Esperienza 2:
la "storia di adozione" di Daniela e Mario


( ultimo aggiornamento di questa pagina: 25/11/01 )

Questa "esperienza" è pubblicata da tempo nel sito http://www.serviziosociale.com/book.htm. Avendo noi letto "tutto di un fiato" questo che si può chiamare un vero e proprio "libro", ricco di esperienze e di spunti di riflessione, ed avendolo trovato di grande utilità, abbiamo chiesto al suo autore, Mario Abrate, l'autorizzazione ad inserire quel suo racconto in questa sezione del sito ... fortunatamente ha acconsentito con molto piacere!!
Speriamo vivamente che anche questo possa contribuire a diffondere ancor più quel suo scritto!!!

Grazie Mario.

Nota: questo racconto è stato scritto nel 1993; attualmente la nuova legge 149/2001 ha esteso il limite massimo a 45 anni, per cui è necessario sostituire (ad esempio, nel par. 1.4) 45 ogni qual volta si legge 40 .... per il resto il suo contenuto è ancora del tutto attuale!

Indice
Se desideri leggere più tranquillamente off-line questa "storia di adozione", ti consigliamo di stamparla!

 


Introduzione

Mi chiamo Mario Abrate, ho 38 anni e da quasi nove lavoro come assistente sociale per il Ministero di Grazia e Giustizia. Da qualche tempo mi occupo anche di Consulenza Familiare.
Non posso avere figli ed anche mia moglie ha un pò di problemi.
Ho deciso di scrivere della nostra esperienza nel campo dell'adozione perchè credo che il mio possa essere un punto di vista particolare, trovandomi a cavallo tra una visione tecnica del problema e quella del cittadino che, un bel giorno della sua vita, inizia una avventura che porterà la sua famiglia a crescere, e non soltanto in senso numerico.
Perchè "Grande avventura"?
Mi piacciono i film di Indiana Jones. Il luccichio dei suoi occhi quando parte alla ricerca del Santo Graal è lo stesso che posso osservare negli occhi di quelle coppie che, per la prima volta, entrano in un Ufficio Adozioni.
Questo libro è indirizzato a tutti quelli che, come operatori del settore, vogliono conoscere la nostra esperienza "privata" ed a quelli che, da semplici cittadini che ci stanno pensando, vogliono avere qualche nozione un pò più tecnica sul problema.
O viceversa.


©1994


Capitolo I - Qui comincia l'avventura ...



1.1 Adottare?

Sul foglio c'era scritto: "Indice di fertilità 0.1%". Praticamente niente!
Non c'era da stare molto allegri. Si, certo, ci sono cose più gravi nella vita ma io, su un figlio, ci contavo proprio! Sapevo di difficoltà di quella che sarebbe poi diventata mia moglie, ma che anch'io avessi problemi di procreazione proprio non me l'aspettavo.
Fu un duro colpo, non irrimediabile ma sicuramente duro.
Da quel giorno iniziammo a consultare diversi medici e centri specializzati nessuno dei quali, però, ci diede grosse speranze. Alcuni anzi, considerando le difficoltà sia mie che della allora mia fidanzata, ci dissero che era come mettere insieme la fame con la sete.
Però se su di lei qualche cosa a livello di stimolazione ormonale si poteva anche tentare, nel mio caso proprio non c'era granchè da sperare. L'unica possibilità indicataci fu l'inseminazione eterologa, fatta cioè utilizzando un seme maschile preso da una banca apposita che sta addirittura in Svizzera.
Probabilmente sarebbe venuto fuori anche alto e biondo, ma non eravamo molto convinti ed anche moralmente, soprattutto mia moglie, avevamo qualcosa da eccepire.
A quel punto quindi non avevamo molte altre strade da percorrere: o ci rassegnavamo a passare tutta la nostra vita di coppia rimanendo solo coppia e quindi a rinunciare ad avere un figlio, o potevamo fare domanda per avere un bimbo in adozione.
Sull'adozione non ero proprio a digiuno di notizie: per quanto io sia un assistente sociale che non lavora nel settore specifico, ai tempi della scuola professionale studiai la materia, la legge e qualcosa, pur a distanza di anni, mi era rimasta in testa. Nè posso dire di non avere mai pensato, anche in tempi non sospetti, alla eventualità di affiancare, ad un figlio mio biologico, anche un figlio adottivo. Ma era solo una pura ipotesi lontana, dovuta più che altro alle riflessioni che un pò il mio lavoro, un pò lo studio allora fatto, mi avevano portato a fare.
Ne discutemmo molto fra di noi, ed anche nei diversi contatti avuti con specialisti per capire cosa potevamo fare dal punto di vista medico per risolvere il nostro problema, iniziammo ad entrare nell'ordine di idee che forse l'adottare un bimbo poteva essere comunque un'esperienza da tentare e che potevamo iniziare a considerare quell'eventualità con maggiore serietà.
Cominciammo anche con il cercare di avere maggiori informazioni sia dal punto di vista delle procedure che di tutti quei problemi, umani o psicologici, cui una coppia nella nostra situazione poteva incorrere.
Psicologi e associazioni che operano nel settore ci furono quindi di grande utilità e scoprimmo con una certa soddisfazione che i rimandi che avevamo erano positivi ed incoraggianti.
Molti di questi tecnici ci diedero ulteriori stimoli per buttarci nell'avventura e, in qualche modo, ci fecero capire che eravamo sulla buona strada, che potevamo a buon diritto aspirare, come coppia e come persone motivate, ad essere genitori adottivi.
Anche il coinvolgimento delle nostre famiglie di origine non dette grandi preoccupazioni: ad un iniziale, legittimo stupore, fece seguito una accettazione, pur in una insicurezza tutto sommato giustificabile vista anche la generazione in cui i nostri genitori hanno vissuto. è piuttosto comprensibile che persone più anziane non siano così aperte al "sociale" e che siano vittime di pregiudizi che, ad esempio rispetto all'ereditarietà del comportamento umano, disturbano un approccio più sereno al problema.
D'altronde anche noi stessi degli scrupoli ce li eravamo fatti e, pur nelle rassicurazioni degli esperti e nella nostra capacità di riuscire a discernere i pregiudizi dai dati di realtà, un minimo di titubanza dentro ce la portavamo: chi sarà questo bambino? E se avesse delle tare ereditarie che lo faranno diventare delinquente, drogato o mezzo matto? O se avesse qualche grave problema di salute non subito diagnosticabile (lo spettro dell'AIDS)? Chi ce lo fa fare a riempirci di guai, visto che oggi, tutto sommato, stiamo piuttosto bene? E ancora: se mi comprassi invece un cagnolino? O un computer nuovo?
Insomma dentro di noi vi era un misto di voglia, determinazione, speranza e tenerezza ma anche, seppur in presenza minoritaria rispetto agli aspetti positivi, di paura, incertezza e in qualche modo di ansia nell'affrontare una avventura (perchè di questo si tratta) tanto delicata.
La legge vuole che per fare domanda di adozione una coppia debba avere almeno tre anni di matrimonio alle spalle.
Noi iniziammo già prima del matrimonio a porci in quell'ottica e quindi arrivammo alla scadenza dei tre anni con il nostro modulo ben compilato e la volontà ben determinata: nella cartellina la nostra fotografia migliore.


1.2 Dalla parte del bambino

La legislazione italiana in materia di adozione è regolata dalla Legge n.184/83 ( - Nota: attualmente è in vigore la nuova legge 149/2001 -). Tale Legge, nonostante spesso sia criticata, viene considerata, anche a livello internazionale, come una delle migliori leggi del mondo in questa materia.
Al di là delle sue singole disposizioni, ciò che più la rende condivisibile e avanzata è il rovesciamento che ha fatto rispetto al rapporto tra coppia adottante e minore abbandonato.
Mentre in passato, ed ancora oggi in molti paesi, la legge che regola l'adozione ha come scopo quello di fornire a coppie che lo desiderino un bambino, in Italia questa legge ha l'intento esattamente opposto: il bisogno degli adulti passa in secondo piano rispetto al bisogno del minore.
Non si attua cioè una adozione per dare un figlio ad una coppia ma per dare dei genitori ad un bambino.
La differenza sembra soltanto formale, quasi grammaticale. Invertendo l'ordine dei fattori il risultato non cambia! Ma in realtà le conseguenze di ciò sono piuttosto rivoluzionarie.
Infatti se al centro di tutto c'è il bambino abbandonato e quindi portatore di un bisogno di affetto, amore, calore, in una parola di una famiglia, ecco che chi vuole adottare non si presenta come portatore di diritti ("abbiamo diritto ad un figlio") ma è portatore di un servizio ("se credete che si sia in grado, noi siamo disponibili a prendere un bambino in difficoltà").
Ciò significa che non sarà il bambino oggetto di una selezione ma lo sarà la coppia che dovrà mettersi appunto al servizio dello Stato affinchè esso ne valuti l'idoneità.
Essendo inoltre sproporzionata la differenza tra domanda e offerta di famiglie adottive, in un rapporto di circa 1 su 20 (per ogni bambino che "domanda" una famiglia ce ne sono venti che si offrono), ecco che la scelta della coppia più idonea diviene ancora più selettiva e con molta probabilità la gran parte delle richieste di adozione in ambito nazionale è destinata a rimanere inevasa.
Se da un lato questo comporta una delusione per molte coppie che intraprendono la grande avventura, dall'altro ci rassicura che, almeno nel nostro paese, non vi sono così tanti bambini soli (la percentuale si ribalta invece se si prende in considerazione lo stato di abbandono di bambini in zone del mondo più povere, come in Africa, Brasile ecc. ecc.).
è quindi fondamentale iniziare la grande avventura (e la lettura di questo libro) avendo bene in mente il presupposto legislativo: state semplicemente (si fa per dire) offrendo un servizio alla collettività e ad un bambino in stato di grave difficoltà. Voi, le vostre motivazioni, le vostre speranze, vengono dopo. Se c'è una coppia obiettivamente più affidabile di voi è giusto che questa venga presa in considerazione al vostro posto. Ed ecco perchè, tra l'altro, un'eventuale estensione della facoltà di richiedere bambini in adozione ai singles, per quanto condivisibile in linea teorica, non modificherebbe di molto l'attuale situazione: due genitori saranno sempre meglio di uno! L'importante è il bambino.


1.3 Quarant'anni

L'attuale legislazione, peraltro da più parti messa in discussione, stabilisce che tra il minore adottato e i genitori adottivi vi sia una differenza di età di 18 anni nel minimo e di 40 nel massimo - Nota: attualmente la nuova legge 149/2001 ha esteso il limite massimo a 45 anni, per cui è necessario sostituire in questo paragrafo 45 ogni qual volta si legge 40 .... per il resto il suo contenuto è ancora del tutto attuale! -.
Ciò significa che un padre o una madre adottivi non possono avere meno di 18 anni di differenza dal bambino e non più di 40. Se un quarantacinquenne vuole adottare un bimbo questo non potrà quindi avere un'età inferiore ai cinque anni (45-5=40).
La fissazione di un limite massimo è nata dall'opportunità di dare al figlio dei riferimenti ancora sufficientemente attivi e "giovani" per tutto il periodo in cui egli crescerà e diventerà adulto.
Un'altro scopo, anche se meno esplicito, è quello di facilitare l'adozione di bambini più grandicelli, che, come vedremo, comporta tutta una serie di difficoltà in parte non ancora risolte. Pare per altro scorretto un dettato legislativo che, per induzione o attraverso una coercizione, abbia lo scopo di dirigere un' eventuale coppia a cimentarsi in una adozione particolarmente difficile come quella di un ragazzino più grande. La scelta diventa così un ripiego, una seconda soluzione rimasta per soddisfare il bisogno di maternità.
Una scelta di adozione deve in ogni caso essere improntata alla più ampia possibilità di libertà e non può in nessun modo essere forzata, anche se per fini nobili ed umanitari. Un bambino non può essere mercanteggiato ed una maternità non può essere "il meno peggio".
Vi sono state ultimamente delle proposte per innalzare il limite massimo da 40 a 45 o 50 anni.
Il rischio, aumentando l'età, è che si affidino bambini a genitori troppo anziani e che aumenti l'offerta ben al di là del rapporto uno a venti cui più sopra si è accennato.
è, quest'ultimo, un problema che innegabilmente ci si troverebbe ad affrontare. Peccato che sia tutt'altro che un problema. Verrebbe quasi da dire che si tratta di una benedizione! Il vero dramma sarebbe se il rapporto fosse inverso, se cioè non si riuscisse ad abbinare bambini a coppie per mancanza di queste ultime.
Se è fondamentale che l'ottica con cui si deve considerare la materia è quella della centralità del bambino, appare chiaro che maggiore è il numero di possibili coppie tra le quali scegliere e migliore sarà il servizio che la società rende al bambino stesso. è più utile fare una scelta tra una gamma la più vasta possibile visto che, per il calcolo delle probabilità, più estesa è la possibilità di scelta e più alte saranno le possibilità di trovare la coppia ottimale per quel bambino.
Una elevazione dell'età dei genitori adottivi di fatto non va nel senso di dare, per forza, genitori più anziani ad un bambino ma unicamente quello di estendere il ventaglio di possibilità su cui il giudice può contare. Ne si può aprioristicamente escludere che, in determinati casi, una coppia più anziana possa dare tutte le garanzie necessarie ad un buon abbinamento.
In questo senso è forse anche il caso di considerare come oggi esistano coppie composte da individui con una elevata reciproca differenza di età: spesso si incontrano, più che in passato, coppie in cui uno dei due partner (più spesso la donna) ha anche dieci o quindici anni in meno dell'altro.
Una coppia in cui il marito abbia 45 anni e la moglie 30, possiamo aprioristicamente affermare che non possa essere in grado di adottare un bambino appena nato solo a causa dei limiti di età?
Se, quindi, problemi legati al settore adozioni esistono (e ne sono convinto), mi sembra che quelli relativi all'età degli adottanti siano particolarmente infondati se non addirittura strumentali.
I problemi riscontrabili sono forse più di ordine amministrativo che legislativo. Forse è il caso di incidere maggiormente sull'organizzazione dei servizi, sullo snellimento dell'iter giudiziario, sull'efficienza della Pubblica Amministrazione.
Non pare una scelta nè ideologicamente nè operativamente corretta agire sull'offerta di famiglie adottive perchè, anche se un incremento del loro numero potrà provocare problemi in termini di carico di lavoro, non si potrà ricorrere a queste obiezioni per limitare la qualità del servizio che si vuole offrire ai bambini in stato di abbandono.


