Fiabe e leggende

( ultimo aggiornamento di questa pagina: 13/06/06 )



Sarà capitato anche a voi di conoscere persone anziane che, nonostante le loro preoccupazioni ed i problemi di salute dovuti all'età, hanno saputo regalarti affetto, buon umore, gioia di vivere e simpatia. Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscerne alcune e sicuramente anche questo ci ha aiutato a comprendere come crediamo sia conveniente vivere la nostra vita.
Una di queste è sicuramente il signor Mario Cerutti, una persona anziana che abita nell'alloggio sottostante il nostro: ci si incontra talvolta in ascensore … poche frasi scambiate ma sempre con simpatia e partecipazione. Ogni tanto ci troviamo nella buca delle lettere un foglietto (scritto con una vecchia stampante meccanica) da lui imbucato, con una fiaba che la sua fervida fantasia ha saputo inventare. Noi le troviamo molto delicate e pensiamo possano essere istruttive anche per un bambino. Speriamo, quindi, che queste leggende piacciano anche a te!

Abbiamo inoltre inserito alcune fiabe inviate da alcuni visitatori del sito: alcune sono state inventate appositamente per raccontare al bimbo la sua personale storia di adozione, aiutandolo così a creare una continuità con il suo passato.

Se anche tu hai "inventato" qualche leggenda o fiaba per i tuoi figli e vuoi condividerla con noi, inviacela ... la pubblicheremo!


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Se desideri leggere off-line le leggende di M. Cerutti ti consigliamo di scaricarti il file con tutte le leggende (inoltre contiene anche alcune poesie e figure aggiuntive)!



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P.S. potete trovare ai seguenti link altre fiabe e leggende, alcune specificatamente indicate a favorire un incontro fra le varie culture del mondo:

 


La leggenda del Piumino d'Oca

di Mario Cerutti


Era rimasto sulla terra, solo, nel punto in cui l'oca si era accovacciata. Si trattava di un piumino non più grande di un'unghia di pollice, candido e morbido, leggero come l'aria .... così leggero che un soffio di vento giovane, che passava di lì per caso, l'aveva raccolto portandolo con sé nell'aria senza confini.
Quanto si erano divertiti! Soffio di Vento giocava sia a sospingerlo in alto, facendogli poi fare delle impetuose scivolate su di un ottovolante d'aria, sia a farlo ciondolare mollemente come fanno le foglie quando si staccano dal ramo e ciondolano poi lentamente verso terra. Quando vedeva Piumino d'Oca stanco, lo faceva riposare un po' su di un morbido cuscino d'aria.
E poi ..... quante cose da vedere! Tutto un formicolio sulle strade: interminabili code d'auto che, viste da lassù, davano l'impressione di tanti rattoppi colorati in viaggio tra un rumore ed una puzza da mozzare il fiato. Una vera e propria babilonia!
Ed il treno, poi? Sembrava un grosso baco senza fine che si snodava in mille curve, galoppando su due guide d'acciaio lucente. Si erano divertiti un mondo e tre quarti a corrergli dietro mentre filava come una freccia, ma poi avevano dovuto lasciar perdere perché, a parte il rumore assordante, sollevava da terra nembi di polvere che impedivano di vedere qualsiasi cosa!
I due amici avevano poi sorvolato laghi, colline, boschi ed il fiume .... ah, il fiume!! Sembrava un grande ed interminabile nastro illuminato che si muoveva adagio facendo increspare la corrente. Insomma, una sorta di coperta celeste dello stesso colore del cielo che rifletteva candidi velieri di nuvole che navigavano anch'essi, spostandosi pigramente da una riva all'altra e cambiando continuamente colore e forma. Una meraviglia da perdercisi dietro!
E la gente, poi? Un andare e venire senza sosta, simile a piccole formiche scure. Tutti correvano o camminavano lesti, sia i giovani sia i meno giovani, ... va un po' a sapere perché! Non avrebbero potuto, anche loro, farsi portare in aria da un gentile Soffio di Vento, dimenticando tutti i loro grattacapi e fastidi anche solo per un momento, godendosi così la gioia profonda e sottile di viaggiare sospesi tra cielo e terra? Eppure, era già tanto quando qualcuno di loro, forse un poeta, si fermava sollevando gli occhi al cielo. In quel momento i suoi occhi cambiavano colore ed espressione, il suo sguardo si faceva teso e nello stesso tempo disteso: forse, in quell'attimo, la sua anima si riempiva di tutte le cose belle e dimenticate che il cielo e la terra sanno offrire ......
I due amici si erano abbassati su di una piccola macchia d'alberi quando, all'improvviso, Piumino d'Oca avvertì un piccolo strappo, trovandosi poi fermo: era rimasto impigliato sull'estremità di un ramo dalle verdi foglie sottili. Istintivamente diede una voce a Soffio di Vento che stava proseguendo per la sua strada: "Aiuto, ... aiuto!".
Per un solo attimo, Soffio di Vento si voltò indietro, senza fermarsi, urlando: "Non posso, ... non posso tornare indietro a riprenderti. Devo sempre proseguire, non posso fermarmi ......".
"Perché? Era cosi bello ..…", rispose Piumino d'Oca.
"Lo so, ma non posso proprio!", disse Soffio di Vento già così lontano che la sua voce si avvertiva appena.
Piumino d'Oca rimase lì, bello e mortificato, in preda a mille timori. Non aveva ancora capito che un gioco, per piacevole che sia, non può durare per sempre. Ed adesso?
Di lì a poco, lo richiamò dalle sue incerte riflessioni un leggero chiacchierio proveniente da un altro ramo, poco discosto dal suo. Un uccellino colorato lo stava guardando con gli occhietti lucenti di gioia. Un momento dopo, saltellando leggero, gli era vicino e lo scrutava attento. Poi, sempre con quel suo ciarlare leggero, lo prese delicatamente col becco trasportandolo proprio sotto la cima dell'albero dove si trovava un minuscolo nido intrecciato con rametti e foglie. In men che non si dica, Piumino d'Oca fu sistemato su di un letto di tiepide pagliuzze che raccoglievano, nel loro cuore, tre minuscole uova grigie picchiettate color cioccolato.
"Finalmente!", cianciò ancora l'uccellino, "Era da un bel po' di tempo che avevo piacere di rifinire il mio nido con un piumino d'oca. È tanto morbido e tiene così caldo! Finalmente sono riuscito a trovarlo. Chissà come staranno bene i miei piccoli quando nasceranno!".
Piumino d'Oca ascoltava pieno di meraviglia, sentendo crescere dentro sé una piacevole sensazione di sollievo. Dunque, non sarebbe rimasto per niente solo: attorno a lui, si stava approntando una famiglia. Con il cuore improvvisamente rallegrato, guardò in alto: dal suo posto di osservazione poteva scorgere una larga fetta di cielo. Come in un sogno, proprio in quel momento stava proprio passando Soffio di Vento che portava al pascolo un piccolo gregge di nuvolette bianche sullo sfondo azzurro. Lo chiamò a gran voce e l'altro, sentendolo malgrado la distanza, abbassò lo sguardo e gli gridò: "Mi sono trovato un lavoro: devo spostare tutte queste belle nuvole! Come vedi, è finito il tempo di pensare soltanto al divertimento. Ora ho trovato un'occupazione utile ...". E così dicendo aveva proseguito la sua corsa senza neppure fermarsi un secondo.
"Anch'io ho un lavoro!", rispose Piumino d'Oca sebbene, ormai, Soffio di Vento non lo potesse più sentire.
Quell'affermazione gli era scaturita dalle labbra prima ancora che il suo cervello avesse avuto il tempo di riflettere e di formularla. Era proprio vero, ora anche lui aveva un lavoro e, con quello, la possibilità di rendersi utile. La sua vita aveva assunto un nuovo significato ....... trascorrere il proprio tempo ad accudire piccole creature, tenendole al caldo! Si, certamente la vita era tornata ad essere, da quel momento, più bella che mai!

 

 


La leggenda del Calabrone invidioso

di Mario Cerutti

C'era una volta un Grillo, che viveva solo soletto in una casuccia che si era scavata sull'orlo di un prato. Musicista nato, il nostro Grillo tutte sere amava farsi una suonatina con il suo violino.
Una sera, stava appunto suonandosi un concertino, quando passò di lì una Lucciola, la quale, sentendo suonare così bene si fermò ad ascoltare. Quella musica l'entusiasmò così tanto che, quando il Grillo ebbe finito, lo pregò caldamente di suonare ancora. Così, pezzo dopo pezzo, suonò fino a notte inoltrata. Alla fine la Lucciola lo ringraziò di cuore e gli disse: "Il prossimo sabato sera si sposerà la mia carissima sorellina e gradirei se tu potessi intervenire alla festa che ci sarà, tenendo un concerto con il tuo violino".
Timido e modesto, il Grillo cercò educatamente di rifiutare, ma la Lucciola seppe insistere con tanta buona grazia che egli si sentì costretto ad accettare. Dunque, si preparò per l'esecuzione con molta coscienza ed il sabato sera, al sorgere della luna, raggiunse il luogo stabilito per le nozze.
Finita che fu la cerimonia, si diede inizio ai divertimenti in onore degli sposi. Un Ragno equilibrista si esibì in difficili esercizi su di un sottilissimo filo tirato attraverso il torrente, facendo trattenere il fiato a tutti gli spettatori che lo stavano a guardare con il naso in su. Dopo il numero del Ragno, fu la volta di una bellissima Libellula Viola, la quale eseguì delle acrobazie aeree con molta buona grazia; quindi, cantò alcune arie famose, riscuotendo tantissimi applausi.
Finalmente fu la volta del Grillo. Tutto vestito di nero, scarpine di vernice ai piedi, entrò in scena facendo una assai bella impressione. Eseguì poi un inchino tanto perfetto che tutto l'uditorio si sentì in dovere d'applaudirlo. Incominciò, quindi, a suonare e tanta fu la maestria dell'esecuzione che gli ascoltatori gli chiesero più volte di ripetere alcuni brani. Senza dubbio fu l'artista più applaudito di tutta la serata.
Alla fine degli spettacoli si diede inizio alle danze e tutti ballarono fino al sorgere del Sole, essendo quello il momento stabilito per il termine della festa. A quel punto tutti si prepararono per prendere la via di casa: il Ragno radunò tutti i suoi attrezzi, la Libellula Viola si cinse la gola con una sciarpina di seta, onde evitare colpi d'aria che le avrebbero potuto rovinare la voce.
Anche il nostro Grillo si accingeva ad andarsene: si era appena incamminato con il violino sotto l'ascella, quando il Calabrone gli si avvicinò dicendo: "Vedo che anche tu percorri la mia medesima strada per tornare a casa. Ti spiace se ti accompagno per un pezzo?".
Il Grillo accettò, ben lieto di non fare la strada da solo. Si avviarono così entrambi verso la casetta del Grillo. Ma nella testa del Calabrone non passavano buoni pensieri: per tutta la serata non aveva fatto altro che rodersi d'invidia sentendo gli scroscianti applausi che compensavano il Grillo del diletto che egli aveva recato con il suo violino a tutti i presenti. Un proposito ribaldo andava ora maturando nel testone del Calabrone: infatti, approfittando di un momento di distrazione del Grillo, gli diede un improvviso spintone, buttandolo a terra. Prima che il malcapitato potesse rendersi conto di ciò che gli stava capitando, gli strappò il violino e, con un fulmineo colpo d'ala, s'innalzò nel cielo.
Figurarsi il povero Grillo! Solo dopo essersi riavuto dal colpo incominciò a gridare con quanto fiato aveva in gola, invocando la restituzione del suo strumento. Visto ormai vano ogni suo gridare, si trascinò faticosamente fino alla sua casuccia e, senza neppure togliersi l'abito di gala, si buttò sulla foglia che gli serviva come giaciglio, piangendo fiumi di lacrime per la cattiveria del Calabrone ladro.
Il Calabrone, intanto, si era diretto a gran velocità verso un salice decrepito, dove si era creato il nido nel cavo del tronco, vecchia residenza di un Picchio Verde. Vi si rinchiuse dentro e, tutto contento, contemplò il violino appena rubato. Era davvero un bello strumento ed egli ne tentò le corde con i suoi unghioni per sentirne il suono. Certo, con un simile violino avrebbe potuto tenere concerti e ricevere finalmente tutti quegli applausi che per tutta la serata aveva invidiato al Grillo. Per un'intera settimana rimase chiuso nel suo covo a provare e riprovare. Quindi mandò comare Vespa ad avvisare tutti gli abitanti del luogo che, per il prossimo sabato sera, il grande musicista Calabrone avrebbe tenuto un concerto. Quale compenso, ognuno avrebbe dovuto portare frutta e cibarie varie oltre, ben inteso, agli applausi.
Figurarsi il sabato sera! Un gran brusio regnava tutt'intorno al luogo stabilito per l'esecuzione del concerto. Siccome la Luna si sarebbe alzata piuttosto tardi, il servizio d'illuminazione era svolto da una mezza dozzina di volonterose Lucciole. Il nostro povero Grillo, ancora troppo afflitto ed amareggiato, era rimasto nella sua casetta e perciò non era presente.
Alle nove in punto il Calabrone, tutto vestito di uno sgargiante costume nero-oro, si presentò al pubblico. Dopo un paio d'inchini, uno più buffo dell'altro, impugnò lo strumento cacciandoselo sotto la bazza. Con la zampa destra agguantò l'archetto e, siccome non era affatto pratico, lo prese alla rovescia. A questa vista, tutto l'uditorio incominciò a sghignazzare ed a fare rumore. Figurarsi allora lo suscettibile Calabrone! Rosso di rabbia e di vergogna, comprese lo sbaglio: girò l'archetto e si diede a strofinarlo sulle corde con lo stesso vigore con cui un boscaiolo avrebbe segato un tronco d'albero. Ne uscirono suoni da far accapponare la pelle. Il violino non suonava, ma fischiava, gracchiava, strideva, scricchiolava .....
Quello che successe poi, ve lo lascio immaginare. Fra cori di risate e strepiti, tutto l'uditorio incominciò ad urlare: "Basta! Basta!".
In tutta quella baraonda il Calabrone si rizzò inferocito, urlando: "Che voi tutti foste un branco di zotici lo si sapeva da tempo, ma che lo foste fino a questo punto!! Fare dell'Arte per voi è soltanto sprecare fatica. Pappa di formiche!".
Non l'avesse mai detto! Tutti gli intervenuti cominciarono a bombardarlo con frutta marcia e con tutto quello che capitava loro sottomano, non escluso qualche sasso. Onde evitare guai peggiori, il Calabrone fu costretto a scappare con la velocità del fulmine, ma ormai il suo splendido vestito di gala era ridotto ad una miserevole frittata di macchie!
Il violino, intanto, era stato abbandonato per terra nella fretta di scappare. Alcuni Grilli presenti in sala, guardandolo attentamente, non ebbero dubbi: si trattava dello strumento rubato al loro amico. Allora lo raccolsero delicatamente e glielo riportarono fino a casa.
Così come un tempo, nelle tiepide notti stellate si potette nuovamente sentire una melodiosa musica provenire dalla casuccia del Grillo, per la gioia di tutti ma soprattutto delle Lucciole, sempre sedute attorno a lui, a mo' di corona, con i loro lampioncini accesi ..........

