottati, il 60% era stato fisicamente, e il 33% sessualmente, abusato e l’80% trascurato.

Groza & Ryan (2002) hanno condotto uno studio comparativo fra 2 gruppi di figli adottivi, uno composto da bambini precedentemente istituzionalizzati provenienti dalla Romania e l’altro da soggetti americani con una precedente storia di abuso fisico e sessuale, riconosciuto o sospettato. I ricercatori hanno confrontato i problemi di comportamento presenti nei due campioni e hanno riscontrato una sostanziale similarità fra essi. Le uniche differenze statisticamente significative erano date dalle maggiori difficoltà sociali incontrate dal secondo gruppo e dalla più alta frequenza di soggetti compresi nel range clinico, a causa di problematiche legate al proprio aspetto fisico, nel primo gruppo. In entrambi i casi, era presente una forte correlazione fra le esperienze precedentemente vissute e i problemi di comportamento manifestati. Sebbene le fonti di stress siano state differenti, le loro conseguenze appaiono quindi pressocché identiche, causando ansietà e depressione, problemi attentivi, difficoltà sociali, aggressività e più generali disturbi di tipo esternalizzante/internalizzante.

Gli autori sottolineano la necessità di informare adeguatamente le famiglie relativamente a ciò ancora prima del collocamento preadottivo, in modo da renderle capaci di riconoscere tempestivamente le differenti manifestazioni di sofferenza del bambino e poter così individuare il modo migliore per aiutarlo a raggiungere un reale benessere psichico.

Ciò implica anche restituirgli, gradatamente, gli elementi mancanti della sua storia. I soggetti in età prescolare, infatti, tendono a ricordare gli eventi della propria vita in modo frammentario e in funzione delle emozioni più o meno intense ad essi connesse. Questo può indurli a rimuovere o distorcere le vicende relative ad esperienze particolarmente traumatiche o ansiogene, come quelle connesse al loro abbandono. Se l’adulto collude con le difese messe in atto dal piccolo, assecondando la sua strategia di evitamento, non gli fornirà gli strumenti atti ad una sana elaborazione dei contenuti più dolorosi e frustranti del suo passato. Il bambino potrà infatti tendere sempre più a negare a se stesso determinati pensieri che continuano, peraltro, a sussistere a livello inconscio, provocando disagio ed inibendo la possibilità di una comunicazione reale all’interno del nucleo familiare (Dell’Antonio, 1994). Come ulteriore conseguenza, il soggetto può avvertire problemi, in seguito, nel percepirsi in un tempo e in uno spazio definito, sperimentando una sorta di “vuoto d’origine” (Fischetti, Croce & Hassan, 1999). Egli può anche progressivamente sostituire la realtà in cui è concretamente cresciuto fino all’adozione con un mondo immaginario, in cui ogni cosa appare perfetta (De Rienzo, Saccoccio, Tonizzo & Viarengo, 1999).

E’ infine interessante evidenziare quanto emerge da uno studio di Duyme, Dumaret & Tomkiewicz (1999), che mostra come l’adozione possa rappresentare un’occasione di positivo recupero anche nel caso di bambini abusati e/o trascurati nel corso della propria infanzia. Gli autori hanno indagato il modo in cui il cambiamento ambientale, verificatosi in seguito all’adozione e definito sulla base dello status socio-economico dei genitori adottivi, può influire sullo sviluppo cognitivo di soggetti precocemente deprivati e con un basso QI (tra 60 e 86). I 65 bambini compresi nel campione, adottati tra i 4 e i 6 anni, mostravano complessivamente, alla seconda rilevazione effettuata tra gli 11 e i 18 anni, un significativo incremento nelle proprie prestazioni cognitive, che appariva inoltre positivamente correlato al livello socio-economico della famiglia adottiva. Anche se i livelli di QI raggiunti permanevano al di sotto della media generale della popolazione di riferimento, il miglioramento registrato risulta comunque rilevante data la svantaggiosa condizione di partenza dei soggetti in esame.

2.2.5        La terza infanzia (6-12 anni)

Il passaggio all’età scolare determina l’ingresso nel periodo della latenza. In questa fase il bambino inizia a vedere i propri genitori in un’ottica più realistica, grazie anche alla maggiore disponibilità di confronto che gli deriva dall’entrare in relazione con un numero sempre più ampio di figure adulte. Egli viene a perdere così le aspettative di magica onnipotenza che aveva riposto in loro. Per elaborare tale disillusione, modifica in modo fantasmatico le immagini parentali, dando origine al proprio “romanzo familiare” (Freud, 1909, cit. in McGinn, 2000). 

Fantastica perciò di essere stato separato o sottratto ai suoi veri genitori, che egli tenderà ad idealizzare dipingendoli come personaggi eroici o dotati di particolari caratteristiche.

Nell’individuo adottato, il normale superamento evolutivo di simili pensieri può essere ostacolato dalla peculiarità della propria esperienza. 

Egli riconosce, infatti, l’esistenza concreta di un’altra coppia di genitori nel suo passato e tale consapevolezza può generare in lui confusione nel tenere distinti gli elementi reali da quelli puramente fantasticati. Potrà formarsi un’immagine totalmente negativa dei propri genitori biologici, assolvendo quelli adottivi, oppure potrà attribuire ai primi unicamente valenze positive, reputandoli capaci di soddisfare ogni suo desiderio (Brinich, 1990; Barletta, 1991).

Bertocci & Schechter (1987) sostengono che il soggetto, in effetti, tende ad oscillare da una posizione all’altra in funzione delle specifiche contingenze della propria vita. 

Tenderà a rifugiarsi più frequentemente nell’immagine idealizzata dei genitori naturali soprattutto quando si troverà ad affrontare situazioni di convivenza particolarmente problematiche nel nucleo adottivo (Barletta, 1991). Se i genitori adottivi, ad esempio, non riusciranno ad accettare il figlio nella sua interezza, tendendo a rifiutare parti della sua storia personale, egli sarà portato a sentirsi scisso, riconoscendo alcuni aspetti di sé come validi e altri come detestabili. Potrà allora fare ricorso ai fantasmi dei propri genitori biologici, che avrà creato idealmente perfetti, per recuperare così la fiducia in se stesso che il suo ambiente familiare non è in grado di assicurargli (Gruppo di ricerca sociale, 1981).

La fanciullezza è anche il momento in cui il soggetto, entrando a scuola, mette alla prova le certezze fino ad allora acquisite. Egli deve dimostrare, infatti, di possedere determinate competenze per poter ottenere l’approvazione altrui e stabilire relazioni soddisfacenti con i suoi pari. Se non riesce in tale compito, può sviluppare internamente un senso di incapacità e di inferiorità (Erikson, 1966).

Brodzinsky, Schechter, Braff & Singer (1984) hanno indagato, attraverso le valutazioni effettuate da madri e insegnanti, l’adattamento scolastico e psicologico in un campione di 260 bambini, adottati e non, di età compresa tra i 6 e gli 11 anni. I primi mostravano più difficoltà psicologiche e minor competenza sociale rispetto ai coetanei, dai quali si differenziavano anche per le più scarse prestazioni accademiche e i maggiori problemi connessi con l’adattamento scolastico. Gli autori sottolineano, tuttavia, che, sebbene i due gruppi differissero significativamente, gli adottati facevano comunque registrare punteggi che rientravano entro il normale range di misure comportamentali e di personalità.

L’analisi successivamente effettuata sugli stessi soggetti (Brodzinsky, Radice, Huffman & Merkler, 1987) ha portato però i ricercatori a concludere che gli adottati presentano in realtà non solo una più frequente sintomatologia psicologica e comportamentale, ma che questa può anche raggiungere gravi estremi di maladattamento. In particolare, i maschi facevano registrare una più alta incidenza di comportamenti iperattivi e scarsa comunicatività, mentre le femmine riportavano depressione, aggressività e iperattività. Gli autori spiegano tale evidenza sostenendo che un figlio adottivo si trova a dover risolvere compiti evolutivi aggiuntivi rispetto a quelli dei suoi coetanei e questo può esporlo al rischio di incontrare maggiori difficoltà nell’affrontare le proprie sfide psicosociali.

Un bambino adottato in età scolare, ad esempio, dispone probabilmente di legami di attaccamento inefficaci, che non gli offrono una “base sicura” su cui poggiare. 

Ha bisogno, quindi, di riscoprire punti fermi all’interno della famiglia che lo accoglie, cercando di elaborare il dolore connesso alla dissoluzione del proprio nucleo familiare originario. In questo processo di transizione rivestono un ruolo fondamentale le attenzioni fornite al piccolo dalle sue nuove figure di accudimento. 

Da un recente studio longitudinale (Ammaniti & Speranza, 2002) condotto su 35 coppie madre-bambino, analizzate a 12-14 mesi, a 5,6 e a 10 anni, è emerso che gli eventi negativi a cui un soggetto è stato esposto dalla prima infanzia alla preadolescenza, rappresentano il principale e più potente agente di cambiamento del suo schema di attaccamento. Lo specifico effetto generato, però, è mediato dalla trasformazione delle modalità di cura agite in quel momento dai genitori nei confronti del figlio. Le autrici hanno infatti rilevato una concordanza tra misure dell’attaccamento del bambino e categorizzazione della madre sulla base dell’Adult Attachment Interview sia a 1 che a 5 anni. Ciò avviene perché le relazioni interpersonali costituiscono un fattore operativo in grado di determinare influenze reciproche fra gli attori della comunicazione. In queste interazioni, il modello interno della madre, o della specifica figura di riferimento, sembra esercitare il peso maggiore nel guidare il futuro evolversi del comportamento sociale dell’individuo (Attili & Vermigli, 2002).

D’altra parte, è necessario ricordare che anche le vicende che hanno caratterizzato la storia preadottiva del bambino possono contribuire ad inficiare le sue attitudini sociali.

Pinderhughes (1998) ha analizzato l’outcome a breve termine di soggetti adottati a partire dai 5 anni, con l’obiettivo di investigare il modo in cui le vicende precedenti l’adozione ne influenzassero l’adattamento 2 anni dopo. Sono stati utilizzati 2 gruppi di controllo, rispettivamente, bambini adottati nell’infanzia e soggetti cresciuti nella propria famiglia biologica, in entrambi i casi con analogo status socio-economico degli adottati. Dai risultati emerge che la soddisfazione generale del bambino adottivo non correla con quella dei genitori ed è fortemente predetta dalle esperienze vissute precedentemente. Appare interessante il dato relativo alla correlazione riscontrata fra stabilità parentale nel nucleo originario e successivo adattamento emotivo del bambino. Tanto più, infatti, i genitori biologici erano riconosciuti avere una buona armonia di coppia, tanto meno positivo era l’esito del processo adottivo per il figlio. I soggetti adottati più precocemente, infine, mostravano maggiori competenze sociali ma più problemi di tipo internalizzante.

Dalla rassegna di nove studi empirici, che si sono occupati di analizzare il tema del fallimento adottivo e i fattori ad esso relati, emerge, inoltre, che specifiche vicissitudini preadottive del minore sono più frequentemente associate con una maggiore probabilità di fallimento adottivo. Problemi di comportamento, difficoltà psicologiche, un elevato numero di spostamenti precedenti, storie di abusi fisici e/o sessuali, trascuratezza, accrescono infatti il rischio della non riuscita dell’inserimento adottivo (Festinger, 1990).