1.4 La famiglia come "sistema"

Per meglio riuscire a comprendere (e a spiegare) che cosa è un gruppo sociale particolare come è la famiglia , credo sia utile, e spero non noioso, introdurre qualche breve annotazione tecnica che puù comunque essere di aiuto per chi sta, nella propria vita di coppia, pensando e riflettendo su una possibile esperienza di adozione.
è opportuno a questo punto chiedere al lettore di fare uno sforzo culturale e di mentalità non indifferente, chiedendogli di considerare il modo di leggere la realtà in termini diversi da quelli cui, noi tutti, siamo abituati a fare fin dall'infanzia. Mi spiego meglio.
Di fronte ad un qualsiasi problema, noi tutti siamo abituati a comportarci secondo un modello scientifico ben sperimentato, funzionante e culturalmente condiviso: l'evento Y modifica una condizione di normalità X; la soluzione Z darà come risultato il ripristino della condizione di normalità.
Ad un mal di testa si risponde con la soluzione "medicina" che darà come risultato la guarigione dal sintomo che disturbava.
In un altro ambito ancora, se la nostra automobile si guasta, la portiamo dal meccanico che sostituirà o aggiusterà il pezzo che si è rotto e la soluzione sarà quella di permettere alla nostra automobile di riprendere il suo funzionamento. Niente di più ovvio!
Nei comportamenti umani e soprattutto all'interno di una certa ottica che viene definita sistemico-relazionale, questo approccio non è sempre vero. Esiste cioè un diverso modo di considerare l'individuo, non più come elemento a se stante ma come facente parte di una rete di relazioni più allargata, come membro di un sistema. In particolare noi ci riferiamo, in questa sede, al sistema famiglia.
Secondo questa chiave di lettura quindi, l'individuo non può essere considerato come un elemento a se stante e su cui fare, di conseguenza, un intervento individuale, ma bisogna tenere conto del contesto in cui egli vive e delle persone con cui, quotidianamente, entra in contatto.
Facciamo un esempio.
Una maestra convoca la famiglia di Pierino perchè questo suo alunno ha un rendimento scolastico decisamente scarso ed ha un comportamento di difficile contenimento (per esempio manifesta aggressività nei confronti dei compagni).
Al colloquio con l'insegnante si presentano i due genitori i quali, alle legittime domande della maestra, iniziano a palleggiarsi le responsabilità di una situazione familiare evidentemente non tranquilla. In particolare il padre di Pierino accuserà la moglie di essere troppo permissiva nei confronti del figlio e di essere per questo una cattiva madre, rinfacciandole di non tenere in dovuta considerazione i suoi consigli.
D'altro canto la madre del ragazzino si difenderà attaccando il proprio marito, imputandogli di non essere sufficientemente presente, di non dedicare del tempo per stare con il figlio, di non aiutarla nella gestione quotidiana della casa.
Ma anche il marito si sentirà insoddisfatto, rientrando la sera e trovando la propria moglie sempre depressa, di cattivo umore, noiosa. E a questo reagirà molto facilmente aumentando la propria voglia di stare un pò "fuori".
A tale reazione poi la moglie potrà ribattere in altri cento modi e lo stesso marito potrà a sua volta, in altri diecimila modi, riaccusare la propria partner, in una spirale perversa di cui non si può prevedere la conclusione.
Proviamo ora a calarci nei panni della povera insegnante: aveva convocato questa famiglia perchè aveva scorto in Pierino, e in lui soltanto, dei segni di malessere, disagio, sofferenza, irrequietezza ecc. Si trova ora di fronte, oltre al ragazzino, anche ad un padre evidentemente un pò disimpegnato rispetto alla propria famiglia (si giustificherà, forse, dicendo che "qualcuno a casa i soldi li deve pur portare"), ed una moglie evidentemente altrettanto non soddisfatta della vita che sta facendo: sola, non realizzata, vorrebbe maggiore sostegno dal marito, avere più spazi per sè ecc. ecc.
Ecco che adesso la maestra di Pierino può farsi una domanda fondamentale: chi stà male in questa famiglia? Chi porta il sintomo? Il padre assente, la moglie frustrata o il ragazzino pestifero? O la famiglia nel suo complesso? O il sistema nel suo complesso?
Le risposte più esaurienti, ne converrete, sono senz'altro le ultime due: se la mamma sta male a causa del padre, se il padre sta male a causa della madre e se il ragazzino sta male a causa di tutti e due, appare chiaro che il problema non è più Pierino ed il suo rendimento scolastico ma una situazione di disagio all'interno di quella famiglia, all'interno del sistema di relazioni in cui Pierino, quotidianamente, vive.
La condotta del ragazzino potrà quindi essere una reazione, una conseguenza, un sintomo, di uno stato di disagio che non è situato solo in sè stesso, nella sua psiche, ma soprattutto nell'ambiente psicologico per lui più fondamentale dal punto di vista affettivo: papà e mamma.
D' ora in poi, quindi, tratteremo il problema dell'inserimento di un bambino adottivo in una famiglia non semplicemente come fatto riguardante un bambino che va a vivere con dei nuovi genitori (e che quindi deve adattarsi ad una nuova situazione) ma come quello di un sistema (famiglia) che, per effetto di un fatto nuovo (adozione), si modifica e diviene qualcosa di diverso da ciò che era in precedenza. Non più individui singoli e slegati fra loro ma un tutt'uno che si trasforma. è un modello che si avvicina maggiormente alla reazione chimica, dove due sostanze fatte interagire fra loro danno origine ad una terza con proprie nuove caratteristiche.
Ogni fatto significativamente nuovo che capiti all'interno di un sistema (e l'arrivo di un figlio è sicuramente tra questi come lo è un lutto, un trasferimento ecc. ecc.) comporta una fase di crisi che terminerà solamente nel momento in cui il sistema stesso avrà raggiunto un nuovo assetto.
Il prendere coscienza di non essere soltanto un individuo che vive con un altro ma di essere parte integrante, insieme ad altre componenti (partner, appartamento, mobili, parentele, relazioni umane, abitudini, cultura, ricordi, speranze ecc. ecc.), di un qualcosa di unico, irripetibile e con caratteristiche ben precise che nascono dall'unione di due mondi a parte (quello del marito e quello della moglie che, nel nuovo sistema, danno vita ad una terza cosa assolutamente diversa dalla semplice somma delle due precedenti), comporta di per sè un cambiamento di mentalità e di cultura che giù predispone meglio l'eventuale arrivo di una terza persona, sia essa adottata o nata biologicamente dalla coppia stessa.
Nel caso in cui il sistema famiglia non sia esclusivamente composto dalla diade marito/moglie ma comprenda anche altre persone (altri figli, biologici o meno, nonni, suoceri ecc.) il lavoro di trasformazione dovrà necessariamente comprendere, nel suo processo di elaborazione, anche tutti gli altri membri presenti.
Il sistema comincia a trasformarsi già dal primo momento in cui la coppia/famiglia inizia anche solo a pensare ad una possibile adozione, per poi continuare in questo lento processo durante tutto il lavoro di riflessione e ripensamento. Prosegue con l'arrivo concreto del bambino e si esaurisce soltanto in una fase successiva all'adozione avvenuta, quando il sistema si sarà modificato nel senso di avere infine incorporato in se stesso, definitivamente ed armonicamente, anche il nuovo, ultimo arrivato.


1.5 Prepariamoci bene!

Da tutto ciò ne deriva l'opportunità di predisporre al meglio l'arrivo del bimbo non lasciando niente al caso ed all'improvvisazione ma cercando di preparasi il meglio possibile.
In sè questo discorso non dovrebbe essere di esclusiva pertinenza della coppia adottiva ma dovrebbe valere, in assoluto, per tutte le coppie in attesa di un figlio. Ma il nostro problema fisico o, se questo non esiste, la nostra idea di volere adottare un bambino ci impone, volenti o nolenti, di considerare con più attenzione quello che ci apprestiamo a fare. In realtà alcune riflessioni dovrebbero essere sempre d'obbligo anche quando si decide o ci si trova a mettere al mondo un figlio.
Una delle prime domande che una coppia è chiamata a farsi è proprio quella che sta alla base di tutto: perchè? Chi o cosa ce lo fa fare?
Quali sono quindi le motivazioni che spingono questa coppia a volere adottare un bambino?
Le ragioni di fondo si possono riassumere, genericamente, in inerenti ad un nostro bisogno ed inerenti ad esigenze del bambino e della società.
Generalizzando ulteriormente si potrebbe anche affermare che sono ragioni egoistiche e ragioni altruistiche.
In pratica lo facciamo un pò per noi stessi, per rispondere ad una nostra necessità ed un pò come servizio al bambino e, per estensione, alla collettività. La percentuale con cui questi due fattori si dividono varia a seconda della coppia e della situazione specifica che si prende in esame: la vostra percentuale come è distribuita?
Ad un approfondimento ulteriore, comunque, si può peraltro sostenere che anche dove esista una forte motivazione altruistica questa risponda sempre ed ugualmente ad un bisogno di altruismo della coppia, riconducibile quindi ad un atteggiamento egoistico, senza volere dare a tale parola un significato morale negativo. Anche l'altruismo risponde cioè ad un nostro bisogno personale.
Il desiderio di avere un bambino è sicuramente un bisogno primario dell'uomo, legato antropologicamente e psicologicamente alla riproduzione della specie, al desiderio di immortalità, alla necessità di potere dare la vita ad un nuovo essere da amare. La mancanza di questa facoltà e quindi l'impossibilità a rispondere a questo bisogno primario dell'uomo non può non essere, in misura piò o meno pronunciata ed in situazioni non patologicamente compromesse, motivo di insoddisfazione e frustrazione. Razionalmente riusciamo però abbastanza agevolmente a vestire il nostro bisogno di ragioni, motivazioni, del tutto plausibili ed in qualche misura pertinenti.
Proprio in ambito tecnico, nei servizi sociali e nella cultura dell'operatore sociale, vi è stato in passato, intorno alla fine degli annì70, una dannosa demonizzazione della motivazione personale a favore dello spirito di servizio, del volere a tutti costi privilegiare il collettivo rispetto al privato. Oggi tale posizione essenzialmente ideologica sembra superata ma non mi sentirei di escludere a priori che qualche operatore tuttora in circolazione possa ricercare, nella coppia che va ad esaminare, una forte motivazione sociale e che sottovaluti, in qualche modo, l'importanza e la legittimità della motivazione personale, privata.
Tra la motivazione sociale e quella privata se ne inserisce un' altra che molto frequentemente porta una coppia a fare scelte di adozione o affidamento: la motivazione religiosa.
In questo campo si corre però il rischio di percorrere sentieri logici che potrebbero deviare il discorso dall'argomento che si sta trattando. Pur nella consapevolezza della netta differenziazione esistente tra un ideale politico, ideologico ed una fede religiosa, rispetto al ristretto campo che stiamo analizzando, mi verrebbe da far rientrare la motivazione religiosa all'interno del discorso legato alle motivazioni altruistiche, più legate al sociale anche se, probabilmente, più intrinsecamente legate anche ad un bisogno in qualche modo più intimo, di fede personale.