 

 


La leggenda del Sole

di Mario Cerutti

C'era una volta, tanto, tanto tempo fa, un Re senza età e pieno di saggezza che governava un Regno immenso senza sudditi.
Questo Regno si trovava sperduto nel fondo del cielo ...... proprio in quel punto del cielo dove noi oggi vediamo splendere il Sole. Per governarlo nel modo migliore e per potersi spostare il più velocemente possibile nei suoi immensi confini, questo Re usava cavalcare una gigantesca meteora, composta da mille fulmini. Guidata dalla sua voce e dal suo braccio fermo, quest'ultima attraversava i cieli a velocità incredibili, spostandolo d'immense distanze nel solo tempo di un respiro.
Forse neppur il Re stesso sapeva da quanti anni, ormai, viveva solo: gli sembrava un'eternità! Tuttavia, per quanto con lui vi fosse stato mai nessuno, egli non aveva mai sentito il peso della solitudine.
Un giorno, durante uno dei suoi viaggi, questo Re arrivò ad uno dei confini del suo Regno ben delineato da una lunga striscia luminosa. Fermati i fulmini, stette ad osservare i possedimenti che si estendevano a perdita d'occhio oltre tale confine: notò come i suoi possedimenti fossero di un azzurro profondo e pieno, mentre quelli dall'altra parte tendevano ad un colore verde tenero, quasi rosato all'orizzonte. E fu proprio da quell'orizzonte che, improvvisamente, si delineò e prese forma un nembo di vento che si dirigeva verso di lui ad elevata velocità. In prossimità del confine, il nembo si fermò e ne discese una donna dalla bellezza quasi irreale. A tale visione, il Re s'inchinò in un saluto pieno di deferenza ed a questo gesto la nuova venuta rispose con un cenno regale del capo.
"Sono la Regina di questo Regno", disse lei indicando con la mano i luoghi donde era venuta. "E tu, chi sei?"
"Sono il Re di quest'altro Reame", rispose lui indicando con un largo gesto delle braccia l'orizzonte alle sue spalle. "È la prima volta che ti vedo. Non avrei mai immaginato che questo regno, al mio confine, avesse una regina tanto bella!".
Lei ebbe un sorriso di una dolcezza ineffabile e disse: "È la prima volta che giungo fin qui. Questo regno mi è stato affidato da appena trecento anni ed ancora non sono riuscita a vedere tutti i suoi confini. Non so nemmeno quando riuscirò in questa impresa!".
Il Re ebbe anche lui un sorriso e disse: "Se quello è il tuo desiderio, posso mettere volentieri a tua disposizione i miei corsieri. Vuoi?".
La Regina accettò e, legato il nembo di vento ad un asteroide, perché non si allontanasse durante la sua assenza, salì sulla meteora a fianco del Re.
La Regina non aveva mai provato un'emozione simile! Alla voce del Re, i mille fulmini si scagliarono nel cielo ad una velocità tanto elevata che lei fu costretta ad appoggiarsi al fianco del suo compagno: le poderose braccia di lui le circondarono le spalle proteggendola dai continui sobbalzi. Così stretti l'un l'altro, attraversarono immense plaghe di cielo lungo tutti i confini del Regno di lei che solo allora si rese conto di quanto grande fosse il suo dominio.
Infine tornarono al punto di partenza, esattamente dove avevano lasciato il nembo di vento. Era giunto il momento di separarsi.
Fu allora che il Re, fissandola con il suo sguardo franco e leale, le disse: "Perché non resti qui con me? Ti farò visitare tutto il mio Regno e, se dovesse piacerti, del mio e del tuo potremmo farne uno unico su cui regnare entrambi. Non saremmo mai più soli nei tempi che verranno!".
Lei rimase un istante in silenzio, poi sorrise e disse: "Sia come tu dici. Sono certa sia la scelta migliore da fare e non avremo a pentircene!".
Contraccambiando il sorriso lieto di lei, il Re stese la mano per aiutarla a risalire sulla meteora. Lei gli fece segno di attendere un momento e, accostatasi al nembo di vento, lo slegò affinché potesse pascolare in libertà durante la sua assenza. Salì, quindi, a fianco del Re che, dopo averle nuovamente circondato le spalle con il suo braccio possente, con la mano libera impugnò le redini aizzando i fulmini alla corsa.
Volarono così, per tempi senza misura, fianco a fianco, nella luce delle stelle e nel buio siderale, lungo gli sterminati confini del Regno di lui. Di tanto in tanto si fermavano per godersi lo spettacolo senza eguali offerto da uno sfondo celeste o dalle forme inimmaginabili di una galassia. Erano legati ormai da un sentimento che dava loro una gioia immensa mai provata. Quanto durò quel viaggio, nessuno lo può dire. Cosa importava del resto? Durasse anche un'eternità: l'importante era restare vicini!
Finché un giorno si trovarono nuovamente nello stesso punto dal quale erano partiti. Allora il Re fece fermare i fulmini e disse: "Ecco, ora hai potuto vedere tutti i confini del mio Regno. Che ne pensi, dunque, di riunire i nostri territori in un Regno unico, su cui poter regnare entrambi con uguali diritti?".
Senza parlare, in segno d'assenso lei stese la sua mano verso quella del Re che la strinse forte forte.
"Cosi sia", egli disse. "Io sarò il tuo Re e tu la mia Regina! Solo ora che ti ho avuta al mio fianco, comprendo quanto grande fosse la mia solitudine e quanto vuota la mia vita. Quanta differenza divide il tempo di prima da quello di adesso! Di tutto ciò ti sono infinitamente grato e vorrei poterti dimostrare il mio affetto offrendoti un dono. Manifestami un tuo desiderio ed io lo soddisferò!".
"Il dono a me più gradito", rispose lei, "sarebbe quello di poter guidare io stessa i tuoi corsieri. È un desiderio che ho da tanto tempo, fin da quando sono salita al tuo fianco la prima volta che ci siamo incontrati. Solo che non osavo chiedertelo!".
Con un gesto della mano il Re indicò i fulmini: "Sono a tua disposizione. Sali pure e guidali!".
Con gli occhi brillanti e radiosi di gioia, la Regina salì a cavallo della meteora e, al comando della sua voce, i mille fulmini si scagliarono nel cielo. Fermo al suo posto, il Re la vide sparire in un attimo oltre l'orizzonte. Non trascorse molto tempo che i fulmini riapparvero per fermarsi, docili, ad un cenno della sua mano: la Regina, tuttavia, non era più con loro!
Col cuore in gola, il Re balzò a cavallo della meteora, dirigendo i destrieri nella direzione percorsa poco prima. Non tardò a scoprire, in un anfratto di cielo, la sua Regina che giaceva ferita a morte. Inginocchiato accanto a lei, il Re ne raccolse con l'ultimo alito la causa. I fulmini le avevano preso la mano e lei, spaventata, non era stata più capace a dominarli ed era stata sbalzata giù in piena velocità. Ora si sentiva morire .....
Il Re la strinse tra le sue braccia e ve la tenne a lungo, anche dopo che la vita l'aveva abbandonata. Quindi, con frammenti di stelle le costruì una Dimora affinché potesse in essa riposare nei millenni a venire. Perché poi non vi regnasse mai il buio, con le stesse sue mani costruì una perla immensa della trasparenza del cielo, perfettamente sferica. Quando l'ebbe finita, attraverso ad un varco lasciato appositamente aperto, v'introdusse i mille fulmini che erano stati la sua cavalcatura, sigillandoveli dentro. Improvvisamente la perla s'accese di una luce splendente, bianchissima ed insostenibile: da allora essa illumina senza sosta il cielo.
Questo avveniva tanto, tanto tempo fa ........ proprio in quel punto del cielo dove oggi noi vediamo splendere il Sole. Forse, quello che noi chiamiamo sole, altro non è che l'immensa Lampada Votiva costruita da un Re allo scopo di vegliare sulla Dimora della sua dolce Regina, addormentata per sempre nel calmo respiro di spazi infiniti ........

