Esperienza 7:
la "storia di adozione di Valeria


(ultimo aggiornamento di questa pagina: 4/04/03 )

Si tratta forse di una esperienza un po' datata (1993) ... ma personalmente credo che certe sensazioni non invecchino mai.
Inoltre ho trovato molto bello che, a distanza di così tanti anni, una madre adottiva abbia comunque voluto scriverci quella sua esperienza che sicuramente ha cambiato anche la sua vita.

Grazie Valeria.


Indice
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... era l’inverno del ’93

La nostra è una storia "vecchia", ma vorrei raccontarla ugualmente ed invitare i futuri genitori a tenere duro: in qualche parte del mondo c'è un bambino che aspetta solo voi!
Era l’inverno del ’93. Avevamo già da un po’ la nostra "patente" per avere un figlio, cioè l’idoneità all’adozione internazionale, ma non sapevamo bene come muoverci tra le varie associazioni o la scelta di un canale privato, che allora si poteva utilizzare. Da un lato, nessuna delle associazioni che avevamo contattato ci aveva ispirato grossa fiducia, dall’altro non potevamo accettare l’idea di finire nelle mani di un avvocato senza scrupoli che non avesse garantito la legalità dell’adozione: mai e poi mai avrei voluto dover spiegare a mio figlio che era stato preso da una famiglia facendo leva su miseria ed ignoranza. Avevamo quindi scelto di iscriverci a quello che ci era sembrato l’ente più affidabile, ma già ci stavamo preparando a diventare genitori dopo anni di attesa oppure, più semplicemente a rinunciare all’adozione e ad avere un figlio naturale.
Poi il caso o destino ci ha dato una mano.
Un giorno una collega di lavoro che aveva amici con figli adottivi, mi ha dato un numero di telefono dicendomi "chiama questa famiglia: so che c’è una coppia di Brescia che doveva partire per una bambina in Brasile, ma ha rinunciato. Chiedi informazioni". Sul momento mi è sembrato un po’ folle, ... poi mi son detta "perché no?". Era la sera dell’8 dicembre, era festa e stavamo chiacchierando e mangiando dolcetti con alcuni amici. Chiamo il numero che mi avevano dato e mi viene fornito un nuovo numero di telefono che, mi avevano detto, apparteneva alla persona che si occupava dei rapporti col Brasile. Una signora gentile mi risponde che, purtroppo, la bambina di cui avevo sentito parlare era già stata abbinata ad un’altra coppia, ma che c’erano altri bambini abbandonati pronti per essere adottati. Io non sapevo niente della persona con cui stavo parlando, né dei bambini o del posto da cui venivano, ma ho provato una fiducia istintiva e le ho chiesto spiegazioni, anche se ero già convinta che quella sarebbe stata la mia strada. La signora mi ha spiegato che i bambini erano di una cittadina nello stato di Bahia, che non soggiornavano in orfanatrofio perché non c’era e che stavano presso delle balie che li tenevano in attesa di adozione oppure, addirittura, con la madre naturale che aveva chiesto al tribunale di affidare ad altri il proprio figlio. Poi ha aggiunto che i bambini erano tutti maschietti, neonati e sani e che avrei dovuto decidere subito se dire di sì, perché altre coppie stavano chiamando. Da ultimo ha aggiunto che occorreva preparare in fretta i documenti perché l’udienza di affidamento in Tribunale era già fissata per la fine del mese.

Ho chiamato mio marito e gli ho detto "C’è un bambino per noi in Brasile, partiamo?". Mi ha guardato come se fossi impazzita, poi ho capito che anche lui, come me, era d’accordo ad accettare. Allora ho chiesto cosa si sapeva di questi bimbi, oltre a sesso e data di nascita. Lei mi ha detto: "Si sa se sono scuri o chiari". Allora ho risposto che sarei stata felice di accogliere un bimbo "moreno scuro", perché i bimbi con la carnagione più chiara vengono adottati più facilmente. "OK, benissimo. Il bimbo che vi abbino è nato il 21 luglio del ’93 e si chiama […]. Ci vediamo domenica in modo che possa spiegarvi bene tutto".