1.6 Adozione come strumento terapeutico per la coppia?

è il caso di considerare anche, tra le varie motivazioni che possono spingere ad intraprendere una esperienza di adozione, una che assai più raramente viene liberamente esplicitata dalla coppia ma che, più spesso, viene comunque segnalata e scoperta ad una più approfondita analisi ad opera dei tecnici chiamati a valutare, sostenere o intervenire su di essa.
Sono i casi in cui l'adottare un bimbo diviene un modo o meglio un tentativo per sanare determinate disfunzioni della coppia. La risposta cioè non è ad un bisogno legittimo della coppia direttamente collegato al diventare genitori ma è deviata da altre, non pertinenti motivazioni.
Avere un figlio per ritrovare l'entusiasmo perduto, per indurre il partner a modificare, per induzione, il suo atteggiamento nei confronti dell'altro, per riuscire a superare il trauma conseguente ad un lutto: in questi come in altri casi, il bambino o meglio l'adozione del bambino non è essa stessa l'obiettivo, il fine ultimo cui arrivare ma più semplicemente un mezzo per conquistare qualcosa d'altro. Si ha quindi un utilizzo strumentale dell'adozione.
Tale presupposto comporta evidentemente un' aberrazione rispetto al reale scopo per cui una coppia adotta un bambino così come lo rappresenta rispetto a qualunque motivazione che possa indurre due persone di sesso diverso a fare un figlio. Ma quante volte invece, proprio nelle maternità/paternità biologiche il figlio assume questa valenza terapeutica, strumentale e manipolatoria?
In questi casi il bambino perde di dignità e specificità individuale per diventare, fin dal suo concepimento o adozione, come un oggetto, che ha già un suo compito ben preciso fissatogli dai genitori e che, in qualche modo, potrà anche essere chiamato in causa se tale obiettivo non dovesse venire raggiunto. E va da sè che tale obiettivo in quel modo non potrà mai essere raggiunto in quanto un processo così delicato, lungo e laborioso come la trasformazione di un sistema non è la medicina giusta: sarebbe come andare dal dentista per riparare l'automobile! Non è cioè possibile porre rimedio a lutti mal elaborati, a problemi di coppia e disfunzioni varie attraverso l'utilizzazione di una terza persona, per di più se questa ha caratteristiche di debolezza, incapacità e inadeguatezza tipiche di un bambino piccolo.
Il rischio quindi è che esso stesso divenga non già la medicina per guarire tutti i mali ma più facilmente l'arma da guerra con cui agire il conflitto contro il partner. Quanto distruttiva sia questa posizione di mezzo del bambino (come se fosse il vertice di un triangolo padre-figlio-madre) è ormai patrimonio anche del buon senso comune e ne fa inoltre testimonianza la letteratura clinica nel campo della psichiatria, della criminologia e di quant'altro.
Se è difficile potere evitare che tali situazioni, non infrequenti, possano apportare danni spesso irreparabili ai bambini che si trovano al centro di vere e proprie guerre familiari (che sono tra le più tragiche e violente), ecco che appare più che doveroso che nel momento in cui si ricercano genitori per un bambino che già vive in uno stato di sofferenza, le motivazioni delle coppie vengano attentamente vagliate, comprese e valutate: ogni bambino adottivo, di qualunque età, ha già sperimentato su di sè cosa significa soffrire a causa dei genitori: non lo si può esporre ad un altro fallimento.


1.7 Quale adozione?

Il bambino, come detto, non è quindi oggetto di scelta. Rimangono pur sempre però alla coppia delle opzioni che, in fase di richiesta al Tribunale per i Minorenni, giocheranno un ruolo importante al momento dell'abbinamento.
La distinzione maggiore riguarda il tipo di adozione richiesta: nazionale o internazionale.
La differenza appare chiara: l'una dà la possibilità di essere abbinati ad un bambino con cittadinanza italiana. Attenzione: non di razza italiana (o almeno non necessariamente). Qualsiasi bambino, di qualsiasi colore e provenienza che sia cittadino italiano è adottabile, se in stato di abbandono, attraverso l'adozione nazionale.
La richiesta per una adozione internazionale invece dà l'idoneità alla coppia per potere recarsi in paesi, in genere del Terzo Mondo e potere effettuare, laggiù, domanda di adozione secondo le leggi proprie di quello Stato.
In Italia alcuni Tribunali per i Minorenni hanno istituito la cosiddetta "adozione a rischio giuridico". Tale tipo di adozione-affidamento vuole ovviare alla lunghezza della procedura di adozione permettendo al bambino per cui lo stato di abbandono non sia ancora del tutto definito giudiziariamente, di non rimanere parcheggiato, a volte per anni, in istituti per l'infanzia o comunità.
Questa procedura, solo in previsione di un quasi possibile stato di adottabilità, permette al bambino di entrare in quella che sarà con molta probabilità la sua futura famiglia adottiva. Il problema è tutto in quella parola: probabilità. C' è quindi anche il rischio che l'adozione non vada a buon fine e che il bambino affidato debba tornare alla famiglia di origine.
So per esperienza personale che per affrontare questa situazione di precarietà è necessaria una buona dose di fegato! Ma ne riparleremo più avanti, quando tratteremo dell'arrivo del bambino in casa vostra.
In ogni caso al momento di fare domanda di adozione viene chiesta la disponibilità della coppia a considerare il "rischio giuridico". Se la coppia non se la sente ha tutto il diritto di dare la propria disponibilità per bambini il cui stato di abbandono è del tutto definitivo. L'altra faccia della medaglia è che i bambini a rischio giuridico sono percentualmente di più rispetto a quelli definiti e quindi sale la possibilità di addivenire all'abbinamento.
Un'altra opzione che viene chiesta, ed è l'ultima che in questa sede consideriamo, è quella relativa alla disponibilità ad accogliere bambini con problemi fisici gravi quali handicap o malformazioni congenite. è questo l' argomento molto delicato che tratteremo nel prossimo paragrafo.


1.8 L'adozione difficile

Si intende per adozione difficile l'adozione di quei bambini che normalmente hanno difficoltà di collocazione, o perchè già grandicelli o perchè con grandi problemi fisici e di salute.
Di per sè tale denominazione, "difficile" è errata: in realtà l'adozione di questi bambini sarebbe estremamente facile, visto anche l'alto numero di soggetti con problemi presenti nell'universo dei bambini in stato di abbandono. Ciò che è difficile infatti non è l'adozione in sèstessa quanto il reperimento di coppie o famiglie desiderose di accogliere questi bambini.
Per non generalizzare troppo dividerei comunque la situazione di bambini già grandicelli da quelli portatori di handicap o comunque con gravi problemi di salute.
Alla base del rifiuto ad adottare bambini di una certa età (la soglia dovrebbe essere intorno ai cinque anni, nel senso che un bambino di sei anni è paradossalmente considerato già vecchio!) vi sono alcuni meccanismi che scattano nella coppia che si appresta a fare domanda.
Se l'adozione deve soddisfare il bisogno di recuperare la perduta o mai avuta capacità di procreare, allora questa dovrà il più possibile avvicinarsi, nelle forme e nelle aspettative, alla maternità naturale. Il che significa che il figlio adottivo dovrà per forza essere il più possibile uguale al figlio che si sarebbe messo al mondo. In questo caso quindi avremo una motivazione all'adozione di tipo fortemente compensatorio, per rifarci da un torto ritenuto ingiustamente subto.
Il figlio quindi, se non proprio nato dalla coppia, dovrà almeno essere talmente piccolo da non avere avuto altra origine psicologica che quello della coppia stessa. Non ricordi, non traumi, non malattie ecc. Per dirla con una espressione antipatica ma pertinente, il bambino dovrà essere il più puro possibile.
Se ciò che permette ad un individuo di crescere e svilupparsi in modo equilibrato è la commistione tra i caratteri genetici di cui è portatore e l'influenza dell'ambiente esterno che lo plasma e indirizza, sarà su questo secondo aspetto che si incentrerà l'attenzione della coppia adottiva, cercando di rendere il figlio adottivo il più possibile espressione totale del loro sistema familiare.
La richiesta di un bimbo piccolo risponde anche all'opportunità della coppia di non affrontare in modo troppo diretto lo scontro-incontro tra il proprio sistema familiare e qualcuno che, già dotato di parola e carattere, può a quel punto già metterlo in discussione, volerlo implicitamente modificare.
Il lavoro di trasformazione del sistema dovuto all'ingresso di un bambino estremamente piccolo èsicuramente più semplice che non con un bambino che abbia già una sua spiccata personalità ed individualità.
Più il bambino è piccolo e più sarà facile per entrambe le componenti il crescere insieme in sintonia. Più il potere contrattuale del bambino è forte (quindi più è in grado di interagire anche dialetticamente con i genitori) e più difficile sarà per il sistema trovare un proprio nuovo ed equilibrato assetto.
Ciò significa essenzialmente che l'inserimento di un bambino già grandicello (per non parlare degli adolescenti) è effettivamente più difficile e quindi meno desiderato dalle coppie che si propongono per una adozione.
Credo che questo sia un dato di fatto e non frutto di disinformazione o pregiudizio: non a caso la maggior parte delle adozioni che si sono rilevate altamente problematiche sono quello dove il bambino non è stato tempestivamente collocato in una famiglia adottiva o quando si è trovato in stato di abbandono in età non più giovanissima.
Ricordiamoci però che più difficile non significa assolutamente impossibile. Paradossalmente infatti si può anche affermare che non è infrequente che un ragazzino già grandicello riesca a trovare subito una sintonia con la coppia adottiva. In questo caso l'inserimento e la trasformazione del sistema verrà facilitata proprio dalla capacità/possibilità che le due componenti, figlio-genitori, hanno di comunicare, scambiarsi impressioni, risolvere insieme eventuali problemi.
Ancora differente è l'adozione di bambini, pur piccoli, ma con gravi problemi di salute.
è esperienza comune il giudicare una maternità, di un'amica, di qualche parente o chiunque altro, come un momento estremamente gioioso.
Mettere al mondo un figlio è sicuramente una delle esperienze più esaltanti e coinvolgenti che la vita ci può regalare. Ma quasi come per reazione, come fosse una risposta simmetrica (uguale e contraria), l'intensità con cui chiunque risponde alla nascita di un bambino si ribalta e, mantenendo lo stesso grado di intensità, diviene orrore, sofferenza e costernazione quando subentrano gravi problemi.
è come se ci fosse qualcosa che viene a profanare, a violentare la nostra vita e quella di nostro figlio. è intollerabile. E se è emotivamente intollerabile la morte del bambino (per esempio durante il parto), viene considerata ancora più inaccettabile della morte stessa il generare un figlio non sano, portatore di gravi handicap o di malformazioni gravi congenite.
Anche se può essere (ed anzi lo è) del tutto opinabile come concetto, spesso nella nostra vita quotidiana ci troviamo ad ascoltare frasi del tipo "sarebbe meglio che morisse", "un figlio in quelle condizioni è un dolore per tutta la famiglia".
Quindi ancora più che la morte ciò che distrugge è il dolore, la pena che possiamo sentire di fronte ad un bambino gravemente ed irrimediabilmente malato.
Sta però di fatto che sono molti i bambini in stato di abbandono che presentano problemi di questo tipo. Come rispondere ai loro bisogni di affetto, di famiglia?
Io francamente una risposta non ce l'ho. Credo che nella nostra società esista una sorta di limite fisiologico e non dipende soltanto dalla nostra volontà il farci carico di situazioni così altamente problematiche. Già ci sono molte famiglie (anche se sempre troppo poche) che si pongono in quest'ottica, ma hanno motivazioni così profonde ed intime da rappresentare, purtroppo, delle eccezioni e non si può in nessun caso forzare la mano a chi non si sente preparato ad un impegno simile.
L'innalzamento di questo che definisco limite fisiologico dipende dalla crescita culturale della società nel suo complesso, dalle politiche sociali di ciascun paese, dal grado di benessere raggiunto e da una mentalità più vicina alla solidarietà, allo spirito di servizio, ad una fede o ideale.
Per quanto concerne la nostra esperienza di genitori adottivi, già in sede di istruttoria ci eravamo dichiarati non pronti ad accogliere bambini con gravi problemi. Ci rendemmo perfettamente conto di come fosse riluttante discernere i belli dai brutti e tutto questo è per noi, ancora oggi, motivo di riflessione e, in qualche misura, di senso di colpa. Ma proprio perchè il lavoro di preparazione da noi svolto era stato così lungo ed accurato, non potevamo permetterci di lasciarci trascinare dal delirio di onnipotenza rischiando di rovinare non solo le nostre vite ma, ed è quel che più conta, anche quella di un bambino che ha assoluta necessità di genitori sicuri.