Erich & Leung (2002) hanno indagato l’impatto della tipologia di abuso, subito dal minore, sul funzionamento successivo del nucleo adottivo in un gruppo di 52 famiglie, utilizzando come fonte dei dati i resoconti dei genitori. Fra questi, quelli con figli adottivi che hanno storie di abusi fisici e/o sessuali, o un maggior numero di abusi complessivi, riportano un più basso livello di funzionamento familiare rispetto a quelli che hanno adottato un bambino con solo una storia di trascuratezza. Tale differenza, però, non sembra predire i disturbi comportamentali manifestati, dopo l’adozione, dal bambino. Ciò contrasta con le numerose indagini empiriche, presenti in letteratura (Erich & Leung, 2002), che riportano invece un’alta incidenza di disordini comportamentali in soggetti abusati. Smith & Howard (1994), sulla base dei loro studi, hanno ad esempio individuato specifici problemi che si registrano, più frequentemente, in soggetti adottati dopo un riconosciuto periodo di abusi sessuali, come ad esempio una maggiore propensione a mentire, acting out di tipo sessuale, vandalismo e difficoltà di attaccamento. Probabilmente tale discrepanza di risultati è da attribuire al fatto che, nello studio di Erich & Leung (2002), non si tiene conto dell’intensità e della durata dell’abuso, ma solo della sua esistenza, ottendendo quindi dati necessariamente parziali.

Nella ricerca citata, gli autori hanno analizzato anche l’effetto, sulla famiglia, dell’adozione di gruppi di fratelli. I genitori riportano, in questo caso, un minor numero di problemi di comportamento nei figli ma anche un più basso tenore di funzionamento familiare, rispetto ai nuclei con un solo bambino. I ricercatori sostengono che ciò possa essere dovuto al fatto che, malgrado l’adozione congiunta di fratelli/sorelle possa avere un benefico effetto sul bambino, può richiedere però sforzi aggiuntivi di gestione da parte della coppia parentale. La famiglia adottiva sembra però essere capace, in tale situazione, di utilizzare al meglio le risorse di cui dispone. Da uno studio condotto da Festinger (1986) su un ampio campione di bambini adottati dopo i 6 anni di età, emerge, infatti, una sovrarappresentazione di fallimenti nei casi in cui l’adozione aveva comportato la separazione di gruppi di fratelli.

L’ingresso a scuola determina poi un più frequente contatto con i coetanei, che stimolerà inevitabilmente il bambino ad operare confronti fra la propria famiglia e quelle degli altri. Grazie al recente passaggio al pensiero operatorio concreto, egli dispone ora di più evolute abilità cognitive. E’ infatti in grado di decentrarsi dai propri pensieri, superando l’egocentrismo precedente, e di afferrare il concetto di reversibilità (Piaget, 1967). Ciò gli permette di divenire sempre più consapevole delle differenti modalità con cui si è venuto costituendo il nucleo familiare in cui vive (Brodzinsky et al., 1984).

Appare chiaro, in conclusione, come l’adozione di un soggetto in età scolare possa essere esposta a più elevati rischi, dato il maggior numero di fattori in gioco. Questo non vuol dire, però, che debba necessariamente fallire, anche se si verifica in conseguenza di vicende profondamente traumatiche per il minore.

Ne è conferma lo studio condotto da Dennis (1973, cit. in Schaffer, 1996) su bambini cresciuti, per i primi 6 anni della propria vita, in orfanotrofi in cui erano stati soggetti ad una drastica assenza di cure adeguate al loro sviluppo psico-fisico. Avevano vissuto, infatti, senza adeguate figure adulte con cui parlare, giocare o dalle quali essere prese in braccio. 

Avevano poche possibilità di esplorare il proprio ambiente, muovendosi da soli per la stanza e le stimolazioni in esso presente erano ben al di sotto di quelle desiderabili. Il loro quoziente evolutivo, registrato dall’autore all’inizio del primo anno e alla fine, mostrava evidenti decrementi: a 12 mesi questi soggetti avevano prestazioni analoghe a coetanei di 6 mesi non deprivati. Tale ritardo sembrava inoltre accentuarsi in funzione della permanenza in istituto, tanto che a 21 mesi più della metà dei bambini non era in grado di stare seduta da sola e il 15% non aveva appreso ancora a camminare all’età di 3 anni.

Quando, a 6 anni, alcuni di loro sono stati accolti da famiglie adottive, hanno mostrato un rapido recupero, riuscendo a raggiungere quozienti intellettivi adeguati per l’età nella successiva adolescenza.

Analogamente, Kadushin (1970, cit. in Sharma, McGue & Benson, 1996), nel suo studio sui bambini abusati o trascurati adottati dopo i 5 anni di età, ha evidenziato che la maggior parte dei genitori adottivi si dimostrava soddisfatta della propria decisione di adottare, riportando una situazione familiare favorevole, senza eccessive problematiche emergenti.

2.2.6        L’adolescenza (12)

L’adolescenza costituisce un momento particolarmente critico nello sviluppo di ciascun individuo. Comporta, infatti, il riattualizzarsi di tutte le sfide precedentemente affrontate, costringendo il ragazzo ad uno sforzo di sintesi e superamento di ogni traguardo evolutivo fino ad allora raggiunto. L’esito finale di tale processo sarà la fine della condizione infantile e il passaggio definitivo all’età adulta, lungo un percorso di separazione e individuazione che richiama quello realizzato nei primi anni della propria esistenza.

Ora, però, il soggetto deve compiere un passo ulteriore, ovvero allontanarsi dalla realtà familiare per inserirsi gradualmente in un contesto sociale più ampio.

E’ determinante, a tal fine, la capacità di risolvere il conflitto emergente tra il bisogno di acquisire una sempre maggiore autonomia, emotiva e cognitiva, e la paura di non poter più godere delle certezze presenti nell’ambiente protetto della famiglia (Hoopes, 1990).

L’adolescente viene ad assumere progressivamente nuovi ruoli, a cui sono associate diverse aspettative e maggiori responsabilità familiari e sociali (Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, 2002).

I legami di attaccamento instaurati con le figure parentali devono subire una progressiva riorganizzazione interna in funzione della maggiore apertura dell’individuo alla creazione di nuovi vincoli extra-familiari. I genitori continuano a rappresentare una base sicura a cui fare ritorno in situazioni particolarmente problematiche, ma il rapporto con essi diviene sempre più simmetrico e sempre meno fondato sulla necessità di avere fisicamente vicino una persona per avvertirne la presenza (D’Isidori, Tambelli & Zavattini, 2002).

Questo riflette le accresciute risorse mentali di cui l’adolescente inizia a disporre. 

Egli è in grado di muoversi nel mondo del possibile e formulare così ipotesi sul proprio futuro. Diviene meno intransigente, imparando a riconoscere le diverse alternative presenti in un dato contesto. Sa attuare ricerche sistematiche per pervenire alla risoluzione di una specifica questione. Conosce la logica deduttiva e può quindi trarre inferenze da principi universali (Bee, 1999).

In una simile fase di rivoluzione generale, l’adozione di un minore comporta un evento molto delicato ed esposto ad evidenti rischi.

Il soggetto presenta infatti un modo di essere ormai consolidato, che è stato condizionato negativamente dalle ripetute esperienze di disagio che hanno presumibilmente costellato la sua esistenza.

Il primo incontro tra figlio e genitori adottivi può essere quindi dominato da una sensazione di estraneità reciproca, a causa del riconoscimento delle diversità presenti nella triade appena formata.

La difficoltà maggiore incontrata dall’adolescente è quella di riuscire a sostituire le proprie aspettative, formatesi sulla base dei contatti avuti con altre figure adulte, con la realtà della nuova condizione in cui si trova. Deve imparare a fidarsi di nuovo di chi lo circonda, riuscendo a superare il timore di venirne ancora deluso (Dell’Antonio, 1986).

Le richieste di adattamento avanzate dal nucleo familiare contrastano poi con le spinte verso l’indipendenza che egli avverte crescere in . Ciò ostacola una corretta integrazione del gruppo adottivo, inficiata anche dalla possibile sussistenza di legami particolarmente stretti e strutturati con le precedenti figure di riferimento individuate (Festinger, 1990).

All’inizio, il ragazzo può tendere frequentemente a parlare delle proprie origini, spesso arricchendole di particolari non veritieri. Questo atteggiamento risponde al bisogno di mantenere una continuità interna laddove l’individuo si trova catapultato in una dimensione sconosciuta e, come tale, ansiogena (Dell’Antonio, 1986).

Possono emergere vissuti depressivi associati a sentimenti abbandonici e di rifiuto, conseguenti la rottura del rapporto con i genitori biologici. Il ragazzo può anche manifestare un’apparente totale indifferenza alle vicende che lo riguardano, dopo aver inizialmente reagito con espressioni di rabbia e aggressività (Barletta, 1991; Gruppo di ricerca sociale, 1981).

Questi fattori sono probabilmente alla base della più alta incidenza di problematiche registrata in individui adottati dopo i 10 anni di età. 

Sharma et al. (1996) hanno esaminato l’influenza dell’età all’adozione sull’adattamento emotivo e comportamentale in un esteso campione di adolescenti adottati in 35 differenti Paesi degli Stati Uniti. I 4682 soggetti, su cui si è basato lo studio, sono stati suddivisi in quattro gruppi in funzione dell’età: 0-1, 2-5, 6-10, >10. 

I risultati emergenti dimostrano che, all’aumentare dell’età, si assiste ad un parallelo incremento delle difficoltà registrate. In particolare, mentre il primo gruppo non differisce significativamente dal controllo, quello dei più grandi mostra punteggi anomali su 10 dei 12 fattori indagati, con effetti statisticamente maggiori su 8 di essi (uso di droghe lecite/illecite, emozionalità negativa, atteggiamenti antisociali, ottimismo, uso di anfetamine, adattamento scolastico e relazioni genitoriali). Gli altri due gruppi si collocano invece ad un livello intermedio fra questi due estremi e non presentano significative differenze l’uno dall’altro.

Nello studio precedentemente condotto dagli stessi autori sul medesimo campione, è stata inoltre rilevata un’interazione significativa fra sesso dell’individuo e prestazioni manifestate. I maschi adottati mostrano infatti una più alta incidenza di uso di droghe illecite e più frequenti atteggiamenti antisociali, entrambi comportamenti di tipo esternalizzante, in accordo con quanto riportato da Fergusson et al. (1995). Le prestazioni complessive di questi soggetti, inoltre, appaiono differenziarsi dai controlli in modo statisticamente più significativo di quanto non accada per le ragazze adottate.

Verhulst et al. (1990b), inoltre, riconoscono una specifica interazione fra i fattori sesso ed età. Dall’analisi condotta su un ampio numero di adolescenti adottati, di età compresa fra i 10 e i 15 anni, emerge infatti che, fra quelli posti in adozione più tardi, i maschi mostrano un più alto livello di delinquenza, non comunicatività e iperattività, mentre le femmine una maggior frequenza di depressione e di altri disturbi di tipo emotivo, in base a quanto riportato dai loro genitori.