Io e mio marito ci siamo guardati: eravamo tutti e due sconvolti ma convinti che non dovevamo gettare al vento questa opportunità: avremmo indagato sulla serietà della persona cui ci eravamo rivolti, ma sentivamo che quel bambino che stava dall’altra parte del mondo era nostro figlio. Siamo scesi al piano di sotto dai nostri amici e abbiamo comunicato loro che saremmo diventati genitori nel giro di tre settimane, abbiamo festeggiato insieme, ridendo della nostra follia. Fantasticavo su questo bambino e cercavo di immaginare come poteva essere, ma lo sentivo già mio. Non sapevo il perché di questo sentimento per un bambino che non avevo mai visto e forse l’ho capito solo 20 giorni dopo, quando me l’hanno messo in braccio: c’erano sei bambini abbinati alle rispettive coppie ed erano tutti bellissimi, degli stupendi bambolotti di cioccolata con occhi scuri che ti facevano sciogliere, ma solo quello tra le mie braccia era mio figlio, fin dal primo momento …

Bisognava arrivare a destinazione il 27 dicembre, questo significa corsa per preparare i documenti necessari, prenotazione del volo (non facile trovare posto a Natale), raccogliere un po’ di vestiti estivi … in Brasile ci sono 40° a gennaio, dove si trovano vestiti estivi in quel periodo in Italia? Finalmente è tutto pronto, raccomandazioni e lacrime dei futuri nonni e partenza. Dopo quattordici ore di volo in due giorni, Bologna - Londra ed il giorno seguente Londra - Rio de Janeiro - Salvador, il 26 dicembre siamo accolti in aeroporto da quella che sarà il nostro avvocato (gentile ma distaccata), portati in albergo a Itabuna, dove incontriamo quella che sarà il nostro punto di riferimento nel nostro soggiorno in Brasile, il nostro appoggio-interprete-amica Betty, che ci comunica che per noi l’udienza in tribunale è fissata per due giorni dopo. Siamo un po’ delusi, ma anche contenti perché abbiamo un po’ di tempo per organizzarci mentalmente all’idea di conoscere presto nostro figlio, abituarci al clima caldissimo e conoscere un po’ il posto.
Stiamo dormendo tranquillamente il mattino dopo, quando alle sette squilla il telefono: "Cambiamento di programma, il taxi vi aspetta, vestitevi adeguatamente per un’udienza in tribunale, tra due ore dobbiamo essere là". Cuore in gola, oddio facciamo in fretta, che emozione! Due ore dopo siamo belli eleganti sul terrazzo dell’albergo e stiamo aspettando che qualcuno ci porti nostro figlio, per poi andare in Tribunale. Mi sento a disagio con i miei tacchi alti e mio marito sembra in galera con la sua camicia-giacca-cravatta, ma per l’emozione non ci accorgiamo nemmeno di quanto fa caldo …
Cominciano ad arrivare delle auto con donne che portano dei bambini, quale sarà il nostro? Betty chiama le coppie cui sono abbinati, arrivano anche parecchi curiosi che ci squadrano da capo a piedi, qualcuno con la disapprovazione negli occhi, mentre bambini con la loro cassetta per pulire le scarpe cercano clienti. Finalmente da un taxi scende una ragazza giovane, in canottiera e pantaloncini, che tiene in braccio un bambolotto con occhi enormi sotto i riccioli neri, che si guarda attorno con curiosità, morsicandosi il labbro inferiore. Betty ci dice qualcosa, io non capisco più niente, poi la sento di nuovo dire "Che aspettate? Prendetelo in braccio, quello è il vostro bimbo!"
Il mio primo pensiero … ma non è scuro come pensavo, quasi quasi mi dispiace. Ma è bellissimo! Ha solo poco più di cinque mesi, ma ci guarda come se volesse trapassarci, come se volesse capire se noi gli piacciamo … e non piange, tocca curioso i giochi che abbiamo portato per lui, si accoccola con fiducia tra le braccia mie e di suo padre come e ci avesse sempre conosciuto. Mezz’ora dopo dorme tranquillo e noi abbiamo già deciso che niente al mondo ci potrà impedire di portarlo a casa. Scopriamo che la ragazza che l’ha portato è sua madre, che ha chiesto di darlo in adozione quando era incinta e