1.9 Il momento della decisione

Pur nelle mille incertezze o nelle mille sicurezze del caso, si arriva un giorno a compilare delle schede e a portarle presso il Tribunale per i Minorenni della propria zona di residenza.
La decisione quindi sembra essere presa e si affidano quei fogli di carta agli uffici competenti più o meno con lo stesso stato d'animo con cui, il naufrago, affida la propria richiesta di aiuto al classico messaggio nella bottiglia.
E si attende.
Da quel momento, la famiglia, la coppia, inizia questa atipica gravidanza, in genere più lunga, più incerta, più impercettibile del normale.
Si passa attraverso tutta una serie di incombenze cui la coppia deve sottostare: esami clinici accurati, certificazioni varie, colloqui con operatori dei servizi sociali.
Questi percorsi obbligati richiesti dalla Legge, in un' ottica di tipo più psicologico, acquistano veramente il significato simbolico di una vera e propria gravidanza. Attraverso l'espletamento di queste procedure la coppia, che già si era messa in movimento, acquista una ulteriore spinta al cambiamento, e si sta già preparando a "fare spazio" se non altro alla possibilità di potere avere un bambino in adozione.
Il sistema è in fermento. E come in tutti i processi di trasformazione si porta con sè ansie, paure, speranze ed angosce.
Sempre quando si è in una fase di cambiamento agisce una paura di quello che il nuovo potrà portare, anche quando si va incontro ad esperienze positive: un avanzamento di livello nel lavoro, nuove assunzioni di responsabilità o persino un avvenimento assolutamente volontario e lieto come il matrimonio, comportano sempre un minimo di agitazione per ciò che il futuro, comunque diverso, porterà. Così come a questi timori spesso si affianca un sentimento di nostalgia, di affetto per le cose e le situazioni che si stanno perdendo. è quasi come se esistesse in noi una tendenza naturale che ci porta a sentire che chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa cosa lascia ma non sa cosa trova (e non a caso esiste un proverbio al riguardo!).
è nel segno di questa paura che, spesso, vacilliamo in questa particolare fase dell'iter di adozione: ed allora potremo passare dall'entusiasmo alla depressione, dall'ottimismo più sfrenato al pessimismo che farà in modo di farci ricredere, di voler tornare a quel famoso "chi me lo fa fare" cui accennavo in apertura. Ma niente paura: sono segnali che ci dicono che ci stiamo trasformando e preparando. Il processo di cambiamento non può essere lineare e sempre coerente, ma è solo attraverso il superamento di questi ostacoli che si arriverà al momento buono sufficientemente pronti alla grande avventura.
Di ostacoli se ne trovano sempre nella vita, in genere più che di aiuti: i parenti che fanno finta di non avere dubbi ma che hanno più paura di noi, le cronache che spesso ci sottolineano che il tal mostro o il tal delinquente è figlio adottivo: si è mai visto un titolo di giornale "Figlio biologico uccide i genitori"? Eppure la maggior parte dei delinquenti o degli psicopatici o dei disadattati non sono figli adottivi (anzi, in alcuni casi, magari lo fossero stati, sarebbero cresciuti un pò più tranquilli!).
Come affrontare dunque tutto questo?


1.10 Il concetto di "Coppia"

Fino ad ora ho adoperato il termine "coppia" quasi come sinonimo di famiglia, di genitori, di marito e moglie. In realtà dò al concetto di coppia un significato più ampio, più completo. "Coppia" non è solo due persone, ma è anche il terreno su cui camminano, l'aria comune che respirano, il calore che emanano. è lo scambio continuo di comunicazioni fra loro. Non è un concetto moralistico o fideistico (coppia come unione di anime). E quasi un concetto fisico, tangibile. è una pasta che si rivolta ed ingloba, ogni volta, ogni ingrediente che ci mettiamo dentro. è un Blob!
Ed è quindi a livello di coppia che gli ostacoli si devono affrontare: per risolverli dove possibile, per gestirli quando non è possibile.
Se avete una suocera particolarmente ostica, sarà probabilmente inutile continuare ad insistere, a livello razionale, sulle buone ragioni che avete per volere adottare un bambino. Converrà invece tenersela così, gestirne gli slanci distruttivi, sicuramente aiutarla ad elaborare ma non lasciandosi sopraffare sperando anche che, una volta toccato con mano e al pensiero di essere finalmente nonna, superi lei stessa le sue angosce. Non significa fregarsene, significa mettersi in una posizione di gestione della sofferenza (paura) altrui. è molto diverso! Ed è anche molto più formativo nei nostri confronti (sarà un arricchimento di esperienza per il nuovo sistema che si sta formando, anche al di làdel discorso adozione).
Il buon esito di una procedura di adozione non dipende, purtroppo, solo da noi ma da una quantità di fattori che non ci è possibile controllare, come per esempio la concorrenza con altre coppie che spesso, in un eccesso di modestia, giudichiamo migliori della nostra. E nemmeno l'ormai famoso processo di cambiamento cui stiamo per essere soggetti dipende dall'arrivo effettivo del bambino.
L'avventura iniziata è cioè così intima, profonda e coinvolgente che in ogni caso, anche se non diverrete mai genitori adottivi, non sarete più quelli che eravate in precedenza, ma avrete comunque vissuto un' esperienza di arricchimento personale assolutamente speciale e positiva.
Ciò non significa che se dovesse andarvi male sarete contenti e ci riderete su. Per un pò o per molto, sicuramente sarete delusi.
Per sempre sarete migliori.


Capitolo II - L'avventura continua!




2.1 La coppia indagata


Si arriva dunque al momento in cui la coppia, più direttamente, entra in gioco. Questo ulteriore passaggio inizia nella fase immediatamente successiva a quella della presentazione della domanda di adozione presso il Tribunale per i Minorenni.
Vi vengono richiesti una serie di esami clinici e di certificati ma soprattutto inizia una vera e propria indagine che il Tribunale svolge attraverso i servizi sociali del vostro luogo di residenza.
Nel momento in cui siete in contatto con gli operatori del servizio, si modifica radicalmente l'ambiente, il contesto, in cui eravate abituati a riflettere. Il fatto non è più così privato come quando ne parlavate alla sera prima di addormentarvi. Ora dovete mettervi in gioco come persone davanti ad altri individui che vogliono vedere fino a che punto siete arrivati.
Il contesto diviene quindi da spontaneo e naturale ad indagatorio e giudicante (nonostante le rassicurazioni che alcuni operatori possono farvi). Ma voi sapete che sietelì per essere giudicati. E che da questo dipenderà buona parte della vostra futura felicità. Non è cosa da sentirsi tranquilli!
E d'altronde non è che ci sia alternativa a questa scomoda posizione: le regole sono queste e vanno rispettate, se vogliamo arrivare alla fine dell'avventura.
In un contesto di valutazione è implicito che vi sia qualcuno che, all'interno della relazione, detiene un potere di molto superiore a chi sta nel ruolo del giudicato. Ed oltre ad avere questo tipo di potere istituzionale possiede un potere ulteriore che è quello della competenza specifica sulla materia su cui vi si sta esaminando. Ciò significa che, se gli operatori non sono corretti, non avete grossi strumenti per modificare la lettura (giusta o sbagliata che sia) che queste persone fanno della vostra situazione.
Come facciamo a fidarci di queste persone, come possiamo controllare che siano effettivamente in grado di giudicarci in modo corretto e pertinente? La risposta a questa domanda è piuttosto semplice: non si può.
Nell'addentrarmi in questo tipo di analisi, concernente cioè gli operatori in genere e l'assistente sociale in particolare, non posso non segnalare una certa mia difficoltà, essendo in qualche modo io stesso sotto analisi critica e trattandosi comunque di persone che fanno lo stesso mio mestiere. C'è da dire però che conosco bene l'ambiente!


2.2 L'assistente sociale

L'assistente sociale diventa tale attraverso un corso triennale a livello universitario che comprende oltre ad un lungo ed impegnativo studio teorico anche mesi di tirocinio sul campo.
Si accede al posto di lavoro attraverso concorso o, dove vi siano problemi di sostituzioni, attraverso contratti professionali a tempo determinato. Ciò che si sente a volte dire su scuole per corrispondenza o iter formativi insufficienti in realtà non corrisponde a verità.
Oggi quella dell'assistente sociale è una categoria professionale riconosciuta, con una sua dignità e specificità ben precisa.
Spesso, soprattutto nei mass media, viene descritto come quello che toglie i bambini alle mamme, quello che ha il potere di fare e disfare famiglie, che ha perfino il potere di condizionare le scelte dei giudici. Ed è vero.
Per quanto l'assistente sociale raramente lavori da solo, ma faccia parte di una equipe insieme ad altre figure professionali (medici, educatori, psicologi ecc.) e nonostante non sia lui in prima persona a prendere decisioni spesso molto gravi e drastiche (per i minori è il Giudice), è innegabile che poche professioni racchiudono in sè tanto potere come quella dell'assistente sociale. Ed è anche vero che, generalizzando, l'assistente sociale in equipe, ha grandi possibilità di influenzare le scelte degli altri.
Il detenere tutto questo potere comporta a volte, per alcuni assistenti sociali, un vero e proprio sganciamento dalla realtà: in pratica tutto viene filtrato dal suo potere di giudizio, fà fatica ad immaginare come legittime e sacrosante visioni della vita diverse dalla sua, in una inelasticità mentale a volte veramente impressionante. è paradossale se si pensa a quale sia il suo ruolo istituzionale! Come facente parte della categoria probabilmente anch'io rientro in questa casistica: ciò non toglie che avverto spesso, in alcuni colleghi, caratteristiche di questo tipo.
L'assistente sociale a volte non possiede grandi capacità di autocritica e raramente ritorna sui suoi passi. Lo sbagliare ferirebbe così tanto il suo narcisismo che piuttosto si trincera dietro strenue difese corporativistiche a volte patetiche. L'assistente sociale in grado di fare dell'autoironia è una rarità: se ne conoscete qualcuna tenetevela ben stretta e reputatevi fortunati.
All'occhio dell'utente (è così che gli assistenti sociali chiamano le persone su cui lavorano), l'assistente sociale medio si presenta in questo modo: intanto è femmina (siamo arrivati in ritardo!), look fricchettone o da donna in carriera. Agenda sotto il braccio, sempre indaffarata. Raramente riuscirete a fare un colloquio con lei senza venire interrotti.
L'atteggiamento è quasi sempre sull'aggressivo falsamente paritario, come se volesse dirti "Mi abbasso al tuo livello!".
Se, durante il vostro rapporto con il servizio sociale vi capiterà di imbattervi in persone di questo tipo consolatevi: non siete di sicuro gli unici ad avere assistenti sociali insopportabili! Se avrete invece delle persone molto più moderate, accoglienti e rispettose di ciò che siete voi come persone, allora reputatevi fortunati e veramente troverete in loro occasioni di riflessione, confronto e chiarificazione.
Al di làdel paradosso e della provocazione che in queste righe mando ai miei colleghi, il discorso sul potere dell'assistente sociale è assolutamente serio, che però esula, per un suo approfondimento, dal tema specifico che si sta affrontando.
Comunque, e qui concludo, chi dice che in tutte le categorie professionali esistono i buoni e i cattivi, ebbene non ha conosciuto gli assistenti sociali!.


2.3 Lo psicologo

Woody Allen ha detto: "Lo psicologo è colui che deve convincerti che non hai il diritto di essere felice".
Il compito principale dello psicologo, almeno di quello che lavora nei servizi sociali, è quello di interpretare i comportamenti e le comunicazioni del cliente (è così che essi chiamano le persone su cui lavorano). Ciò vuol dire che essi hanno delle categorie mentali in testa e che il loro lavoro consiste nel capire a quali categoria tu appartieni, come se avesse una serie di caselle vuote e dovesse scegliere all'interno di quale collocarti.
La mia personale opinione è che ogni individuo umano, data la sua complessità e la sua unicità è sempre, comunque, a sè stante e chiunque cerchi di collocarlo sotto determinate categorie troppo generali non può non fare delle forzature, quindi delle imprecisioni. Succede così, con quegli psicologi che non fanno correttamente il loro mestiere, che nel momento in cui ti trovi collocato sotto una categoria in cui non ti identifichi, non hai la possibilità di dissentire perchè tale tuo dissenso potrà essere letto come un meccanismo di difesa. E più protesti e più egli si rafforzerà nella sua ipotesi. Vieni quindi intrappolato senza avere vie di scampo.
Anche in questo caso, essendo lo psicologo una figura professionale che partecipa alla selezione di coppie adottive (in equipe con l'assistente sociale) sarà la sorte che potrà farvi incontrare un professionista serio o uno meno preparato. Auguri!