 

 


La leggenda del Rovo

di Mario Cerutti

Narra una leggenda che, all'ultimo giorno della Creazione, quando ormai tutto splendeva nella sua pienezza e novità, il Signore si fosse fermato ed avesse guardato tutto il lavoro fatto con un gran sospiro di consolazione: il mondo era stato creato. Ogni cosa era stata predisposta per la gioia dell'uomo che egli aveva già in mente di creare: qualcuno, infatti, doveva pur godere di tutto quanto ora viveva, altrimenti la sua sarebbe stata un'inutile fatica.
Si era quindi rimesso all'opera. Creato che fu l'uomo, fece anche la donna poiché, se si è soli, neppure la bellezza del Paradiso può essere sufficiente per gioire. Aveva consegnato poi all'uomo ed alla donna l'Eden, con un'unica raccomandazione che noi tutti ben conosciamo, ... e sappiamo anche come andò a finire!
Nel corso della storia dell'uomo, era poi capitato un evento che, forse, neppure il Signore, nella sua bontà, avrebbe potuto immaginare: un uomo si era messo contro il proprio fratello fino al punto di ucciderlo e tutto questo a causa del sentimento più meschino che possa albergare nel cuore umano: l'invidia. Quando Caino finì suo fratello a colpi di bastone il Signore era lì presente, benché nessuno lo avesse visto, ed osservò con stupore la sua sepoltura sotto ad un mucchio di sabbia erbosa, in fretta e furia, quando il suo corpo era ancora caldo.
Volendo poi vedere fino a che punto sarebbe potuto arrivare Caino, il Signore si manifestò a lui domandandogli: "Dov'è tuo fratello Abele, è da molto tempo che non lo vedo!".
Caino allora, con malagrazia ed una faccia di bronzo da non dirsi, rispose: "Non ho la più pallida idea dove sia. Non sono mica il suo guardiano!!".
Dopo questa risposta proseguì con il suo gregge ed il Signore lo seguì con lo sguardo colmo di malinconia, mentre s'allontanava all'orizzonte. Con il trascorrere del tempo, infatti, sempre più le sue creature si erano rivoltate contro la sua Legge. Concedere all'uomo il dono del libero arbitrio era forse stato un errore ma, oramai, era troppo tardi! Del resto, semmai fosse realmente stato un errore, forse si era trattato anche di una prova di fiducia nei suoi confronti!
In seguito il Signore tornò sui luoghi dove Caino aveva compiuto il suo misfatto. Con sorpresa vide che, dalla sabbia erbosa e bagnata con il sangue di Abele, era spuntato un cespuglio, formato da diversi verdi germogli, duri e pieni di spine. Le sue foglie erano corte ed aspre .... e lungo la costa ancora spine, sottili ma pungenti.
Il Signore allora si chinò su quel cespuglio e guardò con attenzione il nuovo nato, ma non lo riconobbe. Non era, infatti, una sua creatura. Mai, nella sua saggezza, Egli avrebbe potuto creare una simile pianta, così tutta ricoperta di spine! Essa era nata da sola ed affondava le sue radici non nel volere di un Dio, ma nel sangue di un giusto versato a causa della cattiveria del fratello di lui.
Più di una volta il Signore tornò a guardare la "pianta di Caino". Cresceva, cresceva eccome! I sui suoi rami continuavano ad allargarsi a vista d'occhio. Tuttavia, mentre tutti gli alberi della Creazione fiorivano e fruttificavano, questa pianta seguitava a mostrare solo foglie e spine. Inoltre i suoi rami non crescevano diritti verso l'alto come quelli delle altre piante ma, si ripiegavano quasi subito verso terra, quasi si vergognassero della loro condizione.
Un giorno, mentre il Signore passava in quei pressi, si sentì una voce flebile chiamare: "Creatore!".
Allora il Signore si voltò e chiese: "Sì? Chi mi chiama?"
"Sono io ..." rispose la voce che si avvertiva appena. "Perdonami se mi sono preso la libertà di disturbarti, chiamandoti con un nome che ho sentito pronunciare dalle tue creature quando parlavano di te. Io purtroppo non ho la fortuna di conoscere diversamente il nome tuo .....".
Di fronte all'umiltà mostrata da quelle parole ed al tono dimesso con cui erano state pronunciate, il Signore si commosse e disse: "Non importa. Va bene così... Dimmi pure!".
Il Rovo allora proseguì dicendo: "Lo so di non essere come le altre creature! È vero che sono nata al di fuori della tua volontà, ma so pure che la tua bontà è grande. Questo mi ha dato il coraggio di chiamarti, ... per chiederti una grazia".
"Quale grazia?!" chiese allora il Signore.
"Quella di poter anch'io portare fiori e frutti ..." rispose il cespuglio.
Quella voce era appena poco più che percettibile ed il Signore guardò quel Rovo con simpatia ma, allo stesso tempo, con molta tristezza. Dopo un attimo di meditazione disse: "Tu sei nato dal sangue di un delitto e tanti in questo mondo dovranno pagare per colpe commesse da altri. Dal sangue tu sei nato e soltanto il sangue potrà rigenerarti e farti portare fiori e frutti. Chissà, forse con il tempo .....". Così dicendo, il Signore si allontanò.
Ne passò di tempo da allora e quanto sangue si versò per guerre e per delitti: appresso a questi misfatti, altri cespugli di rovo erano cresciuti e si erano allargati un po' dappertutto, dai campi coltivati fino a deserto. Talvolta creavano addirittura rive e boschetti e questo non soltanto all'aperto, ma anche nei cortili delle case. Persino nel cortile del Palazzo del Governatore, mandato da Roma per governare la Palestina, c'era uno di quei cespugli! Questo cortile, largo e soleggiato, aveva nel bel mezzo una colonna di granito. Un giorno, un Uomo fu legato ad essa per le mani: due soldati armati di lunghe verghe nervose, incominciarono poi a flagellarlo. A turno, lasciavano cadere una gran vergata su dorso dell'Uomo, ormai rigato di sangue. Quando finalmente li fecero smettere, un soldato slegò le mani dell'Uomo, dagli anelli di ferro. Scivolato che fu a terra, subito altri due soldati lo abbrancarono per rimetterlo in piedi. Tra una sghignazzata e l'altra, gli gettarono sulle spalle un mantello rosso, allacciandogli tra le mani una canna. Ripresero quindi a motteggiarlo ed a schernirlo, chiamandolo 'Re'.
Uno dei soldati disse: "Visto che sei un re, oltre al mantello e allo scettro devi avere anche una corona ...". E così dicendo s'accostò al rovo pieno di spine cresciuto nell'angolo del cortile. Facendo bene attenzione a non pungersi, ne recise qualche ramo e ne fece una specie di corona. Quindi, accostatosi all'Uomo, calcò quella sul suo capo. Al suo grido di dolore i soldati risposero con risate ancor più sguaiate!
Intanto, del sangue incominciò a colare a grosse gocce dalla fronte ferita dalle spine, solcando il volto pesto dell'Uomo. Ogni goccia che cadeva a terra nei pressi del cespuglio, era come un serpente di fuoco che si avvolgeva lungo le sue radici ed attorno ai suoi rami.
Una Voce disse queste parole, rivolgendole al Rovo: "Dal sangue di un delitto tu sei nato e dal sangue di un Giusto sei stato rigenerato!".
Udendole, in mezzo a tutta quella sofferenza, il cespuglio ebbe un sussulto di disperazione: "Non a questo prezzo, Creatore! Non a questo prezzo!".
La stessa Voce proseguì dicendo: "Non ti disperare! Quello che sta avvenendo era già stato scritto prima che il mondo nascesse, e serve ad una causa ben più grande ed importante della tua. Tuttavia la tua umiltà mi ha toccato nel profondo ed hai guadagnato la mia stima. Così tu, ultimo degli esseri, hai avuto il posto più alto: la fronte del Redentore. Da questo momento entrerai a far parte anche tu della Creazione. I tuoi fiori avranno il colore delle cose pure ed i tuoi frutti porteranno un succo del colore del sangue, proprio come quello versato per la rigenerazione del mondo .....".
Così doveva essere e così fu.
Mentre i soldati portavano via l'Uomo per andare a crocifiggerlo, il fuoco attorno ai rami ed alle radici del cespuglio andò calmandosi. Un gran senso di sfinimento permeò tutto l'essere di quella creatura.
Poi, all'improvviso, una grande oscurità avvolse ogni cosa ed il cielo si accese di folgori accecanti e si sentirono i rimbombi terrificanti di tuoni. Quando finalmente la luce ritornò dopo molto tempo, tutti i rami del rovo stavano brillando di una miriade di fiori. Questi erano di un bianco candido come quello delle cose pure, solo sfiorati da una sfumatura rosea nel fondo del loro calice: lo stesso colore che hanno le gocce di sangue quando si mescolano con l'acqua limpida di una sorgente ....

 

 