E’ infine rilevante evidenziare, a tal proposito, che Festinger (1986), nello studio già citato, riporta un’incidenza, significativamente più alta, di fallimenti adottivi, fra i soggetti che hanno fatto ingresso nel nuovo nucleo dopo gli 11 anni rispetto a quelli adottati prima di tale età, senza riconoscere alcuna associazione con le variabili sesso e razza.

L’adolescenza rappresenta comunque un banco di prova anche per quei soggetti che hanno sperimentato l’evento adottivo in epoche più precoci della propria vita. Infatti “non ci si può separare se prima non si è appartenuti […]” (Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, 2002) e ciò significa che ciascun individuo adottato dovrà scontrarsi con la presenza di due differenti coppie di genitori, fra loro contrapposte, prima di poter raggiungere un senso di identità ottimale.

Miller, Farr, Christensen, Grotevant & von Dulmen (2000) hanno posto a confronto, attraverso l’utilizzo di un questionario autosomministrato a scuola, il comportamento di un ampio numero di adolescenti adottati e non. I risultati mostrano un peggior esito dei primi rispetto ai secondi, anche se la differenza riscontrata appare essere ridotta. In particolare, gli adottati fanno un più largo uso di droghe lecite/illecite, di alcool e fumo, presentano una minor attitudine alla scuola e una più frequente assenza immotivata da essa, tendono a mentire più spesso ai propri genitori e a scontrarsi con loro. Mostrano inoltre una limitata autostima e più diffusi problemi emotivi. Dallo studio emerge che le principali anomalie sono riscontrate in 2 fasce di età, fra 10 e 13 anni e fra 17 e 19, e sono più significative nei soggetti maschi.

Versluis-den Bieman & Verhulst (1995) hanno utilizzato self-report e interviste dirette ai genitori per indagare il funzionamento comportamentale in soggetti, tra i 14 e i 18 anni, provenienti dall’adozione internazionale. I dati che ne derivano evidenziano che il 22% dei ragazzi e il 18% delle femmine mostrano comportamenti devianti rispetto ai controlli, soprattutto relativamente agli atteggiamenti delinquenziali, ai comportamenti esternalizzanti/internalizzanti e alle manifestazioni di aggressività. I maschi presentano problemi complessivamente maggiori se confrontati con le ragazze adottate.

Gli autori sottolineano che, sebbene questi soggetti siano stati esposti a deprivazioni di vario genere nel corso della propria infanzia (deficienze nutritive, mancanza di adeguata stimolazione psico-affettiva, assenza di opportunità di sviluppare positivi attaccamenti ad altri), questi fattori non possono da soli spiegare le evidenze riscontrate né tantomeno giustificare il buon adattamento presente in una larga parte del campione.

Rilevano, inoltre, che, rispetto alla valutazione effettuata 3 anni prima su una porzione più estesa di questo stesso gruppo (Verhulst et al., 1990a, 1990b), si è verificato un incremento nei disturbi comportamentali presenti (Verhulst, F.C. & Versluis-den Bieman, H.J.M., 1995), secondo un trend evolutivo in netto contrasto con quanto riportato in letteratura (Bohman & Sigvardsson, 1990; Hodges & Tizard, 1989).

A partire da simili evidenze, gli autori deducono l’ipotesi che il pattern di risultati trovato possa essere spiegato dallo specifico momento evolutivo attraversato dai soggetti in esame.

Stein & Hoopes (1985), sulla base di un’analisi, condotta all’interno di un più ampio studio longitudinale su un gruppo di 91 adolescenti adottati e non, pervengono ad una diversa conclusione. I due gruppi di soggetti, infatti, indagati attraverso differenti strumenti di valutazione, non mostrano significative distinzioni per quanto concerne la formazione dell’identità, ovvero una delle principali sfide presenti nel corso dell’adolescenza, evidenziando quindi una buona capacità di superare senza problemi le specifiche difficoltà evolutive proprie di questo periodo.

Il graduale verificarsi del distacco dalle figure genitoriali può incidere, in effetti, in modo particolarmente accentuato sull’individuo adottato, facendogli esperire il bisogno pressante di sentirsi inserito stabilmente in uno specifico nucleo familiare. 

Questo può stimolare l’adolescente a ricercare similarità fisiche e psicologiche fra sé e i membri della propria famiglia, appurando così ben presto l’assenza di somiglianze con i genitori adottivi. Egli può sperimentare, in conseguenza di ciò, un senso di incompletezza, di inadeguatezza e di deficienza complessiva. Ha stabilito con loro legami di attaccamento più o meno buoni, ma non riesce ugualmente a sentirsi assimilato alla famiglia a cui legalmente e affettivamente sa di appartenere. Si percepisce disconnesso dalla realtà e intrinsecamente diverso dai propri coetanei, rilevando lo svantaggio che presenta, in quanto adottato, nei loro confronti (Schechter & Bertocci, 1990).

Il desiderio di superare il disagio avvertito a causa di tutto ciò può spingere il soggetto alla ricerca delle proprie origini.

Nello studio precedentemente citato di Stein & Hoopes (1985), il 32% dei soggetti intervistati, che dichiara di desiderare avere informazioni concernenti i propri genitori biologici, tende a percepirsi, rispetto alla restante parte del campione indagato, come maggiormente differente, nell’aspetto fisico, dalle figure parentali adottive.

Analogamente, Bertocci & Schechter (1987) riportano che, dei 94 individui indagati nel proprio studio, il 60% riconosce nella mancanza di somiglianze fisiche con i genitori adottivi un forte elemento di disagio e una motivazione alla ricerca. Inoltre, il 56% dice di percepirsi diverso da loro anche sotto il profilo psicologico e di personalità.

Molto spesso questo percorso a ritroso viene compiuto puramente ad un livello simbolico e può dirsi concluso anche se non ha portato ad un ricongiungimento con i genitori naturali (Brodzinsky et al., 1993). Altre volte, è finalizzato alla loro effettiva localizzazione, mosso da una volontà di riunione con le perdute figure parentali (Schechter & Bertocci, 1990).

In entrambi i casi, può essere interpretato come un tentativo di recupero della continuità tra passato e presente, come un’opportunità per riassumere il controllo della propria esistenza, come un mezzo attraverso cui sanare la distanza percepita fra sé e gli altri e recuperare un corretto collegamento con la dimensione umana. (Brodzinsky et al., 1993).

In alcuni casi, l’individuo può ricorrere a ciò per sedare sentimenti aggressivi e riprovevoli diretti verso se stesso. Egli può viversi come intrinsecamente cattivo, difettoso e, perciò non accettato, specialmente se è pervenuto ad un’idealizzazione del genitore naturale per renderne meno definitivo il rifiuto (Dell’Antonio, 1986). 

Può presentare disturbi nella relazione con la propria immagine corporea se fa risalire ad essa la causa del suo allontanamento dai genitori biologici. Scoprire i motivi alla base del suo abbandono può aiutarlo ad instaurare un miglior rapporto con se stesso. Nel validare ciò che è stato, diviene possibile proiettarsi, fisicamente e psicologicamente, verso il futuro, verso ciò che potrà essere  (Schechter & Bertocci, 1990; Brodzinsky et al., 1993).

Schechter & Bertocci (1990), passando in rassegna 12 studi che si sono occupati di analizzare il tema della ricerca delle origini in soggetti adottati, concludono che il verificarsi dell’effettiva riunione ha prodotto sostanzialmente esiti positivi sugli individui, migliorando anche la relazione con i propri genitori adottivi.

Nel loro studio (1987), inoltre, gli autori rilevano che gli intervistati che hanno acquisito almeno parte delle informazioni cercate relativamente al proprio passato, riportano un marcato cambiamento positivo nella propria vita. Esprimono infatti un’accresciuta autostima e una maggiore fiducia in se stessi. Alcuni, poi, fanno esplicito riferimento all’importanza che il riconoscersi simile a qualcuno ha avuto sulla trasformazione del rapporto con la propria dimensione corporea e con se stessi. 

Altri, infine, sostengono di aver superato una sorta di impasse nel percorso della loro vita.

Simili evidenze spingono inevitabilmente a riflettere sulle recenti disposizioni legislative in merito alla possibilità di accesso, per i figli adottivi, ai fascicoli concernenti la propria storia passata. La legge 28 marzo 2001, n°149, “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n°184, recante ‘Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori’ nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile”, ha infatti apportato modifiche sostanziali alla legislazione in materia. 

L’articolo 28, in essa presente, prevede difatti il diritto, per il minore adottato, di venire a conoscenza di ciò che riguarda le proprie origini una volta raggiunti i 25 anni, o alla maggiore età qualora dovessero sussistere “gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica” (art. 28, comma 5).

Da ciò è emerso un acceso dibattito, tuttora in corso, fra chi sostiene l’inammissibilità di tali misure e chi, invece, afferma la necessità della loro esistenza.  

In particolare, l’ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie) sottolinea il rischio di attribuire eccessiva rilevanza ai legami di sangue, che appaiono così indissolubili, con la diretta conseguenza di porre in secondo piano l’importanza dei rapporti affettivi ed educativi sviluppati all’interno del nucleo adottivo. Dal momento che l’adozione rende un individuo figlio legittimo, a tutti gli effetti, di quella data coppia, appare incomprensibile, per i membri dell’ANFAA, che venga disciplinata giuridicamente l’opportunità, per l’adottato, di stabilire un contatto con le precedenti figure genitoriali. Ciò viene percepito come un’ingerenza nel privato di ogni famiglia e come una sorta di relegazione del ruolo dei genitori adottivi a semplici persone allevatrici.

Dall’altra parte, c’è chi ricorda che l’affermazione di un diritto non implica necessariamente il dovere di utilizzarlo. Il proprio passato riguarda solo l’adottato e sua deve essere la scelta di avvicinarsi o meno ad esso. Ciò non deve essere visto sempre come indice di difficoltà di adattamento familiare o di relazione con i membri del proprio nucleo. Può nascere invece da un'esigenza avvertita dentro sé, come una sorta di bisogno di colmare un vuoto. E’ questa, ad esempio, la posizione di un cospicuo numero di figli adottivi che si sono riuniti per dare vita ad un sito Internet FAEGN (Figli Adottivi e Genitori Naturali), specificatamente indirizzato alla trattazione di questi temi. Molti, fra loro, sostengono di non ambire a recuperare una relazione con i propri genitori biologici, ma solo di desiderare di trovare risposte alle personali domande emerse.

Data la continua accentuazione sulla priorità del benessere del minore e sulle modalità per garantirlo, è evidente l’urgenza di indagini più accurate, in Italia, per sondare l’effettiva validità delle nuove trasformazioni legislative.