2.4 Come affrontare l'indagine

Se questo è il panorama dei servizi non c'è da stare granchè allegri. E, ribadisco, noi in quanto cittadini che vogliono adottare un bambino, non abbiamo grandi strumenti per potere accorgerci se siamo finiti in buone o cattive mani.
Come fare dunque?
Intanto un consiglio è quello di fare un minimo di attenzione per capire un pò meglio se gli operatori che vi stanno esaminando sanno in qualche modo creare un feeling, se hanno quindi una discreta capacità ad entrare in empatia con voi, a non erigere, tra voi e loro sopra la scrivania che vi divide, un muro impenetrabile o penetrabile solo dalla vostra parte. Ogni colloquio è comunque e sempre uno scambio, voi siete chiamati a dare informazioni ma anche gli operatori dovranno darvi qualcosa in cambio. Un colloquio non può e non deve trasformarsi in un interrogatorio!
In ogni caso è assolutamente necessario che voi andiate ai servizi preparati il meglio possibile. Parte di questa preparazione, già ho avuto modo di scriverlo, viene direttamente dal lavoro mentale che voi, come coppia, avete fatto nel periodo precedente alla decisione di fare la domanda (ricordate, la sera, prima di addormentarvi?).
Come già detto adesso vi trovate in un contesto non più spontaneo, ma valutativo e giudicante. Questo significa essenzialmente che voi, dentro quella stanza dei servizi sociali non siete esattamente quelli che siete quando, liberi, vivete nella vostra casa. Esiste cioè uno scarto, una differenza, tra quello che in realtà siete e quello che in quel momento, in quella particolare situazione esprimete. In più esiste un ulteriore scarto tra ciò che voi riuscite ad esprimere davanti agli operatori e ciò che gli operatori riescono effettivamente a captare della vostra realtà.
Tra la lettura degli operatori (per quanto essi possano essere bravi) e la vostra realtà esistono quindi quanto meno due passaggi, due scalini, due filtri.
Questo vuole essenzialmente dire che gli operatori non giudicano voi per quello che effettivamente siete e valete, ma in base a ciò che accade in sede di colloquio. Non verrete giudicati tanto in base alla sostanza della vostra realtà (non osservabile in un contesto diverso dal quale essa si esplica spontaneamente) ma più in base alla forma in cui la saprete esprimere.
Il passaggio logico conseguente è che se un'altra coppia viene giudicata più idonea all'adozione è perchè è risultata migliore di altre non nella realtà ma solo in quel determinato contesto valutativo.
Per questo è essenziale prepararsi bene per i colloqui: per cercare di limitare al massimo il divario esistente tra la vostra capacità di esposizione della realtà, la percezione che di questa hanno gli operatori e la realtà stessa.
è quindi opportuno razionalizzare tutte le conclusioni cui siete giunti e tutti i passaggi logici che avete fatto.
Va da sè che in questa sede prenderemo in considerazione solo l'aspetto formale della comunicazione: cercheremo di capire come è meglio presentarsi ai servizi non cosa dire. Questo deve essere frutto di conclusioni vostre. Qui si pensa al vestito, non a quello che ci sta dentro!
Torniamo quindi alla famiglia come "sistema". è chiaro che a questo punto dovreste essere già in una fase in cui il vostro sistema si sta quantomeno aprendo in attesa di potere inglobare in se stesso il vostro futuro figlio adottivo.
Dovrete quindi dimostrare di avere creato un sistema sufficientemente forte per potere fare fronte all'adozione di un bambino e a qualunque altra prova che la vita vi metterà di fronte. Ma dovrà anche essere sufficientemente elastico per potere inglobare in sè stesso una nuova persona senza che questa debba fare troppa fatica e senza che anche voi, una volta genitori adottivi, abbiate troppi problemi ad accettare questo vostro nuovo ed impegnativo ruolo.
Il metodo migliore per sondare queste vostre capacità è, da parte degli operatori dei servizi, quello di vedere come ve la siete cavata fino ad ora davanti alle difficoltà e come interagite con il vostro mondo esterno. Se sarete troppo chiusi verso la realtà che vi circonda, con molta probabilità tenderete ad essere eccessivamente rigidi anche nel momento dell'inserimento del bambino nella vostra famiglia. Al contrario un sistema più rivolto verso l'esterno, che ha già avuto modo di sperimentarsi nell'affrontare (e risolvere) trasformazioni (perchè già si è aperto ad altri figli, ad esperienze di affidamento o comunque a momenti critici) darà più fiducia a chi dovrà considerarvi come possibile coppia adottiva.


2.5 Sistema aperto, sistema chiuso

Qualsiasi sistema, e quindi anche quello familiare, vive perennemente a contatto con altri sistemi ed interagisce con essi, nel senso che dà e riceve continuamente stimoli, messaggi, comunicazioni. Più è in grado di interagire e più si potrà definire aperto. Più sarà rigido e poco incline a recepire stimoli dall'ambiente esterno e più esso sarà chiuso.
Esempi di sistemi chiusi possono essere un acquario che, una volta regolato (intervento esterno minimo) diviene un ecosistema con una grande capacità di autosufficienza, o un orologio atomico, capace di badare a se stesso addirittura per secoli senza alcun bisogno di interventi esterni.
La chiusura di un sistema umano è tutto sommato abbastanza relativa in quanto l'organizzazione sociale prevede che ogni individuo, per la sua sopravvivenza o per la sopravvivenza dell'organizzazione stessa, necessariamente entri in contatto con altri sistemi che spesso piuttosto prepotentemente condizionano ogni gruppo-famiglia. Ogni nucleo si incontrerà prima o poi con la scuola (dal sistema classe al sistema scolastico nel suo complesso), con la sanità (dal medico di famiglia all'ospedale) ecc. ecc.
L'accezione di sistema umano completamente chiuso e quindi in realtà puramente teorica.
Come collocate quindi il vostro sistema familiare all'interno di una ipotetica scala di riferimento che vada dall'apertura alla chiusura verso input esterni?
Consideriamo i seguenti ambiti:

Fig.1


Il concetto, simboleggiato nella fig.1 dalle frecce bidirezionali, è che l'interazione tra sistemi comporta un vicendevole scambio di ciò che potremmo definire "arricchimento", "esperienza" , "comunicazione". E quindi nel dare qualcosa a questi sistemi contemporaneamente ne traiamo anche dei vantaggi, vuoi economici, di soddisfazione personale, di crescita ecc. ecc.
Esemplifichiamo.
Consideriamo un famiglia composta da una coppia di coniugi. Entrambi hanno un'attività lavorativa, entrambi non svolgono alcuna attività particolare al di fuori di quest'ultima. La loro vita si spende quindi essenzialmente tra casa e lavoro. Raramente si scambiano impressioni rispetto al loro lavoro quotidiano. Chiusa la porta di casa il resto resta fuori.
Un'altra coppia: entrambi lavorano, lui frequenta una palestra ma hanno momenti in cui condividono attività di tempo libero (es. vanno al cinema). Lei trova anche il tempo per svolgere attività di volontariato presso la propria parrocchia. Spesso questa coppia ama discutere dei propri problemi lavorativi; dopo ogni film visto ne parlano, lo analizzano, cercano di sfruttare quell'occasione per crescere, per conoscersi meglio.
Entrambe le coppie, sul fronte del contenuto delle loro comunicazioni, quindi dell'aspetto più strettamente psicologico delle stesse, danno agli operatori le massime garanzie. Hanno ottime e pertinenti motivazioni, sono entrambe piuttosto affiatate e consolidate, da quanto emerso dai colloqui potrebbero entrambe essere ottime famiglie adottive.
Ma voi quale delle due coppie pensate sia maggiormente in grado di porsi con atteggiamento più dinamico rispetto all'arrivo di un figlio o di un qualsiasi altro momento che necessiti una trasformazione del sistema? Quale delle due coppie pensate abbia dato vita ad un sistema più aperto?
Attenzione: non si vuole qui affermare che la prima coppia non sia a priori una buona coppia anche in grado di gestire al meglio dei momenti di trasformazione. Ciò che si vuole affermare è che, a parità di qualità di contenuti, in fase di comparazione la seconda coppia verrà sicuramente valutata più positivamente della prima perchè dimostra una maggiore apertura.
L'essere aperti significa essenzialmente essere più elastici, più sensibili a tutto ciò che il mondo esterno può insegnare, essere mentalmente più malleabili. Significa vivere in un clima che facilita l'ingresso di un nuovo componente, sia per il bambino che per i genitori.
Io giudice, che devo scegliere tra venti coppie, affiderò quindi il bambino ad un sistema che abbia caratteristiche del secondo tipo.


2.6 Tutto tace ...

La cosiddetta "fase istruttoria", cioè quella fase in cui siete messi sotto preventivo esame da parte delle istituzioni, si conclude con l'invio di tutto il materiale raccolto (certificazioni, esiti degli esami clinici e relazione psicosociale) al Tribunale per i Minorenni.
Da questo momento, se avete fatto domanda per l'adozione nazionale, entrate in comparazione con altre coppie che hanno compiuto il vostro medesimo iter. Se, viceversa, avete esclusivamente fatto domanda di adozione internazionale, i giudici stessi dovranno comunicarvi se siete considerati idonei a potere recarvi in un altro paese per fare richiesta di adozione secondo le leggi di quello Stato.
Nell'attesa che qualcosa si sblocchi riprenderete pian piano la vita di tutti i giorni e più passerà il tempo e più l'idea dell'adozione abbandonerà i vostri discorsi quotidiani. Ne parlerete sempre meno di frequente, ci penserete sempre molto spesso.
Il tempo intercorrente tra il momento della fine della fase istruttoria ed il momento dell'abbinamento vero e proprio è in genere piuttosto lungo: la domanda di adozione nazionale scade dopo due anni e molto spesso se qualcosa succede è proprio negli ultimi mesi, a ridosso della scadenza. Potreste avere la sorpresa proprio nel momento in cui vi sarete rassegnati e non spererete più.
Armatevi di santa pazienza quindi, come avrete peraltro fatto fino a quel momento!
Durante questo periodo sarete lasciati piuttosto soli e sarete voi, di tanto in tanto, a mettervi in contatto con i servizi o direttamente con il Tribunale per i Minorenni per avere notizie. Spesso potrà venirvi il sospetto di essere svantaggiati rispetto ad altri a causa della classica mancanza di raccomandazioni. Sinceramente, per quanto è nella mia esperienza, escludo che in questo settore della vita pubblica sussistano grossi problemi di questo genere. Credo fondamentalmente che se una coppia non viene scelta sia a causa di quel rapporto di uno a venti di cui si parlava all'inizio.
Concausa del malessere che prende le coppie che si trovano in questa particolare fase dell'iter di adozione, è anche la mancanza della notizia relativa ad una eventuale vostra non idoneità.
Mentre per l'adozione internazionale l'idoneità della coppia viene riconosciuta mediante un atto formale emesso dall'Autorità Giudiziaria, nell'adozione nazionale questo non è dato. Non esiste a livello giuridico un certificazione che vi dica, anticipatamente, che non siete idonei ad adottare.
Tale informazione potrà esservi data soltanto dagli operatori dei servizi sociali che vi hanno esaminato. Non è peraltro obbligatorio che questo fatto si verifichi, anche se, per correttezza, gli operatori dovrebbero in ogni caso rimandarvi la loro visione della vostra situazione o meglio ancora leggervi la relazione che invieranno al Tribunale.
è comunque questa una facoltà che potete chiedere agli operatori alla fine dell'indagine: il sapere quali possono essere le cause della vostra inidoneità potrà comunque esservi utile sia in riferimento ad un eventuale secondo tentativo che più in generale come occasione di riflessione sulla vostra vita, famigliare e non.
Ma intanto il tempo passa, e tutto tace..

 


Capitolo III - L'avventura si fa grande!