poi ha confermato la sua decisione dopo la sua nascita; sappiamo che avrà altri venti giorni di tempo per decidere definitivamente e solo allora noi potremo pensare a lui come nostro figlio. Sono sconvolta da un miscuglio di pensieri … da un lato vorrei semplicemente riprendere subito l’aereo e portarlo a casa con me, dall’altro sono terrorizzata dall’idea che questa donna – legittimamente – decida di tenersi suo figlio, dall’altro mi sconvolge il vedere questa ragazza, giovanissima, che decide di cercare un’altra famiglia per suo figlio perché solo in quel modo potrà permettersi una vita decente per gli altri due figli che ha. Avevo sperato di imbattermi in una donna che mi buttasse il bimbo in braccio e mi dimostrasse di fregarsene, invece lei – ne sono certa – avrebbe tenuto questo bimbo se l’irresponsabile con cui l’aveva messo al mondo non l’avesse abbandonata.
Ora lo dico spesso a Lorenzo: la tua mamma biologica ti ha voluto così tanto bene da rinunciare a te per cercare una famiglia che ti crescesse con amore e ti desse una vita migliore. Ma quel giorno, quanto ho pianto! Sapevo che se avessi rinunciato a questo bimbo, la madre l’avrebbe dato ad un’altra coppia, ma mi sentivo troppo male per lei … e l’ho salutata abbracciandola e piangendo con lei. Poi non l’abbiamo più vista. Ha chiesto notizie del bimbo tramite l’assistente sociale, ma non è più venuta a vederlo, anche se avrebbe potuto. Ho vissuto i primi venti interminabili giorni in Brasile nel terrore che mi togliessero questo bimbo che era già mio nel cuore, nella mente e nell'anima, poi ho saputo che eravamo piaciuti alla sua mamma sfortunata e che al termine dell’iter burocratico saremmo tornati con lui.
I due mesi passati in Brasile sono stati lunghi ma importanti: abbiamo imparato un po’ ad organizzarci tra pappe e pannolini (chi l’aveva mai fatto!), abbiamo imparato a conoscere un po’ il posto in cui nostro figlio è nato e ad amarlo, nonostante le sue contraddizioni, la sua bellezza e l’orrore di cui non ci si rende conto se non ci si vive. Quando, finalmente, abbiamo passato la dogana in aeroporto e poi quando l’aereo è decollato ho provato un’emozione fortissima … poi il ritorno a casa, la gioia dei miei familiari, la curiosità di tanti che trovavano quanto meno strano il nostro modo di diventare genitori (quando mai in un paese trovi qualcuno che si faccia i fatti propri!).
Ora Lorenzo ha nove anni, ho un bambini molto bello – quante volte mi hanno detto: "Com’è carino, l’avete scelto?" ... "Come, no. Su un catalogo arrivato per posta!" – l’adoro anche e a volte mi fa diventare matta. Ha un fratello arrivato in modo "tradizionale" con cui litiga da mattina a sera, dal momento che sono diversissimi in tutto. Continuiamo a mandare foto alla sua mamma biologica, per farle vedere che cresce sano e felice - tanti in Brasile pensano che adottiamo bambini solo per il commercio di organi, è un pregiudizio duro a morire.
Se potessi, ripartirei domattina per una nuova adozione, magari di un bambino un po’ più grande questa volta, magari di una bambina, vista la schiacciante maggioranza di maschi in famiglia … ma so che purtroppo rimarrà solo un desiderio.


In seguito insieme a quella signora che ci ha aiutato abbiamo dato via ad un'Associazione, il Sorriso, che ha aiutato centinaia di bambini a trovare la strada verso la loro famiglia. Ora l'esperienza si è conclusa a causa della nuova legge e di difficoltà seguite dopo. Proprio grazie alla mia esperienza di adozione ed agli anni di volontariato nel Sorriso mi permetto di dare un consiglio a chi ancora aspetta sua figlio: affidatevi per questo passo importante a qualcuno di cui vi fidate, anche istintivamente e ricordate che, purtroppo, non è l'autorizzazione statale o l'esperienza decennale che rendono un'associazione migliore di un'altra!

Auguri a tutti

Valeria Facchini

 


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