E’ tuttavia chiaro, a parere di chi scrive, che sia impossibile stabilire con certezza cosa possa essere meglio per ciascun singolo caso, contraddistinto da vicissitudini non paragonabili a nessun altro. Il pericolo che viene avvertito, inoltre, è quello di porre troppa attenzione al punto di vista degli adulti implicati nella vicenda adottiva, malgrado la continua sottolineatura dell’importanza della tutela del minore nella fase di formulazione delle leggi relative all’adozione. Tale perplessità emerge, ad esempio, dal riconoscimento di una contraddizione interna presente nell’articolo 28 della legge citata. Nel comma 6, infatti, viene sancito che il Tribunale per i minorenni, ricevuta l’istanza di richiesta di accesso ai fascicoli di un dato minore, procede all’audizione di quanti ritiene opportuno per valutare che l’acquisizione di tali notizie “non comporti grave turbamento all’equilibrio psicofisico del richiedente”, cercando di non arrecare danno di alcun genere, quindi, all’adottato in oggetto. Il comma 8, tuttavia, riporta che “l’autorizzazione non è richiesta per l’adottato maggiore di età quando i genitori adottivi sono deceduti o divenuti irreperibili”, senza fare nessun riferimento all’individuo adottato o all’impatto su questi delle informazioni ricevute. Ciò porta ancor più a riflettere se si considera che, data l’assenza dei genitori adottivi, il figlio può, presumibilmente, avere un punto di appoggio minore per elaborare i contenuti del proprio passato e, perciò, incontrare più difficoltà nell’integrarli all’interno della sua esistenza. 

Tornando al tema della ricerca delle origini, dallo studio di Stein & Hoopes (1985) emerge un’associazione negativa fra il desiderio dei soggetti adottati di acquisire notizie relative al proprio passato e la qualità del loro rapporto con i genitori adottivi. Fra i partecipanti all’indagine, infatti, quelli che esprimevano un simile bisogno di conoscenza riportavano più frequentemente, rispetto agli altri, di essere insoddisfatti del proprio legame con le figure parentali adottive.

Una volta emerso alla coscienza il bisogno di cercare, può intercorrere un lasso di tempo più o meno prolungato prima che l’azione abbia inizio.  

Dalla rassegna sopra citata, si ricava che tale decisione viene presa più frequentemente tra i 25 e i 34 anni di età, anche se può variare tra i diversi soggetti in funzione delle specifiche esperienze di ciascuno. Tra gli adottati, le donne rappresentano la maggioranza dei soggetti che si dedica alla ricerca. Spesso gli intervistati rilevano che è stato un evento esterno, come la morte di un genitore adottivo o la nascita di un figlio, ad agire come fattore scatenante e a far riscoprire l’urgenza di questo desiderio di conoscenza (Schechter & Bertocci, 1990).  

Ovviamente, le spinte alla ricerca non si mantengono inalterate nel corso dell’esistenza dell’individuo, ma sono soggette a continue modificazioni. Anche una crisi personale o la necessità di acquisire notizie mediche, più o meno accurate, su se stessi possono rappresentare il punto di partenza di un’indagine esplorativa sul proprio passato (Triseliotis & Hill, 1990).

Dopo essere stato intrapreso, il cammino può poi venire bruscamente interrotto. 

Il soggetto può avere timore di perdere ciò che nel frattempo ha acquisito e non riuscire a tollerare l’inevitabile incertezza riguardo agli esiti che l’indagine può avere. La paura più grande sembra essere quella legata al doversi scontrare nuovamente con il trauma originario e con le dolorose implicazioni emotive che esso comporta (Lifton, 2002).

La ricerca delle origini può essere inoltre stimolata dagli effetti che ha sull’adolescente l’ingresso nella fase puberale. Gli studi che si sono occupati di analizzare questa specifica tematica sono però prettamente di stampo clinico e permettono quindi solo una visione parziale del fenomeno, lasciando aperti molti punti di discussione.

La comparsa di mutamenti fisici e corporei segnala la sessualità emergente dell’individuo (Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, 2002). Ciò fa sì che egli si senta spinto ad analizzare in maniera più approfondita le circostanze del suo stesso concepimento, nonché le motivazioni che hanno condotto gli attuali genitori alla scelta adottiva, spesso connesse a problemi di sterilità (McGinn, 2000).

L’adottato si trova ora dinanzi ad un difficile quesito. Deve scegliere a quale coppia parentale fare riferimento per poter maturare un’equilibrata identità sessuale. Può identificarsi, infatti, o con i genitori adottivi, sterili (se questo è il caso) ma che offrono amore, o con quelli biologici, fertili ma rifiutanti (Brinich, 1990).

La figlia adottiva appare incontrare maggiori problemi nella risoluzione di tale conflitto, mentre sono scarsi i dati relativi all’influenza dell’adozione sullo sviluppo sessuale del maschio.

La giovane donna è probabilmente più sensibile a questo tipo di tematiche a causa della funzione procreatrice che le è propria e che le permette di entrare empaticamente in sintonia con entrambe le figure materne.

Una gravidanza fantasticata o agita dall’adolescente adottata può quindi essere interpretata in vario modo. Può denotare un bisogno di ricevere conferma dell’integrità e della funzionalità del proprio corpo, in particolare di quella riproduttiva. Può tradurre il desiderio di dimostrarsi fertile alla madre adottiva, in maniera provocatoria, soprattutto quando sussiste con lei un rapporto conflittuale, oppure esprimere la volontà di offrirle ciò che non ha potuto avere. L’adottata può anche voler sperimentare una situazione analoga a quella che presume abbia vissuto colei che l’ha generata e cercare così una riunione simbolica (Schechter & Bertocci, 1990).

Per individui di entrambi i sessi, comunque, diventare genitori significa spesso scoprire il primo legame biologico della propria vita, attraverso cui riconsiderare quelli avuti in precedenza. Da una parte si rende ancora più evidente la peculiarità del vincolo adottivo, basato unicamente su di una comunanza di affetti. Dall’altra diviene sempre più arduo comprendere le motivazioni che possono aver spinto un genitore ad abbandonare il proprio bambino (Brodzinsky et al., 1993).

Nell’osservare i tratti fisiognomici del figlio, inoltre, hanno finalmente l’opportunità di rivedere se stessi come in uno specchio e, in qualche modo, individuano in esso tracce dei genitori biologici, quasi a ripristinare una continuità interrotta (Oliverio Ferraris, 2002).

D’altra parte, il non possedere notizie certe relativamente all’eredità genetica di cui sono portatori può far scaturire ora in loro nuovi dubbi. I timori su cosa possono aver trasmesso alla prole sono aggravati dalle aspettative negative maturate nei confronti della coppia genitoriale originaria. Infatti, dal momento che questa non è stata in grado di assolvere il proprio compito accompagnandoli lungo il loro cammino, non può essere ritenuta “valida” e contraddistinta da caratteristiche positive (Hoopes, 1990).

Quest’ultimo aspetto può risultare accentuato se non è stata presente, all’interno della famiglia adottiva, un’aperta comunicazione in proposito, facendo sì che si incutesse gradualmente nel ragazzo la convinzione di avere in sé qualcosa di malato, qualcosa di cui non parlare perché riprovevole (Dell’Antonio, 1994).

Le precedenti riflessioni mostrano come, effettivamente, nel corso dell’adolescenza, il soggetto adottato debba affrontare particolari dinamiche, che potrebbero spiegare l’elevata percentuale di comportamenti problematici riscontrata in taluni studi.

Diversi autori hanno sottolineato, però, la necessità di valutare tali dati presenti in letteratura controllando la possibilità dell’esistenza in essi di specifici bias di partenza (Hoksbergen & ter Laak, 2000; Freundlich, 2002).

E’ fondamentale, ad esempio, tener conto della popolazione da cui viene selezionato il campione oggetto di studio. Soggetti clinici, membri di associazioni impegnate nel settore, individui che rispondono spontaneamente ad un annuncio, non possono essere ritenuti rappresentativi dell’intera realtà adottiva.

Allo stesso modo, è importante analizzare il gruppo di controllo prescelto. E’ presumibile supporre, infatti, che diversi saranno gli esiti se questo è costituito da adolescenti cresciuti in famiglie biologiche intatte oppure in nuclei ad alto rischio.

Infine è indispensabile considerare anche le specifiche caratteristiche dei soggetti adottati su cui si è incentrata la ricerca. L’età al momento dell’adozione, le precedenti esperienze di istituzionalizzazione e/o affidamento, i possibili handicap fisici o emotivi sono solo alcuni dei fattori che possono esercitare un peso sui risultati sperimentali.

E’ inoltre stato rilevato che i genitori adottivi tendono più facilmente a fare ricorso a strutture specialistiche per far fronte ai problemi del figlio.  

Ciò è dovuto sia alle migliori condizioni socio-economiche di cui dispongono molte famiglie adottive, sia al maggior stato di allerta in cui vivono, spesso aggravato dal percepire la minaccia di un’eredità genetica sconosciuta (Freundlich, 20002).

Warren (1992), ad esempio, esaminando i dati epidemiologici di un ampio campione di adolescenti, ha rilevato una più alta frequenza di trattamenti psichiatrici in soggetti adottati che presentavano un basso numero di comportamenti problematici.

Tuttavia, da una recente meta-analisi operata su 66 studi comparativi relativi all’adattamento psicologico in soggetti adottati e non (Wierzbicki, 1993), emerge un’effettiva più alta disfunzionalità comportamentale nel primo gruppo rispetto al secondo. L’autore rileva una più alta percentuale di adottati nei campioni clinici rispetto ai non adottati e il confronto fra questi evidenzia una maggiore incidenza negli adottati di problemi di comportamento, di rendimento scolastico e di gravità generale.

Molte sono state le ipotesi avanzate per fornire una spiegazione plausibile di tale fenomeno, ma nessuna, presa isolatamente, si è dimostrata totalmente corretta ed esaustiva. 

Peters et al.(1999) propongono allora di adottare una prospettiva psicosociale, seguendo il modello interpretativo già delineato in precedenza da Brodzinsky (1990). Assumendo quest’ottica, l’adozione viene vista come un’esperienza che accresce le abituali difficoltà in cui si imbatte un individuo attraversando i vari stadi dello sviluppo lungo il normale percorso di crescita. Il successo evolutivo del soggetto sarebbe determinato, però, non solo dalle sue personali capacità, ma anche dalle risorse e dai limiti che egli trova all’interno del proprio ambiente familiare.

Questo spiegherebbe perché dati empirici rilevano che gli adolescenti adottati si differenziano dai controlli anche per una più frequente manifestazione di comportamenti prosociali (misurati con item relativi alla frequenza in chiesa o alla sinagoga, ai soldi offerti in carità, al tempo trascorso ad aiutare persone malate o povere), che risulta essere tanto più elevata quanto più precocemente ha avuto luogo l’adozione (Sharma et al., 1996).

Sembra indispensabile, quindi, per comprendere a pieno il significato dell’adozione, rivolgere lo sguardo all’ambito più esteso della famiglia. 

Prima di farlo, però, appare interessante approfondire alcune tematiche che stanno acquisendo una sempre maggiore rilevanza.

2.2.7       I bambini venuti da lontano.

L’adozione internazionale è divenuta, nel corso degli anni, un fenomeno sempre più diffuso, incentivato anche dalla diminuzione del numero di bambini italiani dichiarati in stato di adottabilità (Centro nazionale di documentazione sull’infanzia e l’adolescenza, 2003). A fronte di tale incremento, non si riscontra tuttavia un sufficiente numero di ricerche che abbiano indagato l’adattamento del minore straniero nei nuclei adottivi italiani.