3.1 Succede qualcosa!

La fase istruttoria, proprio in quanto fase, ad un certo punto termina. Uno dei motivi per cui può esaurirsi è la scadenza della domanda.
La scadenza di per sè non pregiudica affatto la possibilità di riprovare una seconda volta a fare la richiesta. Chiaro che dovrete però rifare tutto l'iter già sperimentato una volta e attendere nuovamente di venire abbinati ad un bambino.
Appare peraltro opportuno che, nel caso ci voleste riprovare, vi informaste bene su qualche motivo particolare che vi abbia svantaggiato rispetto ad altre coppie e cominciaste, se ancora non l'avete fatto, a lavorare su quelle parti che vi hanno evidentemente penalizzato in sede di comparazione.
La fase istruttoria può però anche terminare nel momento in cui ...succede qualcosa!
Credo di stare per descrivere uno dei momenti in assoluto più belli della mia, della nostra vita.
Eravamo, io e mia moglie, da un solo giorno ritornati dalle vacanze estive. Si stavano sistemando le cose, le valige ancora nell'ingresso di casa.
Durante il viaggio che avevamo appena concluso non ne parlammo quasi anche se, sicuramente, nella nostra mente quello era un pensiero dominante, anche se non assillante. D'altronde era passato troppo poco tempo dalla fine della fase istruttoria e, anche se avevamo optato per il rischio giuridico, cinque mesi erano veramente troppo pochi.
Ricordo che ero sul terrazzo a sistemare un pò le piante che avevano risentito dei quindici giorni di nostra assenza quando sentii squillare il telefono. Non ci badai più di tanto, fu mia moglie ad andare a rispondere.
Continuai a curare le piante quando, dal silenzio tipicamente estivo, si erse un urlo proveniente dalla nostra camera da letto, dove teniamo un telefono. All'urlo fece seguito un nome: Mario!
Mi precipitai dentro casa, mi diressi verso la camera da letto e lì vidi mia moglie come mai avrei pensato di vederla: in piedi, la cornetta credo fosse caduta per terra, lo sguardo incredulo e raggiante. Nel marasma riuscii ad intuire una sua frase: "una bambina di dieci mesi!".
Non ci fu ovviamente nessun bisogno di chiedere a cosa si riferisse. Vista la impossibilità pratica di mia moglie ad emettere altri suoni che potessero far pensare a delle parole, mi diressi verso la cornetta ed accennai un "Pronto?". Non so ancora chi ci fosse dall'altra parte dell'apparecchio, se l'assistente sociale o la psicologa che ci avevano finlì seguito.
Bofonchiai alcune patetiche frasi di circostanza e, dopo che il mio interlocutore mi disse che non aveva al momento altre notizie, ringraziando quasi fino alla prostrazione, riattaccai.
I momenti immediatamente successivi furono, è facile da immaginare, improntati dalla più assoluta felicità, incredulità, intimità. E come tali apparterranno per sempre alla storia di questa famiglia.
Dopo esserci relativamente ripresi comunicammo la grande notizia ai nostri parenti più cari e poi via via a tutti gli altri, amici compresi.
Avemmo il secondo contatto con i servizi solo qualche giorno più tardi, quando ci diedero più particolareggiate informazioni su quella che, rischio giuridico permettendo, sarebbe a tutti gli effetti diventata nostra figlia.
Nostra figlia. Nostra figlia. Ce l'eravamo detto tante volte per gioco, per finta, per esorcizzare qualche cosa, per scaramanzia. Ma ora il suono di quelle parole era molto diverso. Corrispondeva a qualcosa di reale, di toccabile, di vivo.
Non so esattamente cosa si provi nel momento della nascita di un figlio. Francamente non riesco ad immaginare qualcosa di più emozionante, coinvolgente e stravolgente di quello che, quel pomeriggio, io e mia moglie abbiamo provato.
Fu quello anche il momento in cui, dalle ipotesi e dai sogni, si passò più concretamente ai fatti. Da lì a qualche giorno una bambina così piccola sarebbe venuta a stare con noi ed aveva tutto il diritto di essere accolta con tutti gli onori. Ma c'erano tante cose a cui pensare: la stanza che pensavamo per lei era stata fino a quel momento adibita un pò a magazzino: arredata precariamente, mettevamolì le cose che non sapevamo collocare in altre parti del nostro piccolo alloggio.
E il lettino, il bagnetto, i vestitini, il fasciatoio, il passeggino, i giocattoli, il tappeto, i mobili ecc. ecc. ecc. Fu una settimana molto intensa sotto tutti i punti di vista, anche da quello economico. Demmo fondo a quasi tutti i nostri risparmi senza neanche battere ciglio. Tutti ci aiutarono.
In realtà, e qui mi rifaccio al discorso teorico fatto in precedenza, eravamo tutt'altro che impreparati all'evento: in quei momenti, anche se non fisicamente, nostra figlia era giàlì con noi, a preparare la stanza, ad attaccare i quadretti di Walt Disney, a partecipare a questo grande gioco di famiglia.
Ci eravamo preparati bene, il sistema era cotto a puntino e bastava solo mettere la cigliegina sulle torta per finalizzare tutto il lavoro di preparazione che, negli anni, avevamo fatto.
Dopo circa una settimana ci fu indicata la comunità dove la bimba era ospitata e, in compagnia della nostra assistente sociale, ci recammo per il fatidico primo incontro.
Dapprima ci fecero vedere il suo lettino e già lì ci venne il classico groppo in gola. Nonostante fosse comunque un'ottima comunità, che sicuramente rispondeva alle esigenze a cui una comunità deve rispondere, capimmo in quel momento l'enormità di un bambino senza una famiglia, senza una casa, senza dei giocattoli tutti suoi, senza il calore che possono dare solo dei genitori.
Un lettino anonimo tra gli altri, soltanto giocattoli in comune (fu una delle cose che più mi turbarono), così come anche i vestitini.
Ci diressero quindi verso un'altra stanza, più grande ed allegramente arredata. Credo si possa definire "sala giochi". Elì due bambini. Un maschio ...una femmina! Assolutamente piccola, più di quanto io e mia moglie immaginassimo.
Gli operatori della comunità ci avvisarono che era meglio che i bambini si abituassero piano piano a noi e quindi entrammo in quella stanza quasi in punta di piedi, e ci sedemmo sul pavimento in silenzio. Si accorsero ovviamente quasi subito di noi. Era anche grande il trasporto che avevamo per il maschietto anche se, chiaramente, la nostra attenzione veniva catturata essenzialmente dalla bimba.
Iniziammo a giocare con loro: la palla, il piccolo pianofortino.
Mi venne vicino, guardandomi e studiandomi, finchè non si mise in bocca il mio naso e iniziò a leccarmi la faccia. Passò poi da mia moglie e si mise a giocare con i suoi occhiali.
Finalmente era fatta, eravamo stati adottati! Il giorno successivo le portammo un orsacchiotto che fosse solo suo ed un paio di occhialacci che avrebbe potuto tranquillamente distruggere al posto di quelli di mia moglie.
Dalì a qualche giorno venne a casa. Furono tempi di minestrine, omogeneizzati e biscottini granulati. Furono tempi di nuove scoperte, primi passi e primi dentini.
Sono tempi di grande avventura!


3.2 Il rischio giuridico

Torniamo dunque sull'adozione a rischio giuridico, non tanto dal punto di vista del diritto quanto da quello delle ripercussioni che, a livello psicologico, il vivere una situazione di questo tipo comporta per la coppia, per quelli che saranno quindi i probabili i genitori adottivi.
Prima che si arrivi alla definitività dello stato di abbandono, è possibile che la controparte, genitori del bimbo o parenti prossimi, ricorra per tre volte contro il provvedimento del Tribunale per i Minorenni: un primo riesame viene fatto dal Tribunale stesso, un secondo grado di giurisdizione è dato dalla Corte d'Appello ed infine può esserci il ricorso presso la Corte di Cassazione.
Spesso passano mesi se non anni.
è una situazione che comporta un lungo e prolungato stress, anche se le statistiche dicono che piuttosto raramente il rischio giuridico non evolve poi in adozione.
Non voglio dire che abbiamo sottovalutato la portata dell'impegno che ci siamo assunti accettando tale situazione. Sia io che mia moglie siamo consapevoli del rischio che abbiamo e stiamo tuttora correndo e lo accettiamo, con fiducia. Ciò che però avevamo forse sottovalutato è la portata che un' eventuale interruzione dell'iter adottivo avrebbe nei confronti di tutte quelle persone che stanno condividendo con noi la gioia di avere questa bambina in casa. Non solo i nostri genitori, la cui età non favorisce nemmeno la comprensione del senso del rischio giuridico, ma tutti i parenti, gli amici..
Noi possiamo anche accettare di correre il rischio di soffrire per la perdita (perchè tale sarebbe) della bambina, ma come possiamo assumerci la responsabilità di fare soffrire tutte quelle persone che non hanno avuto la possibilità di maturare, di riflettere e in qualche modo di pararsi di fronte a questo tipo di eventualità?
Nel momento di dare la nostra disponibilità al rischio giuridico pensavamo in qualche modo di poter controllare il nostro coinvolgimento affettivo nei confronti della bambina. Credo che chiunque di voi stia pensando di accettare il rischio giuridico pensi di potercela fare a "tenersi", a non darsi completamente fino a quando non avrete la certezza giuridica dell'adozione avvenuta. A parte il fatto che qualsiasi bambino in stato di abbandono non può permettersi il lusso di avere dei genitori che risparmiano il loro affetto ma ha diritto a tutto l'amore possibile, ebbene noi abbiamo imparato che se ci sono due termini antitetici questi sono sicuramente razionalità e amore.
Non esiste possibilità di calcolo, di pianificazione. L'affettività non ha confini, non ha vuoto a rendere. L'unica razionalità possibile è quella che potrai e dovrai mettere in gioco dopo, quando ti troverai a fare i conti con un bimbo che hai amato con tutto te stesso e che però tornerà da una madre e da un padre che, qualche tempo prima, avevano ugualmente sofferto nel vedere il loro figlio allontanarsi per effetto di un pur giusto provvedimento giudiziario.


3.3 Dott. Jeckil e Mr. Hide

Quando dal piano della fantasia si passa al piano della realtà, quando cioè le nostre paure ed ansie ma anche sogni e desideri si concretizzano in circa dieci chili che non stanno mai fermi, molti di questi sentimenti svaniscono o, quantomeno, perdono molta della loro carica emotiva.
Ciò non toglie però che, in qualche misura, queste due facce di una stessa medaglia, questo conflitto tra le fantasie peggiori e i sogni più gioiosi, permangano ancora dentro di noi.
Può quindi verificarsi che i genitori o magari qualche altro parente, tendano a scomporre il comportamento del bambino in due parti: quella che viene direttamente dall'influenza del post adozione, e l'altra che viene dall'ignoto, da quella parte psicologica e genetica del bambino di cui non si sa praticamente niente.
Il curioso (e ciò che insospettisce oltre ogni ragionevolezza) è che il meccanismo identifica come dovute a noi le parti buone e rassicuranti del suo carattere e come ereditate da altri, da ciò che non ci appartiene, le parti più problematiche e preoccupanti.
Il bambino diviene quindi un Dott. Jeckill e Mr. Hide: la parte buona e la parte cattiva che c'è in ciascuno di noi viene scomposta ed attribuita a qualcuno.
è così che i momenti di estrema affettuosità e di tenerezza saranno frutto del carattere del bambino e soprattutto dell'ottimo ambiente che gli abbiamo creato attorno. Quando sarà più reattivo (ad esempio durante l'adolescenza) o quando, ancora piccolo, tenderà come tutti i bambini a fare capricci e scenate isteriche terribili ecco che tenderemo ad attribuire quei comportamenti aggressivi o violenti allo stesso fatto che è un bimbo adottivo o al suo patrimonio genetico .
Significa essenzialmente che c'è una parte del bambino che facciamo fatica ad accettare. Questo è molto rischioso perchè esiste la possibilità che si instauri, anzichè un atteggiamento di condivisione del problema e di mobilitazione per risolverlo, un meccanismo di rifiuto e di espulsione attraverso questo forte alibi: non siamo noi inadeguati a gestire i problemi di questo ragazzo, ma è la parte di lui che non ci appartiene che è incontrollabile.
è questo un meccanismo che, verso i figli biologici, scatta nel momento in cui il ragazzo agisce comportamenti inaccettabili, spesso nella fase dell'adolescenza: si pensi a quanti ragazzi scappano di casa (ma spesso sono stati messi nelle condizioni di doverlo fare) o cosa accade in una famiglia quando un figlio presenta problemi anche gravi di comportamento ingestibile o di tossicodipendenza: spesso la risposta è proprio quella dell'espulsione dal sistema, in quel caso non con la scusa che il figlio in fondo non è nostro figlio, ma perchè è matto, è fatto male, il problema è lui.


3.4 Questi fantasmi ... !

Un altro dei problemi che una famiglia adottiva si trova ad affrontare è quello dei fantasmi. Nella fantasia popolare il fantasma è quell'entità estranea al nostro mondo che, proprio perchè viene dall'al di là(e quindi dalla morte), come la morte ci fa paura, ci terrorizza e cerchiamo in tutti i modi di rimuoverla dai nostri pensieri. Il fatto stesso che l'uomo si sia inventato queste entità prova che la rimozione della morte dalla nostra mente è solo parziale: anche se non ne parliamo volentieri (soprattutto della nostra), in qualche modo ritorna e testimonia la sua presenza anche attraverso queste forme di credenza popolare.
Ebbene anche una famiglia che abbia avuto in adozione un bambino ha i propri fantasmi e le proprie paure irrisolte (già ne abbiamo parlato nel capitolo precedente).
I fantasmi cui ci riferiamo sono chiaramente i genitori biologici del bambino stesso. Come per i fantasmi, di loro non si sa niente e non si sa quanto loro sappiano di noi, al di làdelle rigide disposizioni di legge che vietano, giustamente, anche solo una superficiale conoscenza delle rispettive storie.
La non conoscenza della realtà, nel corso della storia dell'umanità, ha comportato l'abbandono di un approccio scientifico e razionale nei confronti dell'ignoto per sconfinare nella leggenda, nel mito. Si pensi al Medio Evo, dove qualsiasi cosa non fosse spiegabile (ed a quel tempo ce n'erano parecchie), veniva tramutata in superstizione, maledizione, stregoneria.
La mancanza di conoscenza delle vicende del bambino adottato precedenti il suo arrivo e le fantasie che ci creiamo sui suoi genitori biologici, possono in qualche misura influire negativamente sul nostro essere genitori adottivi.
Un pò per esperienza professionale ed un pò per ragionamento, in considerazione anche del fatto che attualmente, nel nostro paese, viene decretato con molta difficoltà lo stato di adottabilità di un bambino, si può ragionevolmente ipotizzare che le situazioni estremamente gravi per cui un bambino italiano viene reso adottabile sono generalmente queste:
bambini neonati subito rifiutati dai genitori che non procedono quindi nemmeno al loro riconoscimento;
bambini di genitori gravemente compromessi nella loro salute mentale (es. autori di grandi ed irrimediabili violenze verso i figli);
bambini di genitori, spesso molto giovani, con grossi problemi personali da affrontare (es. tossicodipendenza).
Oltre a queste deve sussistere anche una situazione familiare tale da rendere controproducente l'affidamento temporaneo ad eventuali parenti prossimi ed anche una situazione per cui i molti interventi di sostegno tentati dai servizi sociali non hanno dato esito positivo.
Torno a ripetere che, proprio a causa del lavoro che svolgo, so quanto in certe situazioni sia assolutamente d'obbligo procedere con tempestività all'allontanamento del bambino.
L'operato dell'assistente sociale o del tecnico preposto deve per prima cosa avere al centro della propria filosofia la centralità del minore, il cui diritto e bisogno di avere una famiglia sana e idonea ad una sua crescita "normale" deve prevalere su qualsiasi altra considerazione legata ai diritti degli adulti.
Il bimbo non può essere considerato proprietà di nessuno e non può essere considerato medicina per alcunchè. L'infanzia è probabilmente l'unica età dell'uomo in cui egli possiede soltanto diritti (ad avere una famiglia serena, al gioco, alla felicità) e nessun obbligo. Per contro i genitori hanno verso i loro figli ben pochi diritti e molti doveri.
Si tratta quindi non di entità sconosciute, venute da chissà quali mondi. Le persone che hanno concepito il nostro bambino sono persone reali e simili a noi se non per il fatto che vivono situazioni estremamente problematiche, di grande sofferenza e di grandi difficoltà. Spesso queste persone non sono abbandonate a se stesse ma sono seguite da tutta una serie di servizi ed operatori che hanno il principale scopo di aiutarle a superare quel determinato momento. E solo quando il loro stato di difficoltà diviene incompatibile con la presenza di un bambino piccolo che, certo senza il sorriso sulle labbra, essi intervengono.
Non più fantasmi e trucidi ectoplasmi ma persone, spesso ragazzini, in difficoltà. Magari proprio a causa della loro famiglia, non così adeguata come quella che formerete voi con il vostro piccolo.
Prima di venire a sapere il nome della nostra bambina, io e mia moglie ci ponemmo il problema se cambiarlo nel caso non fosse stato di nostro gradimento. Quando conoscemmo il nome non comunissimo che la sua mamma biologica le mise, tornammo sull'argomento e decidemmo di rispettare la volontà di chi l'aveva messa al mondo probabilmente tra tanti stenti e sofferenze.
Ad un tratto ci rendemmo anche conto di quanto noi fossimo (e lo saremo per sempre) debitori a questa persona di gran parte della nostra felicità.
Tutti noi sappiamo come oggi il portare a termine una gravidanza sia comunque una scelta, spesso coraggiosa, da compiere. Questa donna l'ha fatta, ha dato vita alla sua bambina nonostante, crediamo, non ne avesse l'obbligo.
In ogni caso quindi nostra figlia è nata da una scelta d'amore. Non è possibile non rispettare una persona che ha fatto tutto questo.