La leggenda del Kaki

di Mario Cerutti

... laddove il bosco lascia il posto al cielo, sperso in un sito detto Dhelo-Dhelo, c'era un villaggio, tutto di bambù, chiamato dai suoi figli u-Nokù ...
Proprio così inizia la filastrocca antica che narra di questo villaggio e dei suoi abitanti, a quel tempo una trentina di famiglie in tutto, le quali amavano dirsi "suoi figli", cioè figli del villaggio u-Nokù. Questa affermazione era assai giustificata perché, a memoria d'uomo, non si ricordava di un solo abitante che avesse lasciato il villaggio per andarsene in altri luoghi in cerca di fortuna. Penso che nessun altro villaggio, paese o città possa vantarsi di una simile cosa! Premesso ciò, possiamo procedere nel racconto.
Il villaggio u-Nokù era situato tra due ampie vallate, a non molta distanza dai primi contrafforti del Karakorum. La terra coltivabile non era molta ed era poco idonea alle colture di cereali poiché i tempi del freddo erano più lunghi di quelli del caldo. C'era sì un periodo in cui il sole picchiava da par suo, ma bastava che una nube lo coprisse, perché un'aria sottile, proveniente dalle montagne, rinfrescasse subito l'ambiente. Perciò grano e mais, i soli cereali da cui si potesse ricavare farina, non erano mai del tutto sufficienti per il sano appetito della gente del villaggio!
Khalin, uno degli anziani più esperti del villaggio, da tempo teneva lezioni specifiche proprio per tramandare ai giovani le tecniche migliori per ricavare il massimo del rendimento da così poco terreno. Nella buona stagione, un grande albero, al centro del villaggio, veniva adibito a scuola e Khalin, oltre ad intrattenere i suoi piccoli allievi sugli argomenti su accennati, insegnava loro anche come riconoscere le erbe commestibili da quelle che non lo sono, le radici buone da quelle che buone non sono ... e così per i funghi ed i frutti selvatici. Veniva poi l'insegnamento dei metodi di caccia, realizzata mediante trappole, e della pesca: di questa e di quella Khalin insegnava pure come conservarne il più a lungo i prodotti e nella condizione migliore, in modo tale che gli abitanti del villaggio potessero sopravvivere nei lunghi mesi del gelo.
I suoi piccoli allievi seguivano sempre attentissimi quanto il maestro andava esponendo, cercando di contraccambiare quegli insegnamenti, frutto di una lunga e faticosa esperienza, con la loro migliore disposizione d'animo.
Solo u-Jì si comportava diversamente. Fin da piccolo (ora u-Jì aveva dodici anni) aveva sempre dimostrato scarsa attenzione, salvo quando l'argomento della lezione riguardava gli alberi da frutto. Solo allora non esisteva allievo più attento di lui! In quelle occasioni, anche al termine della lezione, u-Jì continuava ad assillare di domande il maestro, alle quali per altro il buon vecchio rispondeva assai volentieri, chiarendo ed illustrando con esempi pratici quanto gli veniva richiesto.
Venne un tempo in cui u-Jì si faceva raramente vedere alle lezioni. Spariva per intere giornate infilandosi nel folto della foresta, spinto da chissà quale curiosità. Andava alla ricerca di nuovi alberi da frutto selvatici, piante di cui lo stesso Khalin non conosceva neppure il nome, ignorandone completamente virtù e difetti. Talvolta, u-Jì tornava dopo due o tre giorni di assenza, trascorsi nel folto della foresta dove lui non temeva neppure i serpenti o la presenza del leopardo nero, che bazzicava quei luoghi. In quelle occasioni il suo cesto era pieno di piantine e di frutti che sapeva manipolare poi con un'istintiva competenza. Non esitava ad assaggiare egli stesso quei frutti, sia pure in piccolissime parti, segnalandone gli eventuali effetti, sapori e quant'altro avrebbe potuto divenire utile od interessante in seguito. Quando credeva di aver raggiunto un qualche risultato degno di nota, u-Jì andava dal buon Khalin e lo ragguagliava su quanto aveva scoperto o creato. Il vecchio sapiente gli era profondamente grato di tutto ciò, poiché molte volte anche un bambino può mostrare qualcosa a chi già insegna ad altri, sempre che il docente abbia la necessaria umiltà per ammettere una simile possibilità.
Unico della sua età in tutto il villaggio, u-Jì possedeva da tempo un pezzo di terreno su cui aveva fatto attecchire una quantità impensabile di alberi da frutto, alcune specie dei quali soltanto lui possedeva. Talvolta, non conoscendone i nomi originari, li aveva battezzati ex novo, naturalmente dopo essersi consultato col suo maestro. Aveva anche tentato nuovi innesti, riuscendo talvolta a ricavare dalla stessa pianta diversi tipi di frutto. Il suo terreno aveva finito per diventare una specie di solitario "giardino incantato", al quale Khalin si recava spesso per vedere il suo allievo al lavoro.
Negli ultimi tempi u-Jì sembrava tutto preso alle cure di una sola piantina, poco più di un alberello dalla scorza sottile rosso-grigia, dalle foglie verdissime e dure. Quando il maestro giungeva, u-Jì lo faceva rispettosamente sedere su di una comoda stuoia. Poi, dopo di essersi scusato, riprendeva le sue occupazioni appena interrotte. Khalin osservava allora, in silenzio, il muoversi assorto del ragazzo, meravigliandosi sempre più della sua maestria e del suo intuito sorprendente nello scoprire tare nascoste nelle pianticelle e nel provare nuovi rimedi nel tentativo di debellarle. Quando poi lo rivedeva presente a sé stesso, lo chiamava accanto, facendosi spiegare i ragionamenti e gli esperimenti che gli avevano consentito di giungere a certi risultati.
Era stato in uno di questi pomeriggi placidi e sereni che Khalin propose a u-Jì di sostituirlo, quando ne fosse stato il tempo, nell'insegnamento sotto l'albero del Sapere.
"La sabbia del tempo sfugge tra le dita", disse, "ed io sento che le mie mani sono quasi vuote. Prima di andarmene, sarei felice di vederti seduto al mio posto. Nessun altro qui ha le tue capacità: coloro che vengono per arricchire la loro mente non potrebbero che trarre profitto ad ascoltarti. Che ne pensi?".
U-Jì, commosso, abbassò la testa e disse: "Se questo basta a farti contento, sarò lieto di accettare ... naturalmente il più tardi possibile!".
"Vedo che stai dedicando molto del tuo tempo ad un solo esemplare", proseguì Khalin, mentre u-Jì stava controllando attentamente la condizione di alcuni innesti. "Ha forse qualche cosa di particolare quella piantina?".
"Penso di sì" u-Jì rispose sollevando la testa. "Te ne avrei parlato io stesso, non appena avessi avuto più elementi al riguardo. Quello a cui tu alludi è un tipo d'albero che non teme il gelo: solo che i suoi frutti non maturano! Restano duri e verdi: risultano assolutamente immangiabili! L'ultimo innesto che gli ho praticato è però attecchito molto bene".
"Gli innesti usati non fanno parte dei rami di quell'altro albero, non è vero?", chiese ancora Khalin.
Rispose u-Jì: "Sì, provengono da quest'altro. Si tratta di un tipo d'albero che produce invece molti frutti, ma questi cadono ancor prima di maturare. Cadono tutti! Ci deve essere, in quell'albero , un punto debole che impedisce loro di giungere a piena maturazione: un po' come succede a qualche donna del villaggio che non riesce ad avere figli ...".
Il vecchio sorrise. "Un intuito straordinario il tuo. Penso che una simile idea non sia mai venuta ad alcuno: innestare sui rami di un albero che non matura i suoi frutti, quelli di un altro che li lascia cadere prima del tempo. Davvero una grande idea e mi sentirei d'affermare che avrà uno sviluppo positivo!".
U-Jì abbassò il capo. Certamente, il maestro, nel suo grande affetto lo sopravvalutava di molto. Comunque lo ringraziò e gli disse: "Farò di tutto perché quanto tu hai detto diventi realtà".
A questo punto Khalin si alzò dicendo: "Il mio maestro, tanti anni fa, mi confidò che il miele, versato sulle radici di un albero da frutto, aiuta l'albero stesso a dare frutti più dolci. Io non ho mai provato, come d'altra parte nessuno del villaggio, che io sappia. Tu che ne pensi?".
"Io? ... non so. Si potrebbe anche provare!", rispose u-Jì.
Quest'idea il maestro l'aveva gettata lì come un seme: avrebbe potuto dare dei frutti come no.
Quando Khalin se ne fu andato, u-Jì rimase ancora a lungo pensieroso. E se quella prova avesse dato un buon risultato? Con ancora quest'idea che gli frullava ormai nel cervello, l'indomani sul sorgere del sole prese la via della foresta. Durante una delle sue ultima scorribande, aveva infatti notato un nido di api selvatiche nel cavo di un albero e si era ripromesso di farvi visita quando fosse stato il tempo della raccolta. Neanche a farlo apposta, cadeva proprio ora il tempo giusto! U-Jì, armato di un grosso recipiente di coccio e di una bracciata di erbe, si portò a ridosso dell'albero, vi dispose le erbe tutto attorno le sue radici ed appiccò loro fuoco. Il fumo denso che saliva dal mucchio veniva da lui ventilato tutt'attorno al cavo dove si trovava il nido. Attese una buona mezz'ora, cioè il tempo necessario perché il brusio che regnava nell'alveare si spegnesse del tutto, indice che le api erano completamente stordite e, quindi, inoffensive.
U-Jì giunse a casa di Khalin che il sole era già scomparso all'orizzonte da tempo, con il recipiente colmo di profumatissimo miele.
Il vecchio lo guardò con divertito stupore: "Ne abbiamo appena parlato e tu sei già qui. Fammi vedere!".
Il ragazzo scoprì il recipiente e disse: "Guarda, è pieno. Tuttavia, intendo usarne non più della metà: la restante parte è per te!".
Versarono in un altro recipiente di coccio metà del miele e u-Jì ricoprì nuovamente il suo dicendo: "Sono certo che quello che è rimasto sia più che sufficiente per la nostra pianta. Se poi i risultati non saranno quelli sperati, non dovremo dolerci più di tanto per avere sprecato questo poco miele! Vieni con me domattina? Avrei tanto piacere che anche tu fossi presente quando lo verserò sulle sue radici!".
L'inverno appena trascorso era stato tremendo e per lungo tempo la neve aveva ricoperto le piccole abitazioni di u-Nokù. Solo il filo di fumo proveniente dai tetti aveva segnalato che, sotto tutto quel biancore soffice, la vita stava proseguendo. Tuttavia, la primavera quell'anno era stata insolitamente precoce. Un vento leggermente tiepido aveva zirlato per più giorni. Sotto la crosta di ghiaccio, che copriva il torrente, l'acqua aveva ripreso a scorrere ed in certi punti, in piena libertà, aveva ripreso a cantare fra le rocce.
Doveva perciò proprio essere una buona annata! Nei boschi circostanti la fioritura era a buon punto: il minuscolo Tako, dal ciuffo grigio, aveva preso a cianciare sui rami e tra i licheni e già qualche scoiattolo aveva arrischiato il musetto impertinente fuori dalla sua tana. Davvero l'annata prometteva bene!
Fu in uno di quei giorni che al villaggio giunse un banditore inviato dal Governatore della Regione, il potente Hu, cugino primo dell'Imperatore. Costui avvisò che, essendo la figlia del Governatore prossima al compimento dei sedici anni, si invitavano tutti coloro che si reputavano abili nel coltivare frutti a portare quanto di meglio avessero prodotto. Il Governatore stesso avrebbe poi giudicato un vincitore a cui sarebbe andato l'incarico di capo-giardiniere nei giardini del Palazzo.
Il giorno in cui il banditore si presetò al villaggio u-Jì non era presente, essendo andato a fare una delle sue solite perlustrazioni nella foresta. Era stato poi lo stesso Khalin a metterlo al corrente di quanto era stato bandito e concludendo il discorso dicendogli: "Penso che sia giunto il momento di far vedere quello che sai fare. Devi portare i frutti che ricaverai dall'albero del miele!".
"Sempre che ne vengano!", rispose u-Jì con modestia.
"Ne verranno, ne verranno!!", lo rassicurò il maestro.
C'era un'intera stagione di tempo. Pur non perdendo d'occhio l'albero del miele per rilevare eventuali comparse di frutti, u-Jì continuò le sue scorribande nella foresta. Tutto sembrava favorire la buona riuscita dell'annata e sull'albero del miele, dopo una breve fioritura, erano apparsi i primi frutti verdissimi e duri. L'occhio esercitato di u-Jì li seguiva giorno dopo giorno, notandone la regolare crescita ed il loro sviluppo perfetto. Mentre i giorni si rincorrevano, sull'albero del miele i frutti si moltiplicavano e quando, dopo l'estate, l'autunno incominciò a farsi sentire, su quei frutti tanto attesi era comparsa una tenue tinta che rammentava il colore ambrato del miele. Contemplati tra il verde del fogliame, quella tinta risaltava ancor più, dando l'impressione che quella pianta fosse proprio uno di quegli alberi dai frutti d'oro di cui narrano antiche favole.
Intanto, sotto l'albero del Sapere le lezioni si svolgevano ormai soltanto nelle brevi ore di sole ed il vecchio Khalin passava la maggior parte del suo tempo nel frutteto di u-Jì. Anche quest'ultimo passava lì quasi tutta la giornata, sempre controllando, giorno per giorno, il lento colorarsi dei frutti. Aveva anche notato come le foglie, verdi prima del giungere dell'inverno, ora seccassero staccandosi dai rami proprio ora che i frutti stavano maturando, quasi a lasciare loro la possibilità di poter sfruttare fin il più breve ultimo raggio di sole.
Fu u-Jì a volere che fosse il suo maestro a cogliere il primo frutto quando, palpandolo, lo sentì morbido e cedevole. Restò poi in rispettoso silenzio, mentre il vecchio lo assaporava ad occhi chiusi. Si trattò di un lungo momento d'ansia per lui! Senza dare alcun segno, Khalin assaporò il frutto fino all'ultimo boccone, mentre u-Jì lo guardava senza il coraggio di disturbarlo per sollecitare il suo parere. Infine, Khalin aprì gli occhi ed il suo sguardo si posò sul ragazzo. Mentre la sua mano gli sfiorava con una carezza il volto brunito, disse: "È quanto di meglio e di più squisito io abbia mai assaggiato in questi ultimi anni", disse "Complimenti! Complimenti davvero!".
Non c'era ormai molto tempo da perdere. Si era già entrati nell'inverno e si doveva stabilire per bene ogni cosa, mancando solo dodici giorni alla data fissata per presentarsi al Palazzo del Governatore per tentare la scalata al posto di giardiniere-capo. Il giorno precedente a quell'evento, di buon mattino, u-Jì si presentò alla capanna di Khalin. Infilato nel braccio, teneva il manico di un paniere di forma ovale dove aveva collocato dodici di quei frutti, quasi tutti della medesima dimensione e del colore del miele. Li aveva sistemati su due piani, affinché non si ammaccassero urtandosi. Guardando con animo tranquillo il vecchio, u-Jì disse soltanto: "Sono pronto!".
"Bene. Il cielo ti ricompensi come meriti. Fa' un buon viaggio", disse allora il maestro.
Camminando di buon passo, dopo nove ore di cammino u-Jì arrivò in città e si presentò al Palazzo del Governatore. Un incaricato lo guidò in un'immensa stalla dove già stazionava una gran folla di persone, ciascuna con un suo cesto di frutta. In quel luogo trascorse tutta la notte, dormendo tranquillamente.
All'indomani, tutti i concorrenti vennero accompagnati in un luogo prestabilito e fatti attendere dietro alla porta del salone dei ricevimenti. Qui, una decina di personaggi impettiti aspettavano in silenzio, seduti su spessi tappeti ricamati. Uno dopo l'altro, i concorrenti vennero fatti entrare per porgere i propri frutti ai personaggi seduti. Costoro li assaggiavano, masticando a occhi chiusi ed in completo silenzio. Dopo ciascuna prova, il concorrente veniva messo da un lato o dall'altro della sala, a seconda del cenno del personaggio che aveva giudicato il suo frutto.
Dopo un paio d'ore, di tutti i concorrenti solo tre avevano passato il turno, e u-Jì era uno di loro! Solo allora entrò nel salone il Governatore stesso, in quanto spettava proprio a lui sentenziare il giudizio definitivo sugli ultimi tre frutti selezionati.
Dopo essersi seduto in pompa magna tra i personaggi, gli venne presentato su di un piatto di porcellana rabescata d'oro un pezzo di ciascuno di quei frutti. Accanto a ciascuno c'era pure il frutto intero, affinché il Governatore potesse conoscerne la forma originale. Naturalmente mancava qualsiasi indicazione circa la loro appartenenza affinché il giudizio potesse essere assolutamente imparziale e fondato esclusivamente sull'analisi del frutto.
Non ci volle molto perché l'augusto personaggio rimanesse incantato dalla forma di piccola luna, dal colore, dalla morbidezza e, soprattutto, dal sapore del frutto recato da u-Jì. Sceltolo come vincitore, il ragazzo gli venne alla fine presentato. Fu allora che il potente Hu si degnò di rivolgergli i suoi elogi e gli domandò: "Qual è il nome di questo frutto?".
U-Jì rispose: "Potente signore, il frutto non ha ancora un nome ma, con il suo permesso, vorrei chiamarlo col nome di sua figlia. L'ho vista stamattina ed ho saputo come si chiama da un inserviente ... per me non esiste un nome più bello: Ka-Kì!".
Il Governatore sorrise e disse: "Se così desideri, così sia. Il frutto si chiamerà Ka-Kì (nota: Ka-Kì = rugiada di miele). Ed ora, preparati ad assumere il posto che ti spetta. Nessuno ne è più degno di te!".
U-Jì lo guardò allora improvvisamente con aria supplichevole e disse: "Potente signore, se mi è consentito, io vorrei tornare al mio villaggio. Ho promesso al mio maestro, il vecchio Khalin, di sostituirlo come insegnante sotto l'albero del Sapere quando lui non ne fosse stato più in grado. ... fu lui stesso a chiedermelo e non vorrei mancare di parola!".
Il Governatore lo fissò meravigliato ed gli domandò: "Vuoi rinunciare dunque ad un posto che potrebbe col tempo portarti ai giardini dell'Imperatore, mio primo cugino?".
"Sì, col suo permesso!", rispose u-Jì senza incertezza.
"Ti sia concesso, fermo restando che, di questi alberi, ne voglio un intero frutteto. Tu stesso vi provvederai!", disse allora il Governatore dopo un attimo di sconcerto.
Detto questo, si allontanò tra gli inchini dei presenti. Anche u-Jì s'inchinò in segno d'assenso e di rispetto. Poi infilò al braccio il suo cesto ovale ed uscì tra gli sguardi ammirati ed invidiosi, ma soprattutto assai stupiti, di tutti i presenti. Doveva davvero essere un pazzo per rinunciare ad un posto a Palazzo, ... un posto che avrebbe persino potuto portare ad un lavoro nei giardini dell'Imperatore. Se non un pazzo, sicuramente era tocco!
Quasi sempre la saggezza viene scambiata per dabbenaggine, quando non addirittura per follia. Di quello che pensava quella gente ad u-Jì doveva importare ben poco se, uscito che fu dal Palazzo, non si voltò neppure indietro e, fischiettando spensierato, riprese la strada che portava ad un villaggio, tutto di bambù, chiamato u-Nokù dai "suoi figli" ....