I dati utilizzati per valutare la riuscita dell’adozione internazionale si basano quindi principalmente su studi americani. Ciò rappresenta un limite nella possibilità di generalizzare i risultati emersi al contesto sociale e culturale italiano, in cui la coesistenza di diverse etnie è un fenomeno molto più recente.

Complessivamente, l’adozione inter-razza sembra avere esiti positivi e non significativamente differenti rispetto a quella intra-razza (Rosnati & Marta, 1997).

In queste famiglie si tende a parlare più frequentemente del tema dell’adozione (Johnson, Shireman & Watson, 1987) e i genitori appaiono più propensi alla ricerca di notizie circa la propria origine da parte del figlio (Silverman & Feigelman, 1990).

Dati discordi a tal proposito emergono proprio da uno studio italiano (1992, in Dell’Antonio, 1994), promosso dall’Associazione degli “Amici Trentini”, che ha investigato vari aspetti, implicati nell’esperienza adottiva, mediante l’invio di un questionario postale ai propri iscritti, a cui hanno risposto 150 coppie di genitori adottivi. La ricerca si è riferita a 185 bambini di colore, principalmente fra i 3 e i 6 anni, adottati prevalentemente entro il primo anno di vita. I genitori riportano un buon inserimento sociale del figlio, sia all’interno del nuovo nucleo familiare che nella più ampia comunità di appartenenza. 

Analogamente, non vengono segnalate particolari difficoltà relazionali con le figure parentali, eventuali fratelli o coetanei, e viene riconosciuto un rendimento scolastico complessivamente soddisfacente. La maggioranza dei genitori dichiara di parlare con il figlio del suo Paese di provenienza (88,1%) e di discutere con lui del tema dell’adozione (85,2%). In entrambi i casi, però, i genitori riportano che i figli tendono a porre poche domande relativamente a questi argomenti. 

Dell’Antonio (1994) avanza l’ipotesi che ciò sia dovuto alla percezione, da parte del bambino, del disagio avvertito dalle proprie figure parentali nell’affrontare simili tematiche. Ciò sarebbe confermato dal fatto che un certo numero di genitori non risponde alle suddette domande in senso né affermativo né negativo e dichiara non solo di non conoscere molte notizie circa la storia preadottiva del figlio, ma anche di non ritenere necessario acquisirne altre.

Infine, i dati derivanti da questa ricerca offrono un ulteriore spunto di riflessione. 

Il questionario si concludeva con uno spazio, lasciato a disposizione della coppia, dove indicare eventuali aspetti della propria esperienza adottiva ancora avvertiti come problematici, al fine di proporli come temi di discussione per successivi incontri. Fra i problemi emersi, quello di gran lunga più riportato è stato il colore della pelle del figlio. Ciò implica una intrinseca difficoltà e maggiori preoccupazioni connesse a questa specifica diversità riconosciuta nel bambino accolto, malgrado la scelta operata autonomamente di adottare un individuo di altra etnia.

Alcuni autori (Hoksbergen & ter Laak, 2000) sostengono l’esistenza del rischio di una maggiore incidenza di disturbi dell’attaccamento e di anomalie nello sviluppo dell’identità nei bambini stranieri. Ciò sarebbe conseguente al fatto di riconoscersi parte di due culture diverse, che impedirebbe lo strutturarsi di un adeguato senso di appartenenza al nucleo adottivo.

Lo studio precedentemente citato di Singer et al. (1985) dimostra però che, pur evidenziando maggiori differenze rispetto alle coppie biologiche, madre e bambino straniero instaurano attaccamenti non significativamente differenti da quelli presenti in diadi adottive della stessa etnia.

McRoy, Zurcher, Landerdale & Anderson (1982) rilevano inoltre che non sussistono diversità nel livello di autostima sperimentato da soggetti di colore adottati da famiglie bianche rispetto a coetanei di colore inseriti in nuclei simili a sé. 

In entrambi i casi, i punteggi raggiunti erano analoghi a quelli di bambini bianchi, non adottati, della stessa età. Gli autori evidenziano, poi, un’assenza di correlazione tra le misure della stima di sé e la propria identità razziale, che risultano essere indipendenti. Lo sviluppo positivo di quest’ultima sembra essere strettamente associato alla possibilità offerta al bambino di entrare in contatto con altri della propria razza. Secondo gli autori, infatti, l’essere inserito in una comunità esclusivamente bianca può spingere il bambino di colore ad assimilare parte degli stereotipi negativi relativi alla sua etnia. McRoy et al. (1982) riportano che anche il modo in cui la dimensione razziale del figlio viene percepita e vissuta dai genitori adottivi influenza la sua capacità di identificazione etnica.

Analogamente, Simon & Alstein (1987, cit. in Silverman & Feigelman, 1990) rilevano una quasi assoluta concordanza fra la descrizione fornita dai genitori su come i figli identificano etnicamente se stessi e le scelte operate dai soggetti adottati. 

In entrambi i casi, prevale il riconoscimento di una commistione dei due background piuttosto che un’unica preferenza.

Westhues & Cohen (1998) hanno indagato, mediante interviste faccia-a-faccia, l’adattamento di 155 soggetti adottati in Canada e provenienti da altri Paesi. Gli adolescenti intervistati appaiono mostrare un forte senso di appartenenza alla propria famiglia adottiva ed evidenziano livelli di autostima paragonabili a quelli della popolazione generale, facendo registrare le ragazze punteggi più bassi rispetto ai maschi. Una larga maggioranza del campione si è dichiarata ben disposta verso il proprio background etnico e razziale, con un ridotto 6,3% dei soggetti che avrebbe preferito essere di un’altra etnia o razza. Gli autori rilevano, però, che quasi la metà dei soggetti non si riconosce come membro della propria etnia, ma si identifica come Canadese. Ciò può essere interpretato come il risultato di un’adeguata integrazione nella nuova cultura di appartenenza o come una perdita delle proprie origini. Il fatto che il 10,1% dei partecipanti dichiari di non identificarsi con la propria razza può poi essere visto come l’assenza di differenze percepite fra sé e gli altri, conseguente ad una piena accettazione sociale, o una strategia di coping per negare la propria diversità all’interno di una società in cui continua ad essere presente una qualche forma di razzismo. 

Quest’ultima affermazione trova supporto nel rilevare che solo il 15,1% dei maschi e il 18,2% delle femmine riporta di non aver mai sperimentato pregiudizi relativamente alla propria provenienza razziale. Gli altri dichiarano di aver ricevuto discriminazioni prevalentemente (60,3%) dai coetanei e, in misura minore (6,2%), da adulti, spesso sotto l’influenza dell’alcool.

Versluis-den Bieman & Verhulst (1995), nella ricerca citata, non trovano però una correlazione significativa fra gli episodi di razzismo subiti dai soggetti indagati e i problemi emotivi e comportamentali da questi manifestati. Gli autori concludono sostenendo che tali fenomeni, pur causando un’indubitabile sofferenza aggiuntiva all’individuo adottato, non ne precludono la buona riuscita evolutiva.

Alcuni ricercatori, infine, hanno sottolineato la necessità di valutare la specifica influenza che l’appartenenza ad una razza piuttosto che ad un’altra può esercitare sul minore adottato.

Feigelman (2000) ha condotto uno studio comparativo su un campione di ragazzi asiatici, afro-americani, latino-americani e bianchi adottati in America, di età media 23 anni. Attraverso questionari sottoposti ai genitori, l’autore ha rilevato che, complessivamente, i soggetti adottati da coppie di etnia diversa dalla propria non mostravano significative differenze, in termini di adattamento e di problemi di comportamento dimostrati, rispetto a coetanei adottati da coppie di analoga origine etnica. Feigelman ha però rilevato che ciò variava in funzione della particolare provenienza dei soggetti. Quelli che evidenziavano più difficoltà apparivano essere gli afro-americani.

A risultati analoghi sono giunti Sharma et al. (1996) nella ricerca citata. In tale studio, gli autori hanno previsto, nel gruppo di controllo, un’analoga composizione razziale rispetto al gruppo sperimentale, ciò al fine di verificare l’effettiva influenza del fattore “razza” sull’adattamento del singolo individuo. I risultati emergenti mostrano una specifica interazione tra adozione e razza su quattro dei 12 fattori analizzati, e specificatamente: droghe illecite, emozionalità negativa, adattamento scolastico e cure parentali. L’effetto minore era registrato per i soggetti asiatici e per quelli caucasici, mentre tendeva ad essere più evidente per quelli ispanici, afro-americani e americano-indiani. Gli ispanici e gli afro-americani mostravano, rispettivamente, il più ampio e il più piccolo effetto sulla variabile “droghe illecite”, mentre gli americano-indiani presentavano i punteggi più scadenti nel fattore “emozionalità negativa”.

Kapp, McDonald & Diamond (2001) rilevano, inoltre, in Kansas una sovrarappresentazione degli afro-americani in tutto il percorso dell’adozione, a partire dal maggior numero di abusi subiti, alla più frequente (quasi il doppio rispetto alla loro percentuale all’interno della popolazione generale) e protratta permanenza in istituto in condizioni particolarmente disagiate, fino al lasso di tempo più lungo per trovare una collocazione in famiglia.

Ciò può spiegare i dati emersi dallo studio di Pinderhughes (1998), che mostrano una peggiore riuscita dei soggetti caucasici rispetto agli afro-americani presi in esame. 

Questi ultimi sembrano essere più piccoli, con meno handicap al momento del piazzamento, con un più breve trascorso in istituzioni infantili e con meno problemi di tipo esternalizzante. 

L’autrice giustifica questi dati sostenendo che, probabilmente, sono un artefatto conseguente l’inequità del collocamento in adozione in base all’etnia. I soggetti afro-americani indagati sarebbero infatti solo una piccola parte di quelli che ancora attendono una famiglia in istituto e che presentano molti più aspetti problematici, mentre i caucasici rappresenterebbero la porzione finale, e quindi la più difficile, del gruppo di quanti sono già stati dati in adozione gli anni precedenti.

Le riflessioni appena concluse, e in particolar modo le ultime, necessitano di una immediata risposta sul versante della ricerca italiana, in modo da verificarne la consistenza o meno nel territorio nazionale.

2.2.8        Alcune considerazioni conclusive

In un recente Convegno (Firenze, 22 marzo 2003- “Per un’etica dell’adozione - dalla parte dei bambini”), Pasquale Andria, presidente dell’Associazione nazionale Giudici per i minorenni e la famiglia, ha posto in evidenza come, in Italia, la tipologia di minorenni dichiarati adottabili stia progressivamente mutando. Le trasformazioni sociali, culturali, economiche che si sono verificate negli ultimi decenni, hanno infatti determinato, da un lato, la diminuzione del  numero di bambini non riconosciuti alla nascita dai propri genitori, e, dall’altro, l’aumento di nuove modalità di abbandono intra-familiare, generate da situazioni di maltrattamento, negligenza, stati di tossicodipendenza che rappresentano un grave rischio per un corretto sviluppo della prole.