3.5 Adozione come rito di passaggio

La vita di ogni essere umano è scandita, nel tempo, dal raggiungimento e superamento di diverse tappe che contraddistinguono il momento per così dire "storico" che sta vivendo.
Esiste cioè una prima infanzia, l'infanzia vera e propria, la prima e seconda adolescenza, la giovinezza, la maturità, addirittura una seconda, terza e quarta età.
Questo percorso però non è parallelo esclusivamente alle diverse fasi di sviluppo dell'essere umano ma è anche conseguente al ruolo sociale che esso acquisisce. Avremo quindi l'età prescolare, scolare, l'età dello svincolo dai genitori, l'età dell'indipendenza, del matrimonio, del mettere al mondo dei figli, del pensionamento e della vecchiaia.
Così come l'individuo anche un sistema, e soprattutto quello familiare si trova, nel corso della propria vita, a raggiungere e superare determinate tappe, fasi di ciclo vitale (fig.2).
Il suo ciclo inizia quindi con le premesse della sua costituzione, il fidanzamento della coppia, per attraversare poi la fase del matrimonio e dell'inizio della vita della famiglia, la fase dell'arrivo dei figli, quello della prima uscita dei bambini dall'ambito più strettamente casalingo (la scuola), la fase in cui i figli accentuano la loro voglia di indipendenza (la loro adolescenza). Si arriva quindi alla riproduzione della fase iniziale, quando i figli provvederanno a formarsi per conto loro una nuova famiglia e lasceranno a quella di origine la fase del ritorno all'essere coppia e quindi all'invecchiamento.

Fig.2

In realtà le varie tappe non sono così rigide e facilmente delineabili. In alcune culture il passaggio da una fase ad un'altra viene sancito, formalizzato, attraverso veri e propri riti, cerimonie, sotto le più diverse forme: si pensi ai riti di iniziazione di alcune culture tribali o alle giovani signorine dell'700 che partecipavano al ballo delle damigelle che debuttavano in società. Erano riti che sancivano in maniera netta il passaggio ad una fase di ciclo vitale adulta.
Va da sè che le fasi di ciclo vitale sopra delineate sono di pertinenza della nostra cultura, dell'organizzazione sociale e del tipo di struttura che la società occidentale si è data.
Ben diversa è infatti la fase di ciclo vitale del matrimonio se si raffronta la nostra cultura con quella, ad esempio, nomade.
Il benessere diffuso della nostra società ha comportato un allungamento della fase adolescenziale ben al di làdell'effettivo sviluppo fisico dell'individuo. Oggi un ragazzo può pensare di continuare a studiare e quindi rimanere presso la propria famiglia di origine (quindi in un ruolo da fase prettamente adolescenziale) anche fino alla soglia dei trent'anni, bel al di làquindi dello sviluppo fisico tipico di un ragazzino.
Nella cultura nomade i figli vengono fatti sposare già all'età di tredici-quattordici anni, ed è nella norma che una coppia alla soglia dei venti anni abbia già almeno un figlio. Questo perchè per loro un bambino piccolo rappresenta una fonte di investimento di cui si ha necessità. Molta della economia nomade si basa sull'accattonaggio ed in questo senso il bambino piccolo rappresenta una sicura fonte di sostentamento economico.
Ciò significa essenzialmente che un nomade invecchia prima dello studente universitario italiano non dal punto di vista fisico (per quanto sarebbe da approfondire il rapporto tra benessere ed invecchiamento fisico umano) ma da quello sociale, del ruolo che riveste nel proprio gruppo di appartenenza.
Come entra un' adozione in questo discorso?
Una filiazione adottiva, così come quella naturale, rappresenta essa stessa un rito di passaggio.
Quando ci riferivamo al sistema che per effetto dell'adozione si trasforma, si faceva in qualche modo proprio riferimento a questo. è possibile che un sistema basato solo sulla coppia abbia ancora una sua identità non così nettamente distinta da quella tarda adolescenziale (il matrimonio quindi come un prolungamento più formalizzato della fase precedente). Con l'arrivo di un figlio, la coppia dovrà fare i conti con una grande trasformazione di ruolo sociale che investirà sia il sistema nel suo privato che nel suo rapporto con tutti gli altri ambiti con cui entrerà in contatto.
è quindi importante che la coppia si assuma l'onere di compiere questa trasformazione in modo armonico.
Molte delle crisi che attraversano un rapporto di coppia sono dovute infatti ad un mancato adeguamento di entrambi i coniugi ad una nuova fase di ciclo vitale. Se, rimanendo alla fase relativa alla filiazione, uno dei due coniugi ritarderà o peggio non compirà la trasformazione-crescita necessaria, accadrà con molta probabilità che la coppia non si ritrovi più e che inizino insoddisfazioni e incomprensioni sul cui sviluppo è possibile fare ipotesi pessimistiche.
Può così accadere che una coppia sia assolutamente perfetta e quindi più che idonea all'adozione fino a quando essa si mantiene nella fase di ciclo vitale che in quel momento sta vivendo.
Ma se anche solo uno dei due non riesce ad adeguarsi alla nuova situazione scaturita con l'arrivo di un figlio, ecco che si crea una spaccatura, una mancanza di sintonia tra i due ruoli sociali della coppia: uno potrà continuare ad essere l'eterno adolescente e l'altra invece crescere ed assumere in toto il ruolo di madre matura e consapevole.
Nessuno dei due potrà ritrovare nel partner ciò di cui ha effettivamente bisogno in questa nuova situazione: lui non riconoscerà più la sua compagna in quanto diversa da come era quando l'ha sposata, lei si potrà stufare di avere un marito eterno ragazzino laddove necessiti di un compagno e di un padre per i suoi figli che si assuma determinate responsabilità più adulte.
è quindi importante che la coppia, insieme, sappia affrontare l'arrivo di un figlio con la consapevolezza che niente sarà più come prima e che bisogna ristrutturare la propria vita familiare, ricontrattare i ruoli ed arrivare quindi, lentamente ma inevitabilmente, ad un nuovo e più funzionale assetto del sistema.
L'importante non è il diventare improvvisamente vecchi tutti e due ma il riuscire a coniugare ciò che si è stati in passato con l'attuale nuova organizzazione della famiglia.
Entrambi!

 


Capitolo IV - L'avventura si conclude?




4.1 Dirlo o non dirlo

Ogni bambino più cresce e più impara a parlare. E più impara a parlare e più fa domande. E più fa domande e più si aspetta delle risposte intelligenti.
Arriva dunque prima o poi il momento, spesso imbarazzante (ovviamente per noi adulti che siamo ancora tanto ...bambini!) in cui ogni ragazzino chiede come è nato. A quel punto avrete soltanto tre possibilità di risposta:

Per decidere credo che si debba guardare non tanto la facilità della risposta (vincerebbero le prime due), ma l'intelligenza della stessa (temo che vincerebbe la terza).
Certo, per un bambino adottato e soprattutto per i suoi genitori adottivi, la complicazione è ancora maggiore. Già facciamo fatica a spiegare che cosa è un rapporto sessuale, figuriamoci se poi dobbiamo anche spiegare il trascurabile fatto che quel rapporto non l'ebbero papà e mamma!
E se non dicessimo proprio niente? Se risparmiassimo al bambino il trauma di sapere di non essere biologicamente figlio dei suoi genitori? Poi, forse, quando sarà grande...
Dirlo o non dirlo, questo è il problema!
Nella nostra esperienza sarebbe stato molto difficile spiegare ai vicini di casa ed ai nostri anche più occasionali conoscenti che mia moglie aveva partorito in un giorno, senza mai essere stata incinta, una bambina di quasi un anno! Ed anche, se avessimo ricorso all'adozione internazionale, lo spiegare il fantastico miracolo naturale della messa al mondo di un bimbo di colore da parte di due latticini come noi!
Il rischio è quindi quello di dare origine ad una finzione, in cui tutti fanno finta di non sapere, compreso il bambino che avrà milioni di occasioni per venirlo a sapere da chiunque tranne che dai propri genitori. Ma a parte questo è proprio una questione di correttezza nei confronti di un altro essere umano che ha il diritto di conoscere esattamente le proprie origini. Anche solo per motivi pratici: ad esempio nel momento in cui dovesse avere dei problemi di salute che rendessero necessario un qualche particolare intervento, gli verrebbe chiesto del patrimonio ereditario dei suoi genitori ed in quel caso l'inganno verrebbe facilmente svelato.
Dirlo quindi? Anche in questo caso la mia risposta è no!. Se il dirlo significa attendere un momento particolare per svelare una verità nascosta, anche quel caso non può che essere dannoso sia per il bambino che per il rapporto che egli ha con i suoi genitori.
Quindi nè dirlo nè non dirlo: la soluzione sta nel crescere nella comune consapevolezza.
Vorrei, ma non so ancora se ci riusciremo, che mia figlia crescesse con quella consapevolezza dovuta al non rendere tabù l'argomento durante la nostra vita quotidiana. Lei crescerà sapendo di avere avuto origine da un'altra parte, di avere avuto alcuni mesi di vita in una comunità e di essere poi stata affidata alla sua famiglia, cioè a noi.
E quindi parlarne in casa, con gli amici o parenti se capita; con lei se, ancora piccola, è interessata, cercando di cogliere i suoi possibili momenti di crisi, sostenendola all'occorrenza con tutto l'amore che c'è in noi. Non ostentando ma neanche nascondendo o evitando di parlarne.
Il modo migliore per aiutarla a superare un trauma di questo tipo è quello di non trattare l'argomento in modo eccessivamente problematico. Lei supererà quel momento soltanto se noi, suoi genitori, sapremo non porglierlo come una difficoltà: quindi senza imbarazzi e senza ufficializzazioni troppo formali. Viceversa le dimostreremo che il suo essere nostra figlia adottiva è in realtà un nostro problema irrisolto che le scarichiamo addosso.
Dovrà crescere nella naturalezza di una esperienza bellissima che ha portato tre persone a vivere una vita insieme e, speriamo, felice.
Saprà che è anche il frutto di due bisogni complementari: il nostro, grandissimo, di desiderare veramente e con tutte le nostre forze una figlia come lei ed il suo, di bimba con il diritto di avere una famiglia ed una vita il più possibile normali.