 

 


La leggenda di Stinco e Cocca

di Mario Cerutti


C'era una volta, in una casetta posta appena fuori dal paese, una donna. Essendo rimasta sola, aveva pensato di far costruire un piccolo pollaio a fianco della sua abitazione. Una dopo l'altra, erano venute ad abitare il pollaio una nutrita famigliola di galline ed in seguito, quasi a consacrare il tutto, un magnifico gallo. Tra padrona e pollame non aveva tardato a stabilirsi una corrispondenza d'affetti quasi incredibile. Da una parte, la padrona trattava le sue galline nel migliore dei modi, dall'altra quelle ricompensavano le sue gentilezze con uova degne di un concorso.
Col tempo, venne a far parte della - chiamiamola cosi - famiglia anche un grosso gatto. Sornione all'apparenza, si rivelò subito uno zampalesta da non credersi: sebbene la padrona riservasse anche a lui buona parte del suo affetto, sembrava che lui non ne tenesse affatto conto: quando gli si presentava qualche occasione per combinarne qualcuna, non ci pensava due volte e la pigliava al volo! Dopo averla fatta grossa, il furbastro tagliava poi la corda e non tornava in famiglia se non quando tutto si era rappacificato e le nuvole nere erano scomparse dall'orizzonte. Quindi, come se nulla fosse avvenuto, riprendeva il suo posto sul cuscino che gli era stato riservato nel tinello.
Era ormai la fine di giugno e faceva un caldo da intontire. Uno di quei pomeriggi il nostro Stinco - questo era il nome del gatto - stava, come al solito, bighellonando senza meta con le ganasce dolenti a forza di sbadigliare per la noia. Fu allora che, tanto per far qualcosa, si portò verso il pollaio. Udendo un lieve rumore, girò la testa e notò a pochi passi una gallina con le piume rosse, accovacciata nel nido in tranquilla attesa di deporre l'uovo.
Gli si presentava un'occasione per scambiare quattro chiacchiere, una vera manna per uno come lui che non aveva mai nulla da fare! Assunse, perciò, un tono di falsa simpatia e, rivolgendosi alla gallina, la salutò dicendo: "Ehilà, Rossa! Siamo sempre dietro a lavorare, eh?".
"Beh!", gorgogliò la Rossa, "Finché si lavora, va bene ...".
"Chi si accontenta, gode!", rispose lui, in modo ironico.
La gallina, senza scomporsi disse: "Dici bene. Ti confesso che non potrei desiderare niente di meglio!".
"Chi si accontenta gode!", ripeté il gatto, ora con un velato tono di disprezzo. "Al tuo posto, io non la penserei così. Proprio no!".
"Davvero?" disse allora la Rossa con un'aria da prendere in giro che consolava. "Sarebbe possibile sapere perché?".
Rispose allora lui: "Certamente. Vedi, Rossa, tu sei troppo buona e questo t'impedisce di renderti conto che, mentre tu fai un pozzo di fatica per mettere alla luce un uovo, la tua padrona non fa altra fatica di quella d'allungare la mano per cavartelo dal di sotto. Così lei si gode, senza fatica, il sudato frutto del tuo lavoro. Questa sarebbe già una delle cose che, a me, non andrebbero proprio giù ...".
"Non faccio fatica a credere a quello che dici!", lo rimbeccò lesta la Rossa. "La riconoscenza non è mai stata il tuo forte, vero Stinco? Per te esiste solo la legge del prendere: quella del dare, tu non la conosci davvero! Sei proprio un bel ferro da stiro!".
"Ma, ... senti che roba!" bofonchiò il gatto, punto sul vivo. "A vederti non lo si direbbe, ma quanto sei sciocca, Rossa. Proprio sciocca!".
"Sarà come tu dici!" tagliò corto la Rossa. "Comunque, fin quando la nostra padrona avrà cura di me, io cercherò di ricompensarla come meglio posso, ... magari con un uovo al giorno!".
"Anima tua, borsa tua ...", miagolò il gatto allontanandosi. "Figuriamoci se si può ragionare con una gallina!".
"Nessuno ti ha interpellato!", gli strillò dietro la Rossa. "Se tu non hai voglia di lavorare, lascia almeno lavorare gli altri. Capito? Pelandrone!".
Il gatto avrebbe voluto ancora replicare alla gallina con qualche nuova frecciata, ma poi pensò che era meglio pedalare alla svelta. Tra l'altro, dall'angolo della casa che dava sull'orto, era spuntato Trinca, il gallo, un pezzo di marcantonio grosso come un barile, con zampacce armate di un paio di speroni acuminati, con un becco duro e tagliente come una cesoia da giardiniere. Oltre a questi attributi poco raccomandabili, Trinca aveva anche il difetto di non perdere tempo in discussioni e di picchiare subito duro! Già una volta aveva sorpreso Stinco mentre stava infastidendo le galline. In quella occasione il nostro gatto aveva dovuto fare una corsa mozzafiato per non correre il rischio di perdere la coda nel becco di quell'attaccabrighe!
Si allontanò dunque verso la siepe, ma la risposta della Rossa gli aveva lasciato la bocca amara. Nel tentativo di sfogarsi, tentò di acchiappare un passero che stava becchettando nella polvere del sentiero, ma anche questo gli andò storto e dovette in più sorbirsi le rimostranze dell'uccelletto, quando ormai si trovava al sicuro su di un ramo di gelso.
Decisamente, quella giornata non era una delle migliori: gli conveniva ritirarsi in buon ordine prima di risicare qualche altra figuraccia!
All'indomani, dopo una bella dormita nel fresco del tinello, il gatto si riportò verso il pollaio. Aveva adocchiato il gallo oltre l'orto, cioè abbastanza lontano, per cui si sentiva abbastanza al sicuro. Inoltre, vide con piacere che nel nido non c'era, questa volta, la Rossa, ma un'altra gallina.
Come tutti i pochi di buono, pronto cioè a scordarsi tutti i buoni propositi ma non certo i cattivi, il nostro gatto pensò di riproporre il discorso incominciato il giorno innanzi con la Rossa.
Si avvicinò dunque al nido e, con un fare allegro e cameratesco, salutò così la gallina: "Ehilà Cocca! Siamo sempre sotto tiro, eh?".
"Si fa quel poco che si può!", gli rispose la Cocca. Quella era una gallina bonacciona e tranquilla che, se si trattava di fare quattro chiacchiere, non diceva mai di no.
Il gatto, intanto, riprese: "Se la memoria non m'inganna, tu fai l'uovo quasi tutti i giorni, vero?".
"Sei in sette giorni!", precisò la Cocca, con aria soddisfatta.
Continuò subito lui: "Però! Il solo peccato è che, di tutto questo ben di Dio, tu non ne assaggi nemmeno una goccia. Tu ti affatichi e la tua padrona non fa altro sforzo che quello di chinare la schiena e cavarti l'uovo dal di sotto. Insomma, tu lavori e l'altra gode!! Non te ne sei mai accorta? Questa non mi sembra una cosa molto simpatica e giusta. Te ne stai rendendo conto?".
Mentre diceva questa parole, Stinco teneva d'occhio la gallina per vedere come reagiva l'animo semplice e credulone di lei: vedendo che non dava risposta, capì di avere buono gioco. La Cocca, infatti, non aveva tutta l'esperienza della Rossa e convincerla del tutto non sarebbe stato molto difficile! Prima che il ferro si fosse raffreddato, il gatto pensò che era meglio dare ancora qualche colpetto.
"Vedi", le disse riprendendo il discorso, "forse tu non ci fai caso, ma non passa giorno che la padrona non venga qui nel pollaio: per quante uova ci possano essere, quando lei se ne va via, il nido rimane sempre bello e pulito! Se le porta via tutte, proprio tutte! A me, questo non sembra per nulla giusto. Non trovi anche tu?".
La Cocca non rispose subito. Stava manovrando per spingere fuori l'uovo, facendo una fatica del diavolo. Tutta concentrata nello sforzo, non aveva più nemmeno il fiato per rispondere ma, finalmente, spingi spingi, l'uovo saltò fuori. Allora la gallina si drizzò sull'orlo del nido scuotendosi tutta. Stinco ne approfittò per gettare un'occhiata dentro al nido. L'uovo era lì, bello e caldo.
Era veramente un campione nel suo genere, tanto che il gatto non dovette nuovamente fingere quando disse: "Complimenti, Cocca! È una delle uova più belle che io abbia mai visto. Brava! Sei proprio in gamba! ... ma, torniamo al nostro discorso di prima, ... trovi logico che tu abbia faticato cosi tanto ed ora la padrona venga qui per portartelo via?".
"Già, ... forse tu hai proprio ragione ...", disse tra sé e sé la gallina.
"Ragione, dici bene! Almeno le uova le mangiasse poi la padrona! Ma no!! L'ho vista io, lunedì scorso, vendere le vostre uova al negozio del lattaio, quello all'angolo del ponte. Capito?", continuò il gatto.
"Davvero?", mormorò Cocca con lo stomaco ormai tutto in subbuglio. "Beh, quella era una cosa che non doveva proprio fare!".
"Si capisce! Tanto più che, in cambio delle uova, si prende dei pezzi di carta e di metallo che, poi, va a nascondere sotto una piastrella in camera da letto. Davvero non ho mai capito perché!", disse il gatto per rinforzare la dose.
"Ah! La furbacchiona!", gridò la Cocca con la cresta tutta in un brivido di collera rattenuta.
Stinco ne approfittò allora per dare l'ultimo colpetto e disse: "Se io fossi al tuo posto, lo sai che cosa farei? Prima che la padrona faccia la sua visita usuale per ritirare le uova, prenderei il mio uovo e me lo papperei tutto, guscio compreso. Se lei ha voglia di mangiarsene uno, ebbene, se lo faccia sola! Solo così comprenderà quanta fatica costi. Su, allora: cosa aspetti a goderti il frutto delle tue fatiche?".
Ormai completamente convinta che le ragioni esposte da Stinco fossero quelle giuste, la Cocca non stette a pensarci più a lungo e, dopo aver contemplato solo per un momento il suo capolavoro d'uovo - anche l'occhio vuole la sua parte! -, gli mollò una rude beccata e, pezzo dopo pezzo, se lo mangiò, guscio compreso.
"Brava Cocca!" si complimentò il gatto. "È così che si deve fare, senza avere paura! Se una cosa va fatta, si deve farla fino in fondo! Vedrai come questo tuo gesto innalzerà la stima delle tue compagne nei tuoi confronti! Vedrai, vedrai ...".
Nel tardo pomeriggio, la padrona venne a fare il consueto giro nel pollaio. Dalla città era giunta la sua nipotina: lei aveva allora pensato di prepararle una sostanziosa merendina a base di zabaione fatta con uova di giornata. È facile a capire come rimase sorpresa quando trovò la paglia del nido tutta inzaccherata di tuorlo e pezzetti di guscio.
Pensò allora: "Vuoi vedere che c'è qualche gallina che mi prende l'abitudine di mangiarsi le uova? Sarà meglio tenerle d'occhio prima che la cosa prenda piede, se no sì che sto fresca!".
Cosi fece. Le bastarono pochi giorni per sorprendere la Cocca mentre si pappava il suo bravo ovetto.
"Ah, è cosi?", brontolò lei, sorprendendola. "Vecchia trottolona! Sarà meglio che tu cambi abitudine, se non vuoi avere qualche brutta sorpresa. Mi hai capito?".
Cocca, intanto, con la coda dritta e il petto in fuori, guardava la padrona con baldanzosa aria di sfida quasi volesse dirle: "Eh sì, cara signora, proprio cosi! Il tempo della cuccagna è finito. D'ora in avanti, se avrai voglia di un uovo, sarà meglio che provvedi a fartelo da sola. Altrimenti ne dovrai fare a meno ...".
Tuttavia, la padrona non doveva pensarla allo stesso modo se, visto che la cosa si ripeteva, un bel pomeriggio decise, sebbene dispiaciuta, di agire di conseguenza. Abbrancò la Cocca per le penne e la portò fuori del pollaio. Malgrado le grida di protesta di quella, la rinchiuse in una piccola e vecchia gabbia di legno, dove appena avrebbe potuto muoversi. Mentre compiva questa operazione, uscivano ancora dal becco della Cocca oscure minacce di rappresaglia ...
Povera Cocca! Solo in un secondo momento, quando ormai era troppo tardi, incominciò a comprendere che c'era qualcosa di sbagliato in quello che aveva fatto e che, forse, non aveva molte ragioni da far valere.
Proprio mentre era in questi frangenti, passò da quelle parti, lemme lemme, Stinco. Al vedere la poveretta in quelle condizioni, ebbe un miagolio di finta indignazione. "Ma che cosa sta succedendo?", blaterò. "In che razza di mondo viviamo, se si devono vedere simili ingiustizie? È possibile che i santi diritti di una povera gallina debbano venire calpestati in questo modo?".
Al sentire questa tirata in sua difesa, Cocca si senti rianimare un poco.
"Oh, Stinco, amico mio!", farfugliò allora lei, "Giungi proprio in tempo. Lo vedi in che stato mi trovo e questo non solo per colpa mia!. Tu lo sai bene, vero? Cerca allora di darmi una mano per tirarmi fuori da questo impiccio. Tu hai buoni denti e buone unghie. Sù, che aspetti, aiutarmi!".
"Io, aiutarti? E come potrei?" disse il gatto sinceramente sorpreso. "Per liberarti, ci vorrebbe del tempo ed io non ne ho. Senza contare che, se la padrona mi sorprendesse, correrei il rischio di pigliarmi una bella legnata. Già quella mi può vedere come il fumo negli occhi ...".
Detto questo, si allontanò tranquillamente verso la siepe, senza neppure far caso a quello che la Cocca gli andava ancora gridando.
"Povera me!", gemette ancora la Cocca, "Che cosa ne sarà di me? Cosa mi capiterà?".
"Cosa vuoi che t'accada?" fischiò allora in risposta un merlo dal ramo di un albero. "Ti accadrà ciò che succede a tutti i gonzi che ascoltano - e che soprattutto mettono in pratica - i consigli di gentaglia come Stinco. Quella è una genia grama, ... sempre in giro a seminare zizzania ed a procurare grane a coloro che la stanno ad ascoltare, ... per poi, - ben inteso - lasciarli soli a cavarsi fuori dai pasticci, .... se ci riescono!".
"Se no? ... Se non ci riescono?", interruppe allora la gallina con voce tremante.
Il merlo non rispose, limitandosi a scuotere le piume delle spalle. Poiché la vista della Cocca in quelle strettezze gli faceva troppa pena, volò allora su di un altro ramo un po' più in là. Potette così vedere Stinco mentre, impettito e con l'aria giuliva di chi non ha alcun rimorso, si stava complimentando con la Rossa, in procinto di andare a dormire.