Il difficile accertamento di simili condizioni e il diffondersi di politiche sociali che, attraverso la pratica dell’affidamento e con interventi atti al recupero e al sostegno dei genitori, mirano a tutelare il diritto dell’individuo di “crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia” (art. 1, Legge 1983/184), hanno inoltre contribuito ad innalzare la media dell’età in cui viene decretato lo stato di abbandono del minore.

I soggetti posti oggi in adozione sono quindi più grandi rispetto al passato e con esperienze spesso fortemente traumatiche alle spalle. Le sfide che sono chiamati ad affrontare, come abbiamo visto, sono diverse rispetto a quelle con cui si scontra un bambino abbandonato alla nascita. Devono infatti riuscire ad integrare, nella propria storia, un passato, rappresentato da dolore e confusione ma anche dalle prime relazioni significative avute, con il presente costituito dalla nuova famiglia, che offre amore e protezione ma che è, all’inizio, sconosciuta e può generare incertezza.

Emergono, allora, nuove e più precise domande di ricerca, che necessitano di una pronta risposta per evitare il prolungarsi di situazioni di disagio e per comprendere come poter garantire un sano sviluppo del minore.

L’analisi del materiale presente in letteratura ha evidenziato, inoltre, altre lacune.

Mancano ricerche relative al modo in cui gli altri percepiscono l’evento adottivo. Triseliotis & Hill (1990) hanno condotto uno studio comparativo su un campione di 124 soggetti, di età media 20 anni, composto, in proporzione uguale, da individui adottati dopo i 3 anni, bambini cresciuti in istituzioni infantili e soggetti posti in affidamento familiare. I dati sono stati ottenuti mediante questionari semistrutturati sottoposti a tutti i partecipanti e acquisendo informazioni dalle agenzie che si sono occupate dei bambini stessi. Gli adottati mostrano un buon legame con la propria famiglia adottiva e dichiarano di sperimentare un forte senso di appartenenza ad essa.  

Pochi riportano di aver sperimentato un’attitudine negativa nei propri confronti a causa del loro status, ma la maggior parte di essi dichiara di aver difficoltà a rivelare ad altri la propria condizione e di averla confidata solo agli amici più stretti.

Dichiarano, inoltre, di non gradire che i propri genitori utilizzino l’appellativo di “figlio adottivo” per presentarli ad altri.

Fra i 274 soggetti indagati da Bramanti & Rosnati (2000) nello studio che verrà più dettagliatamente presentato nella sezione successiva, un quarto dichiara di essere stato vittima di episodi di razzismo e di avere difficoltà nella relazione con i coetanei.

E’ possibile ipotizzare che simili problemi non siano dovuti solo alla peculiarità di ognuno nel rapportarsi alla propria esperienza adottiva, ma anche al modo in cui gli altri reagiscono di fronte ad essa. Tuttavia scarse sono le indagini tese specificatamente ad esaminare come le persone esterne alla vicenda adottiva la interpretano e agiscono in funzione di essa, e come ciò possa influenzare l’adattamento del soggetto stesso.

Infine, non sono state individuate ricerche che abbiano esaminato come gli attuali curricula accademici seguiti nelle varie scuole e le diverse modalità di insegnamento utilizzate, possano influenzare le prestazioni dell’individuo adottato. Rubinacci (2001) sottolinea, a tal proposito, l’esigenza di continui aggiornamenti per gli insegnanti e per quanti si occupano dell’educazione del minore, al fine di potersi adeguare alle costanti modificazioni in corso nella nostra società, tenendo conto di tutte le tipologie di famiglia oggi presenti.

In modo analogo, si ritiene essenziale analizzare le differenti modalità di relazione che si possono venire instaurando fra ambito scolastico e nucleo familiare adottivo.

E’ presumibile supporre, infatti, che queste possano influenzare più o meno positivamente sia la riuscita scolastica del soggetto sia il suo adattamento familiare.

Queste ultime considerazioni fanno emergere il bisogno di ulteriori studi, soprattutto in Italia, per poter pervenire all’acquisizione di una più completa immagine del fenomeno adottivo nella sua interezza. Ciò permetterebbe di strutturare interventi di sostegno più mirati, garantendo così la possibilità di una migliore riuscita di ogni esperienza adottiva.

2.3        LA FAMIGLIA

Nella prospettiva sistemico-relazionale, la famiglia è concepita come un’unità dinamica in continua evoluzione, che segue uno sviluppo caratterizzato dal costante riequilibrarsi tra spinte al cambiamento e tendenze conservative della propria identità e stabilità interna (Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, 2002).

L’evento adottivo assume, in quest’ottica, il ruolo di un potente agente trasformatore, in grado di rivoluzionare gli schemi di funzionamento fino ad allora vigenti in quello specifico nucleo familiare.

E’ inoltre un evento critico non-normativo, dal momento che non rientra fra quelli che normalmente le famiglie si trovano a dover affrontare. Genitori e figli devono infatti costruire la propria storia comune a partire da origini differenti, in un processo graduale di reciproca accettazione. E’ però un’esperienza che viene scelta autonomamente dal nucleo familiare. Ciò può contribuire a far sì che ciascun membro sia in grado di mettere in atto strategie più adeguate per affrontare la quota di rischio associata a qualsiasi evento che ogni famiglia si trova a dover affrontare lungo il proprio percorso di crescita.

Comporta, infine, da parte della famiglia stessa, lo sforzo di agire come mediatore con l’esterno per il suo nuovo membro, guidandolo nel suo percorso di integrazione nel contesto sociale di appartenenza (Bramanti & Rosnati, 2000).

Tutto questo dà origine ad una crisi interna al sistema, che può dare esiti differenti in funzione delle capacità di risposta in esso presenti e alla sua disponibilità a rivedere la propria organizzazione strutturale.

Pinderhughes (1996) ha proposto un modello teorico attraverso cui concettualizzare il riaggiustamento familiare come un processo che si evolve nel tempo e che coinvolge più livelli, interessando l’individuo, le diadi presenti e quelle che si vengono a formare e la famiglia nel suo complesso.

In base a ciò, una ristabilizzazione ottimale ha luogo quando il nuovo membro viene “incorporato” nel gruppo attraverso il raggiungimento di modalità di interazione reciproca e di stili comunicativi diversi da quelli precedentemente adottati ma ugualmente funzionali.

Possono invece sorgere problemi qualora l’innesto adottivo avvenga senza che si sia verificata alcuna effettiva e concreta modificazione dei vari fattori in gioco. Il soggetto può divenire in tal caso una sorta di capro espiatorio su cui riversare il malessere derivante dal cattivo andamento della situazione.

La rigidità caratteristica di alcuni nuclei, infine, può generare l’impossibilità di mutare le proprie dinamiche interne per adattarsi ai bisogni altrui. Questo può portare a vedere nell’espulsione dell’adottato l’unica possibilità di ripristinare la condizione di apparente benessere iniziale.  

Secondo l’autrice, il modo in cui tale momento critico viene superato influenza il prosieguo evolutivo dell’intero sistema familiare, causandone il più o meno completo successo oppure il blocco e la distruzione. Ciò a sua volta incide sull’adattamento successivamente palesato da ogni suo componente e, in primo luogo, dal minore adottato.

Quali sono, allora, i principali fattori di rischio a cui prestare attenzione? Una famiglia adottiva “sana” presenta aspetti peculiari che la caratterizzano rispetto ad una famiglia tradizionale?

2.3.1        La comunicazione familiare

L’ambiente familiare rappresenta la prima palestra sociale per ciascun individuo. 

Attraverso la relazione con i suoi genitori e con gli altri eventuali membri della famiglia, il soggetto ha infatti l’opportunità di apprendere le regole del vivere sociale, la negoziazione dei rispettivi ruoli e le modalità di risoluzione dei conflitti che talora possono emergere. Può inoltre avere l’occasione di sviluppare al meglio quelle abilità che, in seguito, lo aiuteranno a districarsi nella complessità del mondo esterno  (Lanz, Iafrate, Rosnati & Scabini, 1999).

Perché ciò sia possibile, però, è necessaria la presenza di un adeguato dialogo interno. Diverse evidenze empiriche, infatti, dimostrano che la qualità della comunicazione intra-familiare influisce in modo significativo sull’adattamento dell’individuo adottato e sui problemi che questi può incontrare.

Bramanti & Rosnati (2000) hanno condotto una ricerca su un campione composto da 274 adolescenti adottati, di diversa etnia, con età compresa fra i 12 e i 24 anni, e da 236 padri e 244 madri, per un totale di 754 soggetti. A questi è stato chiesto di compilare un  questionario postale, appositamente costruito per l’indagine, al fine di analizzare diverse tematiche, fra cui il rapporto esistente fra il rischio psicosociale di questi ragazzi e le loro relazioni con i propri genitori adottivi. 

L’indice di rischio era calcolato tenendo presente il livello di autostima dell’adolescente (misurato mediante la Rosenberg Self-Esteem Scale), la sua riuscita scolastica (media dei voti ottenuti l’anno precedente ponderata sulla base della valutazione del suo percorso accademico) e il suo grado di socializzazione (numero di amici e soddisfazione per il rapporto con i pari). Dai dati emerge una stretta interazione fra la qualità dei rapporti familiari e le difficoltà presentate dai soggetti: gli adolescenti che hanno una comunicazione aperta con entrambi i genitori e percepiscono un legame supportivo da parte loro presentano minori difficoltà rispetto a quelli che sperimentano un’alta conflittualità intrafamiliare e si dichiarano meno soddisfatti del funzionamento della propria famiglia. Dal confronto operato con un gruppo di soggetti non adottati, si evidenzia, inoltre, un diverso ruolo giocato, nel nucleo adottivo, dalle figure parentali. Mentre nelle famiglie biologiche è il legame con il padre la variabile che incide più significativamente sull’adattamento del figlio, in quelle adottive sembra essere maggiormente incisivo il rapporto instaurato con la madre.

Questo risultato appare in accordo con quanto riscontrato in un’indagine condotta da Rosnati & Marta (1997) su un campione di 103 adolescenti adottati e 150 non adottati, tra i 16 e i 19 anni. Attraverso un questionario autosomministrato, le autrici hanno rilevato l’esistenza di una differente configurazione delle relazioni familiari nei due gruppi. 

Gli adottati, a differenza dei coetanei, percepiscono una comunicazione più aperta e meno problematica con i propri padri, che risultano inoltre più presenti e coinvolti all’interno del nucleo familiare. Tuttavia, i risultati emergenti dall’analisi della regressione effettuata, evidenziano che l’elemento discriminante nel predire il rischio psicosociale del soggetto è la relazione madre-figlio, che sembra agire come forte fattore protettivo, mentre nelle famiglie biologiche tale ruolo è invece svolto dalla figura paterna. E’ interessante rilevare che, in questo stesso campione, le madri adottive percepiscono un più alto livello di problematicità nella comunicazione con il proprio bambino rispetto alle madri biologiche, in disaccordo, quindi, con quanto rilevato dai figli.