4.2 La mosca bianca

Man mano che vostro figlio crescerà dovrà comunque imparare, in misura più o meno problematica, a fare i conti con il suo essere adottato.
Questa sua situazione peculiare lo porterà cioè ad affrontare una realtà della sua vita che potrà essere vissuta in modo drammatico o meno, ma con cui dovrà prima o poi confrontarsi.
Sentimenti di abbandono, curiosità di conoscere le proprie origini, riconduzione, anche arbitraria, di eventuali problemi di relazione all'interno della sua famiglia al suo essere adottato potranno in qualche modo turbare momenti della sua crescita. E questi sentimenti potranno evidenziarsi maggiormente se noi genitori non saremo stati capaci, negli anni, ad affrontare con lui piccoli momenti di riflessione comune, di chiarimento, di dialogo. O peggio se avremo reso l'adozione un problema, se noi genitori non avremo superato le nostre paure: il modo migliore per far sentire un figlio non accettato è quello di non accettare noi stessi il nostro ruolo di genitori!. Man mano che il bambino acquisirà maggiori capacità di relazionarsi con l'esterno (asilo, scuola elementare, amicizie, scuole medie ecc.), egli dovrà confrontarsi oltre che con suoi possibili problemi interiori, anche con i vari ostacoli che la società esterna gli metterà di fronte.
Già in precedenza abbiamo accennato a quanto i mass media siano spesso insensibili e pieni di pregiudizi sulle persone adottate.
Sappiamo tutti per esperienza diretta quanto a volte i bambini siano senza volerlo di una violenza e cattiveria inusitate. Il minimo difetto fisico viene utilizzato per aggredire il compagno che diventa così oggetto di scherno e derisione spesso di tutta la compagnia.
è quindi ipotizzabile che un bambino adottato possa prima o poi essere oggetto quantomeno di curiosità o proprio di derisione a causa di questa sua particolarità.
Come evitare che questo accada? Ovviamente non è possibile, a meno di segregare il bambino in casa ed impedire un corretto sviluppo delle sue capacità relazionali.
Il problema quindi non è l'evitare che queste situazioni sicuramente dolorose accadano, ma il vaccinare, il rendere il più possibile immune il vostro bambino rispetto a questo problema.
è quindi solo aiutandolo a rafforzare le sue capacità di gestione delle situazioni, il suo carattere, che riuscirà ad affrontare la sua particolare esperienza anche nei momenti più difficili. Non è proteggendolo che lo si aiuta ma aiutandolo a sviluppare le sue capacità relazionali attraverso l'instaurazione di un rapporto di confronto con noi, di sostegno nei momenti più duri e di reciproca fiducia.
Il discorso diviene ancora più importante qualora vostro figlio sia diverso non solo in quanto adottato ma anche in base alla sua provenienza etnica.
Per quanto oggi esista meno che in passato la sindrome da mosca bianca, più abituati come siamo a rapportarci quotidianamente con persone dalle più diverse provenienze ed avendo anche in questo campo svolto un' importante funzione i mass-media (oggi il mondo è più piccolo e spesso luoghi molto lontani entrano nella nostra casa attraverso la televisione), rimane pur sempre per qualcuno la paura e il pregiudizio o a volte la semplice curiosità per chi si differenzia in modo così evidente da noi.
A fianco del fenomeno del razzismo, purtroppo sempre in agguato, si possono riscontrare anche fenomeni meno distruttivi legati quasi esclusivamente alla curiosità, alla voglia di confrontarsi, al volere conoscere storie non comuni, fino a veri e propri innamoramenti rispetto a chi è portatore di esperienze particolarmente toccanti come quelle legate ad una adozione internazionale.
Dovrà in ogni caso essere il ragazzino prima e l'adulto poi, a riuscire a prendere quanto di buono e arricchente la sua diversità gli procura: in termini di sofferenza nelle occasioni in cui il colore della sua pelle o la fattezza del suo viso lo dovessero ingiustamente discriminare: in termini di sintonia col prossimo e di relazioni umane significative quando il suo essere differente rappresenterà una ricchezza, un segno distintivo, una particolarità in positivo.
Spesso si sente affermare, a proposito del razzismo, che in fondo gli uomini sono tutti uguali. Alla fonte di questa affermazione esiste l'equivoco tra l'essere uguali e l'avere gli stessi diritti: gli uomini non sono tutti uguali, anche all'interno dello stesso gruppo etnico e perfino all'interno di una stessa famiglia. Gli uomini devono invece avere gli stessi diritti e gli stessi doveri senza discriminazioni legate alla razza, alla religione od altro.
Il mandare al proprio figlio adottivo brasiliano o asiatico il messaggio "tu sei uguale agli altri" è in realtà una mistificazione, un'ipocrisia. Quotidianamente, per quanto i genitori lo rassicurino, si troverà di fronte alla sua diversità ogni qualvolta si accorgerà che le sue mani sono più scure o più gialle di quelle del suo compagno di banco.
Il giovane verrà quindi incapsulato tra quanto cercano di vendergli i suoi genitori ed una realtà non corrispondente. E questo sì che lo manderà in crisi.
Lui non sarà mai uguale agli altri. Ma sarà migliore o peggiore di altri e soprattutto avrà, degli altri, gli stessi diritti e doveri.


4.3 L'affidamento preadottivo

A partire dal momento in cui il bambino in stato di adottabilità definitiva viene affidato alla coppia adottiva prescelta, inizia il periodo di affidamento preadottivo la cui durata è di un anno.
Tale periodo inizia, per Legge, soltanto a iter giudiziario concluso: eventuali periodi di affidamento a rischio giuridico precedenti non verranno quindi in nessun modo considerati.
L'affidamento risponde alla necessità, da parte del Tribunale, di seguire l'inserimento del bambino per un tempo che si ritiene congruo, sia per valutarne l'andamento che per aiutare la famiglia nel caso dovessero presentarsi particolari problemi di adattamento ed ambientamento.
Riconsiderando il tutto in termini relazionali, ciò che si vuole controllare o aiutare è come il sistema ha reagito all'ingresso del bambino, quali passi sta facendo per trasformarsi e se tale processo procede senza particolari intoppi problematici: particolari perchè non aspettatevi che basti avere la cameretta a posto, le pappine pronte e tanto entusiasmo per poter dire che tutto va bene!
L'affidamento preadottivo dura un anno ed è probabilmente il lasso di tempo minimo in cui si può osservare come l'inserimento si è attuato e quali problemi ha comportato.
Alcuni dei problemi che vi troverete ad affrontare sono quelli legati alla gestione spicciola della vostra vita: problemi legati all'orario di lavoro, soprattutto se lavorate entrambi e sono terminati i vari periodi di astensione dal lavoro per maternità-paternità.
Dovrete appoggiarvi, in questo caso, a qualcuno che vi aiuti. Dovrete quindi sicuramente fronteggiare repentini cambi di programma a causa della baby sitter malata o a qualche motivo particolare per cui l'asilo quel dato giorno rimane chiuso.
Dovrete fare combaciare i vostri orari non solo con quelli del bambino (pappine, nanna ecc.) ma anche con quelli di chi è preposto a sostituirvi nel momento in cui siete impegnati nel vostro lavoro o in qualsiasi altra attività non procrastinabile.
Per non parlare del sonno perso la notte per mille e una ragione: i bimbi hanno fame, sete, mal di pancia o alle orecchie nelle ore più impossibili!
Insomma sarete sottoposti, in funzione dell'età del vostro piccolo, a tutti quei sani e terribili stress di cui ogni genitore è debitore eternamente al proprio figlio e per i quali non si sentiranno quasi mai ringraziare quando questo sarà grande.
E che dire di tutte quelle iene sottoforma di parenti ed amici che verranno a trovarvi proprio mentre il bambino, finalmente, si stava addormentando? A proposito: rispolverate tutte le filastrocche e ninna nanne che vostra madre vi canticchiava, ne avrete sicuramente bisogno.
Attenti alle poltrone del vostro salotto ed alla tappezzeria del vostra automobile: per quanto non ve lo auguri, se il vostro bambino è ancora piuttosto piccolo penserà sicuramente ad innaffiarli in qualche modo. Dotatevi di salviettine profumate, deodoranti e detersivi. Temo che non la scamperete!
Altra tappa obbligata è quella, ahimè ineliminabile, delle interferenze, spesso piuttosto pesanti, dei vostri parenti tra voi e il vostro bambino.
Tenteranno di spiegarvi, loro che sanno, tutto quello che voi senza di loro non arrivereste mai a capire. Il modo migliore di dargli da mangiare, come farlo addormentare, come educarlo, come toglierli quella data brutta abitudine. Saranno capaci di qualsiasi scorrettezza: quando sarete assenti cercheranno con il bambino un canale privilegiato, spesso lo istigheranno a fare ciò che voi assolutamente non gli permette di fare.
Un particolare discorso lo meritano i nonni. Sono giunto alla conclusione che uno dei ruoli dei nonni all'interno di un sistema familiare sia quello, legittimo ed anche utile, legato alla trasgressione.
Si assume, come credo sia giusto fare, che nella nostra vita sia necessaria e vitale, per un corretto sviluppo psichico, una sperimentazione della trasgressione. Trasgressione piccola, innocente, non eccessivamente dannosa.
Penso con angoscia a tutti quei bambini perfettamente e rigidamente inquadrati da regole ferree con, al posto di genitori, vere e proprie guardie del corpo che gli impediscono anche la più piccola infrazione.
Ma la vita, e quando saranno grandi se ne accorgeranno, non può essere sempre e solo allineamento e conformismo. Occorre fornire al bambino delle vie di uscita per fargli sperimentare anche cosa c'è oltre i rigidi confini della cosiddetta "norma".
Mi rendo conto che può essere un discorso pericoloso da fare. Ritengo tuttavia che uno stile di vita eccessivamente rigido e duro faccia spesso gli stessi danni di un eccessivo permissivismo e di una troppo accentuata non osservazione delle regole. E sono proprio i ragazzi con queste caratteristiche che poi, a volte, vanno incontro alle vere trasgressioni dannose, all'abbracciare stili di vita in qualche modo devianti.
Credo quindi che i nonni possano rivestire questo ruolo di regolatori della trasgressione: il bimbo che mangia un pò troppe caramelle, a cui i nonni danno di nascosto il cioccolatino in più, che lo mettono a letto un pò più tardi del dovuto: i bambini sanno di stare facendo qualcosa che papà e mamma non approvano ma sperimentano che possono esistere anche altre leggi, comportamenti che, ovviamente entro un certo limite, possono cambiare in base al contesto in cui si trovano.
Il mondo non è tutto rigido come non è tutto permissivo. Devi imparare di volta in volta quali comportamenti in quel dato contesto sono leciti e quali meno. Ed al contempo si dà al bambino la possibilità di non vivere, come i cavalli, con paraocchi e sentieri rigidamente segnati da altri.
Trasgressione non significa necessariamente devianza: può significare fantasia, estroversione, arte. Cose non certo negative.


4.4 Genitori adottivi per sempre?

Quando finisce una adozione? Un genitore adottivo sarà tale per tutta la vita? E quindi, un figlio adottivo rimarrà tale per tutta la sua vita?
Tornando al discorso della famiglia come sistema, quando si potrà dire che questo si è trasformato per effetto dell'adozione ed avrà trovato, finalmente, il suo nuovo assetto?
In realtà, dal punto di vista formale, non esiste lo status di genitore adottivo. In tutti i certificati anagrafici ed in qualsiasi atto ufficiale voi verrete reputati in tutto e per tutto genitori del figlio: figlio, non figlio adottivo.
Reputarsi genitore o figlio adottivo comporta, nel bene e nel male, un rimandare il proprio stato familiare alla sua origine, al come esso si è costituito. Non assume importanza quindi il presente o il futuro o meglio ancora la sostanza dell'essere padri, madri o figli: si ritorna ancora e sempre al fatto, all'origine della filiazione. Come se fosse più importante il come si entra in una famiglia o come si diventa genitori e non invece il come si è genitori, cosa si è costruito in quella famiglia, il fatto comunque di essere una famiglia.
Mi è capitato di ascoltare dei genitori ormai anziani e con figli ormai più che adulti autodefinirsi, ancora, genitori adottivi. Per contro mi è capitato di ascoltare dei figli adottivi anch'essi ormai adulti definirsi figli ...e basta! E facevano anzi fatica a riconoscersi come in qualche modo diversi da qualsiasi altro figlio.
Significa forse, nel primo caso, non avere ancora superato un disagio legato al divenire genitori adottivi? E nel secondo caso, significa forse avere avuto modo di chiudere positivamente e definitivamente i propri conti con i vissuti di abbandono, con i traumi conseguenti al venire adottati?
Personalmente io e mia moglie ci consideriamo genitori di nostra figlia. Non perchè l'essere adottivi sia in qualche modo una vergogna o qualcosa da nascondere al mondo e a noi stessi, ne perchè lo si voglia negare o tentare di rimuovere dalla coscienza: semplicemente perchè non ci è possibile immaginare un modo diverso di essere genitori.
Se tra l'essere genitori adottivi e l'essere genitori "e basta" l'unica differenza sta nell'origine, una volta passata la fase iniziale, ritengo sia superfluo il considerarsi ancora appartenenti ad una particolare categoria di genitori. A meno che, appunto, non ci sia un blocco nel processo di elaborazione! Va da sè che il prolungamento a dismisura della fase iniziale può essere indicatore di un problema di trasformazione e di assestamento del sistema familiare.

 


Epilogo

Siamo alla conclusione.
Mi trovo qui a scrivere queste righe finali seduto nel salotto di casa, la luce leggermente soffusa.
Mia moglie è appena andata a dormire e presto la raggiungerò. Toplino, senza la "o" (è così che la chiamiamo) dorme ormai da ore tranquilla nel suo lettino.
E penso ad una ragazzina di quindici o sedici anni che magari un giorno prenderà in mano queste pagine e inizierà a sfogliarle.
Mi distraggo un attimo e riguardo i fogli ormai scritti sparsi su tavolo. è la prima volta che mi capita di scrivere così tanto...
Un libro, anche il più modesto, in fondo non è altro che un messaggio inviato verso altri mondi, altri pianeti spesso sconosciuti. Qualcuno lo prenderà in mano, qualcuno lo leggerà, qualcuno lo richiuderà disinteressato.
Ed è in questa sera d'autunno che un'altra astronave sta iniziando il suo lungo viaggio.
Buonanotte Toplino.

 


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