 


Alcune fiabe inviate dai visitatori del sito:

La stellina caduta dal cielo (fiaba per Laura) [scarica file con la fiaba]

C’era una volta, nel cielo sereno, una bellissima stella molto grande che diede alla luce una stellina anche lei bellissima. Era così luminosa che, nel nascere, l’abbaglio e le scivolò dal grembo: neppure le sue lunghe braccia riuscirono ad afferrarla in tempo! La stellina Laura, così la volle chiamare salutandola, cadde dunque dolcemente dal cielo e si posò su di un bel prato vicino ad una casetta dove abitavano delle fatine.
La mattina seguente, al sorgere del sole, una delle fatine, la fatina Marta, uscendo da quella casetta vide quella stellina e subito la strinse tra le sue braccia per scaldarla perché quella notte aveva fatto molto freddo.
Raggiunse quindi le altre fatine per far vedere loro cosa aveva trovato. Con grande sorpresa vide che anche le altre fatine avevano trovato altre stelline cadute dal cielo quella stessa notte, a causa di un terribile incantesimo. Erano veramente molte e ciascuna aveva bisogno di una mamma e di un papà che l’accudisse e le volesse bene per tutta la vita.
Una sera, tutte le fatine si riunirono per trovare una soluzione perché non potevano certo badare a così tante stelline se non per un breve periodo. Un tempo sarebbe forse bastata un po’ di polvere magica delle loro bacchette magiche per risolvere tutti i problemi. Purtroppo ora, a causa di quel terribile incantesimo, le loro bacchette magiche avevano perso tutti i poteri e per risolvere i loro problemi le fatine non potevano che ricorrere alla loro fantasia.
Ad una delle fatine, la fatina Teresa, venne un’idea: “Costruiamo degli aquiloni ed a ciascuno attacchiamo una foto di una delle stelline che abbiamo trovato! Il vento poi li porterà in alto ed allora noi li lasceremo volare via lontano. Sicuramente un Principe ed una Principessa vedranno uno di quegli aquiloni, lo raccoglieranno e si faranno vivi con noi per chiederci di potere abbracciare la stellina della foto, per quindi portarla nel loro bel castello. Solo con l’amore di tanti Principi e Principesse riusciremo a sconfiggere questo terribile incantesimo e tutte le stelline potranno così tornare a risplendere, amate da una mamma ed un papà!“ .
Tutte le fatine approvarono la splendida idea della fatina Teresa e si misero subito al lavoro per costruire tanti aquiloni. Una fatina si occupò di fotografare ciascuna stellina per poi attaccare ad uno degli aquiloni quella foto scattata.
Anche la stellina Laura fu fotografata con il suo vestitino più bello, quello azzurro con disegnate delle farfalline colorate. Quella foto fu poi attaccata ad un aquilone bellissimo, con i colori dell’arcobaleno, che volò in alto fino a sparire nel blu del cielo ...
... e volò volò, lontano lontano, finché il vento ad un certo punto cessò. Fu allora che l’aquilone incominciò a scendere lentamente verso terra, posandosi dentro un castello abitato dal Principe Enzo e dalla Principessa Maria Carla. Da tanto tempo loro guardavano il cielo dalla finestra di quel castello nell’attesa che arrivasse qualche aquilone e quando lo avvistarono si abbracciarono felici. Quando videro poi la foto della stellina Laura attaccata all’aquilone, capirono subito che era lei la stellina che da tempo aspettavano nel loro cuore e contattarono subito le fatine per chiedere loro dove dovessero andare per abbracciare quella stellina così bella! Inviarono anche delle loro foto in modo tale che le fatine potessero mostrarle alla stellina Laura che poteva così, fin da subito, vedere il Principe e la Principessa che sarebbero, a breve, venuti da lei.
Il Principe e la Principessa partirono quindi per il Paese lontano dove abitavano le fatine. Viaggiarono, viaggiarono, finché un giorno finalmente arrivarono e poterono finalmente incontrare la stellina Laura che si era portata con sè proprio quelle foto da tempo inviate dal Principe e dalla Principessa: sfogliandole si accorse che quelle persone arrivate da lontano erano proprio uguali a quelle delle foto!!
Tutti insieme andarono in un castello che si trovava nelle vicinanze, dove c’erano anche altre stelline, ciascuna con un Principe ed una Principessa anche loro venuti da lontano dopo aver ricevuto uno degli aquiloni inviati dalle fatine. C’erano la stellina Lorena, la stellina Angie, la stellina Camillo, ... tutte in attesa di prendere un aereo per volare lontano nei loro rispettivi castelli che si trovavano in una terra lontana dove si parlava una lingua diversa da quella usata dalle fatine.
Il terribile incantesimo che era sceso su quel Paese stava per essere sconfitto dall’amore di tutti quei Principi e di quelle Principesse che ora potevano finalmente abbracciare e baciare la loro stellina.
La stellina Laura, come altre stelline, era però un po’ arrabbiata perché non capiva come mai le fatine non l'avevano tenuta con loro! Non aveva ancora capito che il lavoro di quelle fatine era quello di sconfiggere l’incantesimo terribile che ogni tanto si abbatteva in quel Paese e che impediva loro, grazie al potere delle loro bacchette magiche, di fare magie per rendere felici tutti i bambini. Loro non avrebbero mai potuto occuparsi di così tante stelline cadute dal cielo ... e poi altre ancora ne sarebbero cadute in futuro! Solo con l’aiuto di tanti Principi e Principesse sarebbero riuscite a sconfiggere per sempre quell’incantesimo.
Piano piano, grazie anche alla fatina Teresa che veniva ogni tanto a trovarla in quel castello, la stellina Laura diventò più serena e ricominciò a splendere sempre di più.
Finché venne il giorno del grande viaggio verso il castello del Principe e della Principessa. ... era tanto lontano che dovettero prendere ben due aerei, grandi grandi, che viaggiarono veloci in alto nel cielo!
Ad attenderli al loro arrivo c’erano in molti, nonni, zie, cugini, amici ... tutti ansiosi di conoscere ed abbracciare la bella stellina Laura. Tutti furono poi invitati nel castello dove, per la stellina Laura, c’era già una stanza piena di giochi.
Nel Paese del Principe e della Principessa era inverno e faceva freddo: di lì a poco sarebbe scesa anche la neve, del ghiaccio bianco che cade dal cielo, forse mandato da una magia delle fatine che ora, sconfitto l’incantesimo, avevano di nuovo le bacchette magiche che funzionavano.
.... potevano così nuovamente fare magie per stupire e rendere felici tutti i bimbi del mondo. E fu proprio così che la stellina Laura conobbe la neve e si divertì un sacco a scivolarci sopra con la slitta.
Quando poi venne l’estate ed incominciò a fare caldo, la stellina Laura conobbe il mare, una piscina grande grande dove vivono tanti pesciolini, forse anche questi mandati da una magia delle fatine. E fu proprio così che la stellina Laura conobbe il mare e si divertì un mondo a giocare con la sabbia, a nuotare ed a tuffarsi senza paura.
Tutte le fatine e le stelle del cielo erano finalmente felici di vedere la stellina Laura non più arrabbiata e gioivano quando vedevano Laura, il Principe Enzo e la Principessa Maria Carla che, tutti insieme, si abbracciavano e si baciavano.