Dalla ricerca di Bramanti & Rosnati (2000) emerge inoltre un altro elemento interessante. Le autrici hanno indagato la costruzione del legame adottivo fra genitori e figli mediante la Scala di Percezione della Genitorialità Adottiva (SPGA), che valuta quanto i genitori si sentono a tutti gli effetti genitori di quel ragazzo e lo percepiscono come continuatore della storia della famiglia malgrado la diversità delle sue origini, e la Scala di Percezione della Filiazione Adottiva (SPFA), che misura quanto l’adottato si sente effettivamente figlio di quei genitori e integrato in quel contesto. E’ emersa una correlazione significativa fra i punteggi registrati, in particolare fra quelli delle madri e quelli dei rispettivi figli. Tali valori non appaiono essere sensibili a variabili di tipo strutturale, ma risultano fortemente associati alla qualità della comunicazione e del supporto familiare percepito. Malgrado non sia possibile individuare la direzione di questa connessione, è ugualmente significativo evidenziare come un buon funzionamento familiare possa in qualche modo influenzare i sentimenti di appartenenza sperimentati da ciascun membro del nucleo. 

Ciò assume maggior rilievo dal momento che le ricercatrici hanno riscontrato, attraverso le elaborazioni statistiche condotte, una correlazione significativa fra percezione della filiazione adottiva e livello di autostima del figlio adottivo, che risulta essere una condizione fondamentale per un adeguato adattamento sociale dell’individuo.

L’importanza delle relazioni familiari emerge anche dagli studi che si sono occupati più specificatamente di analizzare i problemi presenti nei soggetti adottati. Groza & Ryan (2002), ad esempio, rilevano che tali rapporti rappresentano il più consistente fattore predittivo dei problemi manifestati dai bambini abusati e istituzionalizzati esaminati nel loro studio.

La qualità delle relazioni familiari sembra influenzare anche la possibilità di raggiungere un senso di identità ottimale, come emerge dall’indagine effettuata da Stein & Hoopes (1985). I soggetti intervistati che dichiarano di avere rapporti armonici con i componenti del proprio nucleo familiare, ottengono infatti più alti punteggi sulle misure dell’identità utilizzate (Tan Ego Identity Scale, Offer Average Self-Score).

Una recente indagine italiana condotta da Lanz et al. (1999) mostra però come la qualità della relazione genitore-figlio non sembri incidere sull’autostima degli individui adottati. Le autrici hanno posto a confronto i pattern comunicativi presenti in famiglie adottive, non adottive intatte e non adottive con genitori separati. Ne emerge che i figli adottivi percepiscono una miglior comunicazione con i propri genitori rispetto ai coetanei, ma ciò non influenza il modo in cui vivono il rapporto con se stessi. La loro autostima, infatti, risulta essere sempre piuttosto modesta. Le ricercatrici spiegano tale evidenza sostenendo che gli eventi esterni, connessi con l’adozione stessa, esercitano un ruolo maggiormente determinante.

Evidenze empiriche dimostrano che, complessivamente, la comunicazione familiare presente nei nuclei adottivi è percepita dai soggetti come sufficientemente adeguata. 

Dalla ricerca sopra citata di Bramanti & Rosnati (2000) emerge che, nella maggioranza dei casi, l’adottato vive in una famiglia caratterizzata da buone relazioni con entrambi i genitori, anche se è presente un gruppo minoritario di soggetti che manifesta un forte disagio relazionale.

Uno degli elementi che sembra suscitare maggiori difficoltà all’interno del rapporto genitori-figlio è quello concernente lo specifico tema dell’adozione e il modo in cui questo viene trattato all’interno del nucleo familiare. 

A tal proposito, basandosi sui risultati ottenuti con la somministrazione di un questionario ad un ampio campione di genitori adottivi, Kirk (cit. in Brodzinsky, 1990) sostiene l’esistenza di un continuum, che muove da un atteggiamento di totale rifiuto e incapacità nell’individuare le peculiarità della condizione adottiva, ad un comportamento di aperto e chiaro riconoscimento di esse. Quest’ultimo sarebbe il più funzionale al raggiungimento del benessere di ciascun componente del sistema, in un rapporto di correlazione positiva lineare.

Studi ulteriori hanno però evidenziato un andamento curvilineare di tale relazione, ponendo all’estremo opposto della negazione l’esistenza di una terza tipologia comunicativa, anch’essa nociva, caratterizzata dall’eccessiva insistenza sulle differenze presenti.

Kaye (1990) ha condotto una ricerca su un gruppo di famiglie adottive, realizzando interviste individuali ad ogni componente del nucleo e registrando il modo in cui i vari membri interagivano durante una discussione su di un argomento proposto dal ricercatore. L’autore ha evidenziato la sussistenza del continuum individuato da Kirk, ma ha rilevato anche l’esistenza di una correlazione, in alcune famiglie, fra la maggiore apertura, in esse presente, al dialogo concernente il tema dell’adozione e i problemi che hanno incontrato lungo il proprio percorso evolutivo. Kaye conclude sostenendo che la strategia di coping più adattiva è forse quella che prevede il riconoscere le peculiarità della propria condizione, senza però concentrarsi unicamente su esse.

Nel valutare l’idoneità di un determinato pattern interattivo è comunque necessario considerare l’evolversi del ciclo di vita della famiglia, che può far scaturire di volta in volta specifiche esigenze. In base al preciso momento attraversato dal nucleo, quindi, potrà risultare più opportuno adottare una certa strategia comunicativa piuttosto che un’altra (Brodzinsky, 1990).

Brodzinsky et al. (1993) sostengono comunque  che una comunicazione aperta e la percezione di un valido e costante supporto siano la base per l’acquisizione di un sano senso d’identità. La ridotta possibilità di confrontarsi su questi temi all’interno del contesto familiare farebbe, infatti, permanere un sentimento di incertezza nell’individuo relativamente a ciò che la sua condizione implica.

Nella ricerca sopra presentata, Triseliotis & Hill (1990) riscontrano, tra gli adottati, l’opinione, ampiamente condivisa, che i propri genitori non gradiscano parlare delle tematiche connesse alla loro adozione e che tendano a farlo solo se il figlio stesso introduce l’argomento. Malgrado gli autori non rilevino associazioni dirette tra il momento della rivelazione dello status adottivo e la condivisione di informazioni concernenti le proprie origini, e il livello di soddisfazione o meno dell’esperienza adottiva, il gruppo dei soggetti che riporta di aver fatto ricorso ad aiuto psichiatrico nel corso della propria infanzia o nell’età adulta presenta una più alta probabilità di essere fra quanti avvertono in famiglia una minore apertura sull’adozione e avanzano maggiori riserve sulla qualità del proprio adattamento all’interno del gruppo adottivo.

Un elemento che può costituire un rischio aggiuntivo per l’emergere di ulteriori problematiche è poi costituito dalla frequente sovrastima che i genitori fanno delle capacità di comprensione dei propri figli. Brodzinsky et al. (1984), nel riportare questo aspetto, evidenziano come conseguenza probabile una troppo precoce interruzione del processo di spiegazione della filiazione adottiva, che può dar luogo a difficoltà successive, dato che non permette al bambino di integrare gradualmente in sé una parte fondamentale della propria storia.

Talora il tema dell’adozione può essere avvertito dal soggetto come un argomento-tabù, di cui è meglio non parlare, in una sorta di “congiura del silenzio” (Dell’Antonio, 1994). Ciò lo spinge inevitabilmente ad elaborare in modo autonomo dubbi e timori comunque emergenti, senza poter usufruire però di un ambiente confortante in cui riversarli e dove provare a cercare eventuali risposte.

Simili riflessioni hanno portato alcuni specialisti del settore ad interrogarsi sull’eventualità di apportare modifiche anche sostanziali alla stessa pratica adottiva, in particolare favorendo il mantenimento di un certo grado di contatto fra la famiglia adottiva e quella originaria del bambino.

2.3.2        L’adozione aperta

Nel parlare della storia concernente l’adozione, uno degli aspetti che appare suscitare maggiore imbarazzo e perplessità, tanto nei genitori quanto nel figlio, sembra essere quello riguardante le precedenti figure parentali.

A prescindere da quanto queste siano state concretamente presenti nella vita del minore, a loro è legata una parte della sua identità.

Le critiche che possono essere indirizzate ai genitori biologici finiscono con l’agire indirettamente sul soggetto, contribuendo a rendere frammentaria e incongruente l’immagine che egli viene formandosi di sé (Hoopes, 1990; Dell’Antonio, 1986).

L’adottato si trova inoltre a dover risolvere un conflitto insanabile. Se valuta negativamente quanto gli è accaduto, colpevolizzando chi lo ha messo al mondo, non può fare a meno di vedersi coinvolto in tale giudizio. Se, d’altra parte, assume una visione positiva dei genitori naturali, può sorgere in lui un sentimento di autodenigrazione per giustificare il verificarsi dell’abbandono (Dell’Antonio, 1986).

Recentemente si sta diffondendo l’ipotesi, ancora non sufficientemente suffragata da dati empirici, che le suddette problematiche potrebbero venire alleviate garantendo una maggiore disponibilità di informazioni al soggetto adottato circa le proprie origini.

Wrobel, Grotevant & McRoy (1995, cit. Wrobel et al., 1998), hanno esaminato un ampio campione di soggetti partecipanti al Minnesota-Texas Adoption Project, uno studio a carattere nazionale diretto ad indagare gli effetti dell’apertura nell’adozione, che ha visto coinvolte 190 famiglie adottive in cui questa era presente a livelli differenti. Gli autori hanno rilevato che i bambini che potevano disporre di informazioni circa la propria storia mostravano, in effetti, una più consapevole riflessione sulle vicende che li riguardavano. Avendo avuto l’opportunità di elaborare in maniera più veritiera sia gli elementi positivi che negativi del proprio passato, questi individui potevano riconoscere un collegamento fra la propria situazione attuale e ciò che l’aveva preceduta.

La pratica dell’adozione aperta è finalizzata a questo scopo. Essa prevede il sussistere dei rapporti tra l’adottato e il suo nucleo biologico di provenienza, anche se lo scambio reciproco di notizie non avviene necessariamente attraverso un loro diretto contatto, ma può essere mediato dai genitori adottivi o da altre persone scelte a tal fine.

Il dibattito sugli effetti che ne derivano è ancora agli esordi. In particolare, incerto appare l’impatto che essa ha sugli adottati, dato che alcuni di loro si dichiarano favorevoli mentre altri temono il perdurare del contatto o ne rimangono turbati (McRoy & Grotevant, 1991, cit. in Berry et al., 1998).

Wrobel, Kohler, Grotevant & McRoy (1998) hanno esaminato i pattern comunicativi presenti all’interno di 60 famiglie adottive facenti parte del campione del Minnesota-Texas Adoption Project sopra citato e coinvolte in adozioni mediate, ovvero situazioni in cui sussiste uno scambio di notizie non identificative fra nucleo adottivo e famiglia biologica del bambino, per il tramite dell’agenzia che si è occupata dell’adozione stessa. Gli autori hanno rilevato che tutti i minori intervistati, di età compresa fra i 4.5 e i 12.5 anni, manifestavano una forte curiosità nell’ottenere informazioni circa la propria storia precedente, che tendeva proporzionalmente ad aumentare in funzione della quantità di notizie ottenute. E’ interessante rilevare il dato relativo all’effetto che questa modificazione comportamentale del bambino esercita sulla comunicazione con i suoi genitori. 