 

La Felice Storia dell’Aquilotto Paco (fiaba di di Ofelia Fusco) [scarica file con la fiaba]

C’era una volta, in una foresta lontana, una bellissima aquila reale. Come tante altre aquile ed uccelli del cielo, anche’ essa aveva preparato un accogliente nido su un albero e vi aveva depositato un ovetto. Lo aveva tenuto protetto sotto le sue calde piume per molti mesi, sognando con impazienza il giorno in cui il suo piccolino sarebbe venuto alla luce.
Finalmente quel giorno arrivò: uno scricchiolio, una crepina sul guscio e dall’ovetto spuntò un tenero aquilotto implume con due occhioni vispi ed una vocina squillante.
Mamma aquila era felice. Spiccò subito il volo per andare in cerca di qualcosa da mangiare per il suo tenero pulcino. Paco -così la sua mamma lo aveva chiamato- cresceva felice e aspettava col beccuccio spalancato le cose buone che mamma aquila gli procurava.

Un brutto giorno in cui in cielo imperversava una violenta tempesta con lampi, tuoni e pioggia, una forte folata di vento sorprese mamma aquila, sospingendola violentemente contro un albero dai folti rami spinosi. La poverina cadde in terra e, rialzandosi, si accorse di essere ferita ad un’ala. Si trattava di una brutta ferita, che, anche se curata, non le avrebbe consentito più di volare.
Come avrebbe procurato il cibo al suo Paco, ora che non poteva più volare? Il pulcino sarebbe certamente morto di fame o di solitudine! Che fare? Le venne in mente di rivolgersi al vecchio Gufo Saggio: “Gufo Saggio, per favore, aiutami: Paco, il mio amato pulcino è rimasto solo nel suo nido ed io, che sono ferita, non potrò più occuparmi di lui. Ho tanta paura che possa succedergli il peggio. Ti prego, salvalo!”
Il Gufo Saggio la tranquillizzò dicendole: “Non preoccuparti, cara aquila, andrò io stesso a prendere il tuo pulcino e lo porterò al sicuro sulla grande quercia dove troverà tanti altri uccellini che sono rimasti senza la mamma. Lì una schiera di laboriose Cinciallegre si occuperà di lui come già fa con gli altri uccellini e vedrai che sarà salvo”

E Paco cresceva, curato dalle laboriose Cinciallegre e si divertiva molto a giocare con i suoi nuovi compagni.
Tuttavia, di tanto in tanto, i suoi occhietti diventavano tristi, se ne andava su un rametto in cima all’ albero e se ne stava per ore ed ore da solo. La Cinciallegra Anna se ne accorse ed un giorno gli si avvicinò dicendogli: “Io lo so caro Paco, perché sei triste! Vedi, voi uccellini state bene qui da noi, non vi facciamo mancare il cibo e le cure necessarie, e ci siamo anche affezionate a voi, ma ciò che a te manca sono una mamma ed un papà tutti per te, che ti diano tanto tanto amore. Vedrai, parlerò col Gufo Saggio e cercherò di risolvere il tuo problema. Fidati di me”
La Cinciallegra Anna parlò col Gufo Saggio, che disse: “Molto, ma molto bene. Ho capito il problema. Lascia fare a me” e spiccò il volo.

E mentre volava, cominciò a pensare al da farsi. Era così assorto nei suoi pensieri che non si accorse di aver percorso tanti e tanti chilometri. All’improvviso, guardò sotto di sé e -meraviglia delle meraviglie- vide il mare! Il mare azzurro, con le onde che si infrangevano sugli scogli e tanti gabbiani felici che volavano dal mare alla terra, dalla terra alle onde. “Ma…cosa vedo laggiù?” disse il Gufo Saggio tra sé e sé “Cosa ci fanno quei due gabbiani, da soli, sullo scoglio lì in fondo, a guardare l’orizzonte lontano? Hanno un’aria così triste!” Si avvicinò a loro e, senza farsi sentire, ascoltò quello che si dicevano.
“Sarebbe così bello” diceva la gabbianella “se anche noi due avessimo un bel pulcino, vero? Mi piacerebbe tanto prendermi cura di lui, portargli da mangiare…”; “Oh, sì!” rispondeva il gabbiano “ed io gli insegnerei a volare, e lo porterei a pescare con me, tenendolo stretto stretto tra le mie zampe, per non farlo spaventare delle onde”. E la gabbianella: “E la sera, prima di addormentarci tutti e tre accoccolati sotto la luna, gli potremmo raccontare una bella fiaba, accarezzandogli le piume”. “Ma purtroppo, mia cara” sospirò il gabbiano ”noi non ce lo abbiamo un ovetto e quindi il nostro desiderio rimarrà solo un dolce sogno”
Il Gufo Saggio, sentendoli parlare così, ebbe un’idea fantastica! “Cari i miei due gabbiani, passavo di qui per caso e vi ho sentiti parlare del vostro profondo desiderio di un pulcino. Sapete, in una foresta molto lontana da qui, vive il piccolo Paco, che ha il cuore triste triste perché desidera un papà ed una mamma tutti per lui. Vi piacerebbe diventare i suoi genitori?”
I due gabbiani si guardarono negli occhi, increduli. Avrebbero voluto saltare e far capriole dalla gioia, ma …dovevano mantenere un certo contegno. La Gabbianella esclamò: “Ma certo, signor Gufo: abbiamo un bel nido, ci amiamo tanto e potremmo occuparci benissimo di un piccolo pulcino, ma lui non c’è e la nostra vita è tanto triste e vuota. Perché non ci porta da lui?” Il Gufo precisò: “Un momento, non vi precipitate. Sapete, il pulcino di cui vi parlo è un aquilotto: ha le piume nere e non bianche e grigie come le vostre. E poi, non vi dimenticate che lui vive nella foresta e non conosce il linguaggio dei gabbiani, ma solo quello delle aquile. Siete disposti a volergli bene ugualmente?” “Ma scherza signor Gufo ?!” rispose il gabbiano “non ha forse un becco, due occhi e due ali come tutti gli uccelli del cielo? Cosa vuole che ci importi se le sue piume sono nere, rosse o grigie? E poi, il linguaggio dei gabbiani glielo insegneremo noi. Signor Gufo, la prego, ci porti da lui, non perdiamo altro tempo”.

Fu così che i tre si misero in viaggio verso la foresta. Il Gufo aveva avvertito i due gabbiani che il viaggio sarebbe stato lungo e faticoso, ma essi non avrebbero mai creduto che lo sarebbe stato così tanto: forti venti di tramontana rallentavano il loro volo, incontrarono temporali così violenti che molte volte furono costretti a rifugiarsi in ricoveri di fortuna e aspettare settimane prima di poter riprendere il viaggio. Un giorno, il Gufo Saggio li vide così stanchi che disse: “Ma siete proprio sicuri di voler proseguire questo viaggio? Vi vedo provati dalla fatica. Cosa dite? Volete ritornare a casa?”. “Non se ne parla neppure, signor Gufo!” rispose la gabbianella “non sarà certamente un po’ di stanchezza a farci cambiare idea! Accada quel che accada, noi vogliamo giungere alla foresta ed abbracciare il nostro amato pulcino”. Il viaggio proseguì, ma il Gufo, un giorno, quasi per metterli alla prova, irruppe con una strana domanda: “Miei cari, stiamo incontrando tanti stormi di uccelli lungo il cammino. Chissà, anche in mezzo a loro potrebbero esserci dei pulcini che hanno bisogno di due genitori come voi. Che dite se glielo chiediamo, così il vostro viaggio potrebbe finire qui e tornereste a casa con un uccellino…” “Signor Gufo” disse il gabbiano “allora lei non ha capito che noi non siamo alla ricerca di un uccellino qualsiasi: è il nostro Paco che ha bisogno di noi e noi di lui. Ed è con lui -e solo con lui- che intendiamo tornare a casa”
Il Gufo Saggio comprese che mamma e papà gabbiano erano molto determinati e, soddisfatto, riprese a volare.
Finalmente il viaggio stava per giungere al termine: da lontano si intravedeva la fitta foresta, con gli alberi così alti che sembravano toccare il cielo. Su uno di essi, vivevano le Cinciallegre ed i loro uccellini.
Il cuore di mamma gabbianella e di papà gabbiano batteva così forte che sembrava scoppiare. Era mattina presto quando giunsero alla Grande Quercia. La Cinciallegra Anna aveva già informato l’aquilotto Paco che una mamma ed un papà sarebbero venuti a prenderlo per portarlo in un posto lontano, vicino al mare. Lei gli aveva detto che essi lo avrebbero amato moltissimo e che lui si sarebbe trovato molto bene con loro. Paco però non sapeva se essere contento o triste. Si, è vero, lui voleva una mamma ed un papà, ma lasciare la sua quercia ed i suoi amici e le sue Cinciallegre… questo lo rendeva un po’ malinconico. E poi, lui non conosceva questi gabbiani: che uccelli erano? come erano fatti? gli avrebbero davvero voluto bene come diceva la Cinciallegra Anna? e questo posto dove vivevano, gli sarebbe piaciuto? in fondo, cosa volevano loro da lui? E lui, sarebbe davvero piaciuto a loro?

Mentre era tutto preso da questi pensieri, ecco che fu raggiunto dal Gufo Saggio e dai due gabbiani. Mio Dio, quanto erano strani! Non brutti, ma sicuramente un po’ buffi, con quei colori e quello strano becco! La Gabbianella, però, lo guardava con due occhi molto dolci e sorridenti e il Gabbiano spalancò le ali per accoglierlo in un abbraccio: Paco si sentì rassicurato: non sembravano affatto due genitori cattivi! Corse loro incontro e si fece abbracciare. I due piansero dalla gioia: sapevano che Paco era un bellissimo pulcino, ma non erano riusciti ad immaginarselo così bello!
I gabbiani si trattennero ancora qualche giorno sulla Grande Quercia, aiutando come potevano le Cinciallegre e giocando con Paco ed i suoi amici. Paco li portò anche in giro a visitare i posti che conosceva. Sembravano due persone simpatiche; avevano anche imparato qualche cinguettio della foresta, anche se –in verità- facevano un po’ ridere, col loro gracchiare.

Il giorno della partenza arrivò e la nuova famigliola, salutati tutti gli amici, spiccò il volo verso il mare. Il viaggio di ritorno fu breve. Paco si stancava tanto e spesso si addormentava tra le zampine della sua mamma.
Quando giunsero a destinazione, furono accolti da tutti gli altri gabbiani, che sapevano dell’arrivo di Paco e che gli fecero una grande festa di benvenuto. L’aquilotto era un po’ stanco e frastornato: non capiva ancora bene la lingua dei gabbiani e avrebbe preferito rimanere un po’ da solo, nel nuovo nido sulla spiaggia. Mamma Gabbianella lo capì e lo lasciò giocare da solo, tenendolo d’occhio da lontano per controllare che non si facesse male. Alla sera, quando rimanevano soli, la mamma ed il papà si addormentavano vicino a lui, raccontandogli le favole, sotto la luna, così come avevano sempre sognato.

Paco cresceva bene ed aveva anche conosciuto tanti altri pulcini. Ma come talvolta accade, qualcuno di loro era un po’ stupidello e un giorno, tanto per scherzare, cominciò a prendere in giro Paco per le sue piume nere e per il suo strano accento della foresta. Rattristato, l’Aquilotto se ne andò in un angolino un po’ nascosto della spiaggia e cominciò a giocare da solo tra i rami di un cespuglio, cantando una filastrocca che gli aveva insegnato la Cinciallegra Anna. Gli altri pulcini-gabbiani, sentirono le note della canzoncina, trasportate dal vento, e si chiesero: “Ma chi è che canta questa allegra canzoncina?” “Viene da laggiù, andiamo a vedere!” Con sorpresa, trovarono Paco che giocava e cantava da solo. “Ci sembra molto divertente questa filastrocca. Noi non la conosciamo: chi te l’ha insegnata?” “Me l’hanno insegnata le Cinciallegre, quando ero nella foresta”. “Ti prego, insegnala anche a noi, così possiamo divertirci assieme!” Paco fu contento della richiesta e, senza lasciarselo ripetere due volte, li dispose tutti in semicerchio e cominciò, come un bravo direttore d’orchestra, a far cantare la filastrocca della foresta ai gabbiani. Pian pianino, tutti la impararono e per ricambiare, insegnarono a Paco una bella filastrocca di mare. Dopo qualche ora, mamma e papà gabbiano si accorsero che tutti i pulcini, Paco compreso, stavano ridendo a crepapelle: essi avevano imparato conoscersi e ad apprezzarsi e avevano capito che, a conoscere sia i giochini del mare che quelli della foresta, ci si poteva divertire molto di più.

Mamma e papà gabbiano erano orgogliosi del loro figlioletto, che avevano sempre desiderato, ed il loro cuore scoppiava di gioia quando lo vedevano crescere sereno.
Anche Paco, dal canto suo, amava la sua nuova famiglia: quanto era forte il suo paparino quando lo portava a volare con sé, insegnandogli i segreti del mare! E quanto si sentiva protetto tra le ali della sua mamma!

Una sera, mentre stava per addormentarsi, Paco domandò loro: “Mamma, papà, ma voi, ve la ricordate la strada per andare alla foresta?” “Certo, tesoro” rispose il papà “Ma perché ce lo chiedi?” “No niente. Mi chiedevo: se un giorno volessi tornare a trovare la Cinciallegra Anna e tutti i miei vecchi amici, voi mi accompagnereste?” “Ma certo” rispose la mamma “ saremmo felicissimi di accompagnarti o anche di lasciarti andare da solo, se sarai grande abbastanza e se lo vorrai”

La luna splendeva alta nel cielo, le onde si rompevano lente sugli scogli. Era una calda notte stellata e la Famiglia, stretta in un abbraccio, si addormentò felice.

 

La fiaba di Angela

C'era una volta un bimbo di nome Andrij che viveva in un paese molto lontano dove faceva molto freddo.
Andrij abitava in un posto bellissimo chiamato <La casa del sole> insieme ad altri bambini. Loro erano felici anche se in quel posto non c'erano mamme e papà. Giocavano molto e stavano molto bene.

Mamma e papà avevano cercato Andrij per molto tempo ed in ogni luogo ... ma non erano riusciti a trovarlo!

Un bel giorno una signora di nome Daniela telefonò a mamma e papà dicendo loro che aveva trovato il loro bimbo: "Si chiama Andrij ed abita nella <Casa del sole>".

"Wow - esultarono mamma e papà - corriamo a prenderlo". Corsero a preparare le valigie ... presero uno, due, tre aerei e, finalmente, arrivarono da Andrij: erano molto emozionati, ma anche molto molto felici. Quando si incontrarono con il bimbo si guardarono e si piacquero subito moltissimo. Decisero che sarebbero stati sempre insieme e non si sarebbero lasciati mai più.

Così Andrij prese un treno lunghissimo e due aerei per poi giungere, con mamma e papà, nella sua nuova casa .... e vissero per sempre felici e contenti!

Angela A. Olivella


Così naque l'arcobaleno (di Daniela De Maria)

C’era una volta, esattamente nel punto più alto dell’arcobaleno dai sette colori, tra altissimi alberi arancione e graziose collinette rosa pallido, un piccolo paesino fiorito e colorato, dimora delle fatine dei colori. Il potere che accomunava tutte le fate dei colori, era quello di riuscire a cambiare con il pensiero i colori delle cose, dei fiori e del cielo, poiché questo le rendeva allegre e soddisfatte. Se la mattina il cielo era grigio e presagiva pioggia, loro lo tinteggiavano di un azzurro vigoroso; e se il torrente, al mutare della stagione assumeva un color marroncino che a loro non piaceva, lo tingevano di verde acqua per aggradare i loro occhi.

In quel piccolo regno, viveva anche una piccolissima fatina di nome Fen che, essendo ancora troppo pargola per dipingere grandi nature, si divertiva a colorare buffamente i fiorellini sui prati e le foglie degli alberi, esercitandosi cosi' anche per quando sarebbe diventata grande.

Un giorno Fen, passeggiando nella boscaglia come ogni mattina, cadde urtando contro una pietra. Un po’ rintronata notò una piccola fessura con qualcosa di luccicante all’interno e intrepidamente infilò una mano. Allora la pietra si aprì e dall’interno uscì una piccola, minuscola e malandata fatina.

Ehi, ma tu non sei una fata dei colori come me! A quale sorta di fatine fai parte? Non mi era mai capitato di incappare in una fata che non fosse della mia appartenenza! E dimmi ... come mai sei ridotta così male? E perchè in quella roccia?

Bambine …“ sospirò tra sé e sé la minuta fatina colta da tante domande, poi pronunciò: ”Io ero esattamente come te, coff … coff … una fata dei colori ma, ahimè, cosa terribile ho scoperto e poi mi sono ritrovata così” .

Che è successo?” chiese nuovamente Fen.

Inutile spiegare a parole, vieni con me e ti farò vedere …”. Allora la fatina condusse Fen ai limiti della selva verdeggiante e le fece guardare nella cavità di un albero.

Con occhi sgranati, Fen scoprì che l’interno dava su un altro mondo, diverso, diversissimo dal suo. Vide un cielo nero, pieno di nuvole e, ai suoi piedi, palazzi altissimi, fabbriche, canne fumarie con fumo fetido e, a tutto andare, automobili, treni, e una fitta nebbia da lì al cielo: .... terribile!!

Ma, cos’è questo posto? E dove sono i colori? Qui dà tutto sul grigio e tutto è maleodorante! Ma cos’è? Tu lo sai?” domandò Fen in fermento alla piccola fatina malridotta.

Questa è una finestra che dà sul mondo degli uomini:è così che loro vivono, è qui che le loro vite risiedono. Tempo fa, avevo sentito parlare di loro, .... si dicevano alcune delle cose che qui puoi scorgere, ma non è tutto”.

Posandosi sulla spalla di Fen la fatina si accasciò dolcemente spiegando: ”Qualche giorno fa, colta da una irrefrenabile curiosità, ho oltrepassato questa incavatura, perlustrando un po’ questo mondo, un po’ per pena, un po’ per abitudine, ho provato a colorare ed a pitturare da tutte le parti. Non l’avessi mai fatto!! I colori che emanavo battevano e tornavano indietro colpendo me e, senza accorgermene, mi sono ritrovata piccola piccola e senza forze. Con le ultime energie sono tornata nel nostro regno e mi sono rifugiata in quella roccia per riposare, poi mi hai trovata tu ed ora eccomi qui, ridotta così ... e chissà se potrò mai tornare normale! Sigh … sigh …”.

Oh no, non piangere!” pronunciò Fen con tenerezza. “Vedrai che troveremo una soluzione”.

Detto questo mise la piccola fatina nel suo grembiulino e cominciò a ragionare sul da farsi. Continuando a fissare il cielo grigio di quello strano mondo, una soluzione non tardò molto ad arrivare. “Senti, il cielo … vedi, il cielo non può riflettere nulla. Se mandi un incantesimo di colorazione al cielo, le nuvole tratterranno per forza il colore ed allora se tu poi ti ci vai a infilare, potresti tornare normale!

Non so se funzionerebbe, ma ad ogni modo, come puoi notare, sono troppo debole adesso per lanciare un qualunque incantesimo, devi farlo tu Fen!

IO?”, pronunciò Fen guardando allibita la minuta fatina. “Io è già tanto se riesco a tinteggiare qualche fiore e qualche foglia! Non potrei mai riuscire …

Ma chi l’ha detto? Prova, magari ci riesci. Dai ... per favore.

Allora Fen deglutì e si convinse. Unì le mani a principio di incantesimo e ne lanciò uno potentissimo verso quel fosco cielo riuscendo a tingere le nubi di un bellissimo rosato. Così, un po’ sbalordita, prese la piccola fatina per mano e la lanciò in alto, talmente in alto che in breve ella raggiunse una nuvola. Al contatto con l’incantesimo, ritornò alle sue dimensioni naturali.
Fen lanciò un grido di gioia così energico che dalle sue mani si allontanò un arcobaleno dai sette bellissimi colori che andò a riempire il cielo, ora azzurro, degli umani, facendo così conoscere loro, la bellezza dei colori.

 

La canzone di Mauro: "Il bambino che veniva da lontano"

Nel sito http://spazioweb.inwind.it/cantabimbi/index.htm, se lo desiderate, potrete ascoltare la canzone in oggetto da me composta in omaggio ad una coppia di amici che ha adottato un bambino straniero.

Nel caso fosse di Vs gradimento, potrebbe forse essere una "sigla" per le vostre attività!

Cordiali saluti,

Mauro Beccatini

 

Per sentire la canzone premi qui:

Testo della canzone

E quel bambino viene proprio da lontano

non la cicogna: l'ha portato l'aeroplano

ed i capelli suoi

son gialli più dei tuoi

ma nel petto suo

batte un cuore

che somiglia proprio al tuo

Si può capire che tristezza e che vergogna

avrà provato quella povera cicogna

quel giorno che sbagliò e che lo consegnò

in un luogo che

non sembrava molto adatto ad un bebè

Intanto a casa la sua mamma ed il papà

si domandavano "ma quando arriverà"

questo bambino che desideriamo e

troppo tempo ormai

è passato ma lui non arriva mai

ma finalmente un giorno hanno capito che

c'era stato un clamoroso sbaglio e

lui era già arrivato e li aspettava là

aspettava la sua mamma e il suo papà

VOLA VOLA AEROPLANO

VOLA PORTACI LONTANO

TROVEREMO QUEL BAMBINO

NOI LO PORTEREMO QUA

VOLA VOLA SU VELOCE

GIA' SENTIAMO LA SUA VOCE

GIA' VEDIAMO IL SUO SORRISO

NOI LO PORTEREMO QUA

Ma come quel bambino quanti ce ne stanno

che la cicogna sbaglia e fa un grosso danno

e li deposita lontan chilometri

mentre a casa c'è

chi li aspetta e non li vede giungerr mai

Non tutti forse sono così fortunati

non tutti i genitori li hanno ritrovati

ma il mondo avanti va: forse migliorerà

forse un giorno sai la cicogna il suo lavoro imparerà

oppure forse un giorno ognuno capirà

che c'è stato un clamoroso sbaglio e

un bimbo è già arivato e ci aspettava là

aspettava la sua mamma e il suo papà.


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