Mentre le madri mostrano, infatti, di avere un dialogo aperto con i propri figli a prescindere dalla quantità di informazioni condivise, i padri tendono a parlare di più dell’adozione con i loro bambini quando questi dispongono di un maggior numero di notizie a proposito.

Berry, Cavazos Dylla, Barth & Needell (1998) hanno condotto un follow-up su 764 adozioni, 398 aperte e 366 tradizionali, analizzandone gli esiti 4 anni dopo la loro realizzazione. I soggetti appartenenti al primo gruppo mostrano analoghi livelli di problemi di comportamento e un simile grado di soddisfazione rispetto a quelli dei coetanei adottati secondo le modalità usuali. Presentano inoltre punteggi paragonabili a quelli di questi ultimi per quanto riguarda la stimolazione cognitiva e il supporto emotivo esistenti all’interno dell’ambiente familiare. La portata di tali evidenze, però, è limitata dal fatto che è basata sui resoconti dei genitori adottivi e fornisce quindi dati indiretti relativamente all’adattamento dei figli. 

L’età media del campione selezionato è inoltre piuttosto bassa (61,11 mesi) e offre perciò una visione parziale del fenomeno in questione.

Sembra indispensabile, allora, condurre studi longitudinali più approfonditi per comprendere meglio questa realtà e far luce sulle conseguenze ad essa legate, in modo da poterne valutare l’efficacia.

2.3.3        Le caratteristiche delle famiglie accoglienti

La decisione concernente l’abbinamento di una coppia in attesa con uno specifico bambino in stato di abbandono non deve mai sottovalutare gli esiti che avrà il verificarsi dell’interazione tra i vari elementi in gioco, comprendenti non solo le caratteristiche e la storia personale del singolo soggetto, ma anche gli aspetti peculiari della nuova situazione ambientale in cui questi verrà inserito.  

Appare chiara, quindi, l’importanza di considerare i fattori di rischio e di protezione che una certa famiglia adottiva può offrire ad un particolare individuo.

L’effetto, sull’inserimento del minore nel nuovo nucleo familiare, della presenza in esso di altri figli, adottivi e/o biologici, ha ricevuto contrastanti validazioni empiriche.

Festinger (1990), ad esempio, sulla base di quanto emerso dalla rassegna già citata sugli studi relativi ai fallimenti adottivi, conclude che tale aspetto non influenza significativamente il buon esito dell’esperienza adottiva e, analogamente, giudica non determinanti alcuni elementi ad esso connessi, come l’etnia, l’età, il sesso o la posizione nella fratria di ciascun soggetto coinvolto.

Erich & Leung (1998), invece, sono pervenuti a risultati differenti a partire da un’indagine condotta su un campione di famiglie che hanno adottato bambini con “bisogni speciali” (età >3 anni, handicap fisici o mentali, problemi comportamentali e/o emotivi, soggetti parte di un gruppo di fratelli o di una minoranza etnica). Il miglior funzionamento familiare appariva infatti correlato ad un più alto numero di bambini presenti nel nucleo familiare al momento dell’adozione. Gli autori giustificano questo dato sostenendo che il fatto di avere accanto altre figure paragonabili a sé può fornire al bambino modelli positivi da imitare.

Dalla rassegna di Festinger (1990) emerge, inoltre, che le caratteristiche demografiche dei genitori adottivi (età, razza, educazione, reddito) non influenzano significativamente la riuscita dell’adozione.

Tuttavia, Erich & Leung (1998) identificano come fattore di rischio per il cattivo funzionamento familiare il più alto livello di istruzione del padre. La spiegazione ipotizzata è che l’aumentare di questo implichi una maggiore assenza della figura paterna e un suo minor coinvolgimento all’interno del nucleo familiare. Data la più grande rilevanza assunta dal padre all’interno della famiglia adottiva rispetto a quella biologica (vd. anche Rosnati & Marta, 1997), ciò inficerebbe il benessere dell’intero sistema.

L’eccessiva distanza fra le condizioni di partenza del bambino e quelle in cui egli si viene a trovare in virtù dell’adozione possono poi far scaturire attriti fra le aspettative avanzate dai genitori e le reali possibilità di soddisfarle da parte del minore. Ne può derivare in lui un sentimento di profonda inadeguatezza e il continuo timore di non riuscire a realizzare ciò che gli viene richiesto, con conseguente perdita di autostima (Versluis-den Bieman et al., 1990a).

Duyme (1988) ha rilevato un’associazione elevata tra classe sociale del padre e bocciatura del figlio all’interno di un gruppo di famiglie adottive: all’aumentare dello status socioeconomico del primo era correlata una migliore resa scolastica del secondo. L’autore, inoltre, non ha riscontrato alcuna influenza significativa del background dei genitori biologici sulle prestazioni accademiche dei bambini esaminati. E’ interessante notare, però, che l’unica differenza rilevante, che emerge dai dati, rispetto al gruppo di controllo, è presente nei soggetti adottati da famiglie di classe particolarmente agiata. Questi mostravano un fallimento scolastico più alto se confrontati con i coetanei non adottati di pari estrazione sociale. Duyme sostiene che la causa di una simile evidenza debba essere ricercata nei fattori genetici e/o pre-natali che, in tali situazioni, esercitano un peso maggiore sugli esiti evolutivi dell’individuo. L’autore avanza anche l’ipotesi di una possibile influenza delle specifiche modalità educative adottate all’interno del nuovo nucleo familiare. Nello studio, però, non viene operata alcuna valutazione né di queste, né delle richieste avanzate al figlio dai suoi genitori in funzione della propria estrazione sociale, non permettendo quindi di poter controllare l’eventuale azione di queste importanti variabili. Ciò risulta ancora più limitativo dal momento che Dumaret (1985) ha rilevato che i genitori adottivi di alto status socioeconomico, compresi nella sua indagine, apparivano particolarmente ansiosi dei risultati scolastici conseguiti dai loro bambini, secondo quanto emerso dai questionari compilati dagli insegnanti. Data la prevalenza di famiglie di classe media e medio/alta fra quelle che scelgono di adottare, è necessaria un’analisi più approfondita di questi aspetti, al fine di comprenderne meglio le diverse dinamiche implicate.

2.3.4        Il sostegno ricevuto

L’ingresso di un bambino adottato all’interno di una data famiglia implica, come precedentemente affermato, un notevole sforzo di riequilibrazione interna da parte dell’intero sistema coinvolto. E’ presumibile supporre che ciò possa venire facilitato dal supporto eventualmente ricevuto da fonti esterne al nucleo stesso.

I genitori adottivi intervistati da Bramanti & Rosnati (2000) dichiarano di aver ricevuto un sostegno scarso o ambivalente dai propri genitori nell’affrontare l’esperienza adottiva, malgrado riportino di fare riferimento ad essi per ottenere aiuto in momenti di difficoltà o per ricevere consigli sull’educazione dei figli. 

Sostengono, comunque, di essere stati maggiormente supportati da amici o da quanti avevano già sperimentato una situazione analoga. In particolare, sembra aver rivestito grande importanza l’aver preso parte a riunioni di associazioni di famiglie adottive, dove è stato possibile trovare risposta ai problemi di volta in volta emergenti. Gli incontri con gli operatori sociali vengono visti invece con finalità puramente strumentali, come mezzo per il raggiungimento di un fine.

Pochi riportano di aver tratto vantaggio da ciò. Non si rilevano dati sull’effetto, diretto o indiretto, che tali esperienze hanno avuto sui figli delle coppie esaminate.

Alcuni studi hanno cercato di indagare la relazione esistente tra contatti con i servizi e riuscita dell’adozione. Festinger (1986) ha rilevato che la discontinuità nel personale che ha curato l’adozione è più spesso connessa ad un successivo fallimento della stessa. L’autore sostiene che ciò possa essere dovuto al fatto che il bambino deve scontrarsi non solo con nuove figure genitoriali, che deve imparare a conoscere, ma ogni volta anche con altri adulti a lui estranei. Inoltre, se la preparazione all’inserimento è stata seguita da persone diverse per il bambino e per la coppia, questi possono aver ricevuto informazioni contrastanti, che possono contribuire ad accrescere le loro iniziali difficoltà.

Dallo studio di Erich & Leung (1998) emerge inoltre che le famiglie che hanno fatto più frequente ricorso ad un aiuto specialistico presentano più alti livelli di mal funzionamento complessivo. Gli autori sottolineano che ciò può essere dovuto alle stesse cause sottese alla richiesta, più che agli effetti della terapia ricevuta. E’ probabile, infatti, che la necessità di trovare un sostegno esterno sia legata ad una più grave problematicità interna, conseguente all’adozione di bambini con maggiori difficoltà comportamentali ed emotive. Questi ricercatori evidenziano anche l’effetto positivo esercitato sulla famiglia dalla partecipazione ad attività religiose. Attraverso l’interazione con gli altri, infatti, ogni membro può potenziare le proprie capacità di resistenza alle avversità e sviluppare più adeguate strategie di coping, divenendo maggiormente in grado di accrescere il complessivo benessere familiare.

Quest’ultimo aspetto risulta fondamentale per comprendere la necessità di interrogarsi sulle possibili fonti di sostegno extra-familiare, di cui uno specifico nucleo può disporre per far fronte alle difficoltà che incontra.

Malgrado la grande importanza di questo aspetto, scarsi sono gli studi che si sono occupati di indagarlo empiricamente, analizzando, ad esempio, come determinati programmi di sostegno ai genitori potrebbero influenzare la loro capacità di fronteggiare gli eventuali problemi presentati dai propri figli.

2.4         CONCLUSIONI

La rassegna della letteratura porta alla strutturazione di un’immagine positiva dell’adozione anche se le vicende ad essa connesse possono comportare un carico di sofferenza aggiuntiva per il minore che vi è coinvolto. L’esperienza adottiva appare comunque come una soluzione riparatoria per sanare le ferite eventualmente formatesi. Ciò risulta tanto più evidente quanto più sono state drammatiche le condizioni a cui il soggetto è stato esposto precedentemente all’ingresso nel nucleo adottivo.

E’ importante, tuttavia, sottolineare i problemi e le difficoltà che l’individuo può incontrare, sia all’interno che all’esterno della nuova famiglia, così come riportato dalle diverse indagini condotte. Ciò al solo fine di evidenziare l’urgenza di maggiori approfondimenti teorici e pratici, soprattutto per quanto concerne le più recenti trasformazioni che hanno avuto luogo in questo ambito. L’accoglienza di bambini stranieri, la maggior diffusione dell’istituto dell’affidamento, a cui non raramente fa seguito l’adozione, e il collocamento in nuclei adottivi di soggetti in età più avanzata, portano infatti in primo piano esigenze diverse che devono essere prima comprese per poi venire adeguatamente soddisfatte, offrendo così all’individuo l’opportunità di creare legami capaci di accompagnarlo nel modo migliore lungo il proprio cammino di vita.

 

“Che cosa vuol dire addomesticare?”, disse il piccolo principe.

“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire ‘creare dei legami’…”

“Creare dei legami?”

“Certo”, disse la volpe, “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”  (Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry).



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